18/10/2007

Democrazia è pari dignità

 L'Eguale rispetto per Salvatore Veca

Secondo il filosofo Salvatore Veca la vera stella polare, che indica la strada del nuovo Partito Democratico italiano, è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno.

 

Di Oscar Acciari

 

da "laRegione", 12 ottobre 2007 , Svizzera

Dopo i fatti di Tienanmen (giugno 1989), il Filosofo Salvatore Veca fu, insieme all’economista Michele Salvati, il suggeritore di una nuova prospettiva per il Partito Comunista italiano che doveva passare attraverso un nuovo nome, quello di Partito Democratico della Sinistra. I due, fra i più importanti intellettuali italiani, formularono la loro proposta sull’allora rivista ufficiale del PCI “Rinascita”. Veca venne poi anche nominato membro della direzione generale del nuovo partito (PdS), nato ufficialmente dopo l’avallo del congresso di Rimini nel 1991. Oggi Salvatore Veca si limita a fare il filosofo e il professore universitario, ma non si esime dal fornire suggerimenti e dall’animare il dibattito sul nuovo Partito Democratico italiano. Secondo il suo pensiero, la vera stella polare che indica la strada della nuova formazione partitica è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno. Ritiene, infatti, che in un mondo in cui assistiamo ad una crescita vertiginosa delle ineguaglianze, abbiamo bisogno di una risposta politica. A pochi giorni dall’Assemblea costituente del Partito Democratico italiano, abbiamo posto alcune domande al filosofo, incaricato di vigilare sul rispetto del codice etico per i democratici della regione Lombardia.

L’importanza del nome

Professor Veca, nell’ambito di una riflessione sulla costruzione culturale del Partito Democratico, in un articolo intitolato “Eguale rispetto” (pubblicato sul supplemento al periodico della sezione 15 martiri “Marcona 101. Materiali Democratici”) ha scritto che dare nomi alle cose è, dopo tutto, una delle attività più importanti, anche in politica…” Come dire che il nome “Partito Democratico” non è stato scelto per esigenze di estetica linguistica, ma per una ragione di semantica politica, per il contenuto che questa denominazione evoca…

“Io ho cercato di sostenere in questi mesi di discussione intorno al progetto del Partito Democratico che le denominazioni contano molto. I modi in cui ci chiamiamo e ci riconosciamo contano parecchio in tutti gli ambiti, soprattutto in politica, specie sullo sfondo di una democrazia più o meno brillante. I regimi democratici si basano infatti sulla possibilità da parte di chi esercita la sovranità (il popolo) di scegliere e di autorizzare coloro che dovranno governare. Ma per poter scegliere, occorre che vi sia distinzione. Perché vi sia distinzione, è indispensabile che si possa identificare, riconoscere, apprezzare o criticare, accettare o rifiutare certi modi con cui gli attori politici o i partiti si definiscono. Mi sembrava importante formulare una proposta, dal punto di vista intellettuale e culturale, sul significato del termine “Partito Democratico”.

Il termine “Partito Democratico” evoca la realtà politica degli Stati Uniti, spesso vista con un sentimento di ostilità o, perlomeno, con sospetto dalla sinistra italiana…Non è un fatto curioso l’adozione di questa denominazione?

“E’ una bella domanda. Questo partito ha una storia. Nasce come Centro Sinistra. Nasce dall’esperienza dell’Ulivo, dal coalizzarsi del meglio della tradizione di Sinistra e del Cattolicesimo democratico. Le valutazioni nei confronti degli Stati Uniti d’America hanno avuto fasi alterne. Io sono contrario all’antiamericanismo, ma non contrario a criticare chi governa pro tempore gli Stati Uniti o chi decide gli orientamenti del governo americano. Anche all’interno della sinistra italiana c’è sempre stato un doppio atteggiamento: uno viscerale contro gli Stati Uniti e un altro di grande attenzione nei confronti di quella che resta, nel bene e nel male, una delle più grandi democrazie del mondo e che ha le risorse necessarie per cambiare.”

Lei ha scritto che gli obiettivi della politica del Partito Democratico devono consistere in quelle misure e in quei provvedimenti che tutelino l’eguale considerazione e rispetto per chiunque, indipendentemente da un gran numero di differenze (sociali, economiche, culturali, religiose , etiche)…

“Ci possono essere varie interpretazione dell’aggettivo democratico. Ma c’è un aspetto elementare che caratterizza qualsiasi convivenza democratica: la pari dignità, l’eguaglianza di status per chiunque sia cittadina o cittadino. Gli antichi greci, che avevano coniato la parola “democrazia”, definivano questo principio (di eguale dignità) con il termine “isotimia”. E’ chiaro allora che un partito democratico genuino, che onori il proprio nome, deve impegnarsi in tutte quelle circostanze in cui i cittadini sono svantaggiati senza loro responsabilità, cercando di ridurre in qualche modo (se non è possibile azzerare) tutto ciò che impedisce la promessa dell’eguale dignità per le persone. Il grande progetto, difficile da realizzare, è quello dell’equa uguaglianza delle opportunità per tutti. Come ho scritto, un partito democratico si basa sulla convinzione che sia semplicemente inaccettabile che la sorte naturale e sociale, alle spalle delle persone, condanni come un destino inesorabile la qualità della loro vita.”

Maurizio Martina, segretario DS della Regione Lombardia ha comunicato che lei coordinerà un comitato di garanzia che vigilerà sul rispetto del codice etico…

“Sì, mi è stato chiesto, nella fase che precede le primarie di presiedere un gruppo di lavoro che dovrebbe stendere un codice etico, espressione dei democratici lombardi. Mi sembra un modo per ricostruire un rapporto di fiducia nei confronti della politica che si sta sfilacciando in maniera preoccupante.”

Ma in realtà non pensa che gli strumenti normativi esistano per definire i comportamenti corretti da parte dei politici, ma che è la loro applicazione ad essere lacunosa?

“L’applicazione delle leggi è una cosa diversa del codice etico. Quando le leggi non vengono applicate, siamo in presenza di un deficit di legalità. Con il codice etico si va oltre: esso fa riferimento a comportamenti che non sono vietati e che non violano la legge, ma che violano però quella promessa di trasparenza e di fiducia nei confronti dei cittadini. Se poniamo dei vincoli sui mandati, sui rapporti tra politica e affari, e su tutte quelle forme che permettono di utilizzare una risorsa per ottenere vantaggi in altri ambiti, possiamo ricostruire la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.”

Lei sente le alte sfere del costituendo Partito Democratico?

“Io ho dato molti consigli molti anni fa. Quando ci fu la trasformazione del Partito Comunista italiano in Partito democratico della Sinistra. Negli ultimi anni ho però anche teorizzato una relativa autonomia tra chi fa politica e chi fa teoria politica. Tutto ciò non esclude l’interazione tra le due parti, anche se ciascuno deve fare al meglio il proprio mestiere.”

In termini di diritto di voto e di eleggibilità, eguale rispetto nei confronti di chiunque cosa significa?  Il pronome indefinito è riferito ai cittadini di una certa comunità politica, delimitata da confini stabili, o il concetto è estensibile agli immigrati che danno il loro contributo, lavorando e pagando le tasse?

“Sarebbe arbitrariamente escludente una politica che non desse a parità di doveri anche parità di diritti. Penso che pagare le tasse sia il patto di cittadinanza fondamentale.”

L’Italia, la casta e il fenomeno Grillo

In Italia si sta discutendo molto della cosiddetta casta, alla luce del successo editoriale di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (“ La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”, Rizzoli. Ndr). Ciò significa che oltre ad esserci un problema di eguale rispetto, c’è un problema di inclusività, di accesso alla politica…

“L’Italia non è un paese in cui è presente una sola casta, come quella identificata dal celebre libro di Stella e Rizzo che ha avuto un successo clamoroso. In realtà ci sono molte caste. Quella italiana è una società che ha perso moltissimo in mobilità sociale. La realtà italiana, tra ordini professionali, corporazioni di vario tipo e genere, interessi particolari assomiglia molto ad una società castale, dove quella dei politici, o degli addetti alla politica, è una tra le varie caste.  Esse spesso esse colludono e si incrociano tra loro. Anche per questa ragione l’idea di promuovere l’eguaglianza delle opportunità è una maniera per aprire le porte che sembrano essere chiuse, per essere inclusivi, anziché esclusivi.”

Che cosa ne pensa della provocazione di Beppe Grillo, volta a minare il sistema dei partiti, intenzionato a promuovere delle liste civiche?

“Credo che l’esplosione del fenomeno Grillo sia la punta di un iceberg nel panorama della società italiana. Rappresenta una forma ciclica definita oggi “antipolitica”. In realtà il fenomeno esprime un insieme di ragioni di protesta (o reclami) nei confronti di un uso della politica che, in primo luogo, si occupa degli interessi di chi fa politica, piuttosto che degli interessi di coloro per cui si fa politica. Personalmente, anche se non apprezzo molto lo stile di Grillo, credo che questa modalità espressiva faccia parte di quel ricorso alla voce, quando la distanza e la revoca di fiducia nei confronti della politica o delle istituzioni sono diventate importanti. E’ un segnale di allarme che va preso sul serio. Credo, però che, affinché tutto si traduca in incisiva azione politica, occorra non solo criticare la politica, ma anche farla…La protesta va dispersa, se chi la manifesta non trova un modo per esprimerla nell’arena politica.”

Appunto, le liste civiche possono essere un modo per esprimere l’azione politica?

“Allestendo delle liste civiche, si può tradurre una forma di protesta  e di reclamo in una forma di partecipazione politica. In questo senso non ci vedo nulla di male.”

Il controesempio ticinese

Alla fine degli anni Ottanta lei e Michele Salvati avete suggerito ai vertici del Partito Comunista di cambiare nome alla formazione politica. In Ticino il Partito del Lavoro ha deciso di tornare alle origini, modificando il proprio nome in Partito Comunista. Cosa ne pensa?”

“Ho letto. E’ una cosa curiosa. Non ho elementi sufficienti di giudizio. Immagino che all’origine del cambiamento di nome vi sia un’esigenza di marcare la propria radicalità nei confronti dei competitori politici. Ricordiamoci sempre che come ci si nomina è come si vuole essere riconosciuti.”

In Svizzera esiste un articolo del codice penale (261 bis) che permette di sanzionare chi, anche verbalmente, è reo di discriminazione razziale. La ritiene una cosa giusta o è un limite alla libertà di espressione?

“E’ una domanda alla quale è difficile rispondere. La discussione è presente in molte democrazie costituzionali. Essa riguarda il divieto di utilizzare, anche verbalmente, espressioni che violino il rispetto dovuto a minoranze sulla base razziale. Il principio di rispetto delle minoranze si può tradurre effettivamente in una restrizione della libertà di espressione. In questi casi bisogna saper bilanciare le ragioni a favore della maggiore libertà di espressione con le ragioni a favore del rispetto e della tutela di chi da essa potrebbe venire offeso o svantaggiato. Il dibattito negli USA è stato molto acceso e ha riguardato non soltanto la discriminazione razziale, ma soprattutto la disparità di trattamento nei confronti delle donne. Di una cosa occorre essere convinti: tutte le volte che noi limitiamo la libertà di qualcuno, dobbiamo avere delle ragioni molto forti che devono mettere su un piatto della bilancia la riduzione delle opzioni delle persone e sull’altro il beneficio sociale che ne risulta per altri.”

Ma come si fa poi a tradurre questa riflessione in strumenti di legge che siano applicabili?

“E’ molto difficile. In questo caso non si può utilizzare la logica del “sì e del no”, ma occorre utilizzare la logica, più difficile da applicare, del “più e del meno”. Chi deve verificare la violazione o meno della prescrizione della norma, deve esercitare il buon senso caso per caso.”

 

 

 

23/02/2007

Le casse vuote del Welfare

medium_ferrera-_foto2.jpgSecondo il professor Maurizio Ferrera non ci sarà alcun ridimensionamento della sanità elvetica se il popolo svizzero deciderà a favore di una cassa malati unica. Dove va il welfare europeo? La direzione di marcia principale è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro e alle dinamiche della globalizzazione.

 

di Oscar Acciari da "laRegione Ticino", 23 febbraio 2007

 

Se l’11 marzo i cittadini svizzeri approveranno l’istituzione della cassa malati unica, non dovranno attendersi alcun ridimensionamento della qualità della sanità elvetica. Il professor Maurizio Ferrera non ha dubbi sull’eventuale passaggio della sanità del nostro Paese a un modello universalistico. E proprio sul nostro modello di welfare, in un’intervista pubblicata dal nostro giornale il 14 settembre 2004, affermò che “Rispetto agli altri paesi europei, il caso svizzero spicca  per il ritardo con il quale ha introdotto l’obbligatorietà di copertura assicurativa nell’ambito sanitario. Il settore sanitario oggi è ancora un’anomalia, perché organizzato in forma privatistica e meno ispirato a principi di copertura universale e di accesso equo. Il punto di forza del modello svizzero è il sistema pensionistico, che è “misto”, con una copertura di base (AVS), alla quale si aggiunge una copertura integrativa di carattere professionale.” Ma perché il professor Ferrera definiva anomalo il sistema Svizzero?  Perché “In nessun paese europeo si pagano i premi per la copertura sanitaria. La sanità è finanziata attraverso le imposte o tramite i contributi sociali, che non dipendono dal profilo di rischio individuale.” Ma al di là delle peculiarità svizzere, l’incontro con Ferrera ci fornisce l’occasione per capire in che direzione sta andando il welfare in Europa e con quale difficoltà si sta confrontando in una società che è notevolmente cambiata rispetto a quando furono fissati i primi importanti principi di protezione sociale.

Professor Ferrera, in che direzione va il Welfare europeo? Mira a rendere i sistemi nazionali più compatibili o, addirittura, omogenei?

“La direzione di marcia principale del welfare europeo è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere a due grandi ordini di problemi: uno è di natura interna e riguarda l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro. Il secondo aspetto riguarda invece l’integrazione europea e, più in generale, le dinamiche della globalizzazione. Queste due problematiche esercitano delle pressioni sui vecchi schemi e stimolano tutti i governi europei ad introdurre delle riforme che adattino i vecchi schemi alla nuova struttura dei bisogni e alle nuove logiche di funzionamento dell’economia. Si tratta di una tendenza generale che interessa tutti i modelli europei di welfare. Naturalmente ciascun modello nazionale reagisce alle pressioni di adattamento, in base a quello che già esiste, alle proprie tradizioni istituzionali e organizzative. Insomma, le riforme sono originate da problemi simili, ma le risposte dipendono anche dalle eredità istituzionali di ciascun paese.

Rispetto al passato è cambiata notevolmente l’entità dei tassi di crescita economica. Inoltre, più frequentemente rispetto al passato, periodi di andamento congiunturale positivo si alternano a periodi di contrazione economica. Come si possono pianificare le risorse a beneficio del welfare in un contesto simile?

“La grande sfida della riforma del welfare in Europa è riuscire a mantenere un buon livello di protezione sociale rispetto ai nuovi (ma anche ad alcuni vecchi) bisogni, considerando la compatibilità della globalizzazione e dell’integrazione economica. La formula vincente del modello sociale europeo, fin dalle sue origini e cioè dalla prima metà del Novecento, è stata quella che ci ha permesso di conciliare le ragioni dell’efficienza, della competitività e dalla crescita economica con quelle della giustizia sociale, della protezione e della solidarietà. Grazie ai programmi di welfare si riusciva a stabilizzare il funzionamento dell’economia e a ridistribuire, più o meno equamente, i suoi frutti attraverso la protezione sociale. La sfida di oggi è modernizzare il welfare, rilanciando questo circolo virtuoso con una base finanziaria adeguata. Se la torta non c’è, ovviamente non si possono spartire le fette.”

Appunto, ma oggi ci sono le condizioni economiche?

“Il rallentamento generalizzato nei tassi di crescita è connesso con una modificazione strutturale dell’economia europea, che non è più di carattere industriale con forti incrementi di produttività. In Europa assistiamo ad un’economia postindustriale, basata sui servizi, in cui la produttività tende a crescere più lentamente. Non dobbiamo stupirci se i tassi di crescita del PIL dei paesi dell’UE non sono più quelli dell’epoca d’oro dell’economia europea. Tassi di crescita più bassi, che dipendono da fattori strutturali, implicano una riflessione su quei meccanismi di forte crescita delle spese sociali e sugli ampi margini per operazioni di ridistribuzione che sono stati possibili dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi degli anni Settanta. La sfida è ovvia: bisogna cercare di recuperare un po’ di flessibilità nella gestione dei grandi programmi di spesa (soprattutto nell’ambito delle  pensioni e della sanità). Forse soprattutto in alcuni paesi si sono fatte delle promesse un po’ troppo generose, dando per scontato la crescita economica. Oggi sappiamo che non è così e che si possono creare dei seri squilibri. Bisogna rivisitare quelle promesse un po’ troppo generose e, soprattutto, troppo rigide. Occorre rendere i sistemi di welfare diversamente protettivi (e non per questo meno protettivi), considerando i rischi di oggi e non quelli di ieri.”

 

Il costo dell’anzianità

 

Il grande dibattito in altri paesi non è tanto sui costi sanitari, come da noi in Svizzera, ma sul finanziamento delle pensioni. Il sistema svizzero dei tre pilastri ha dimostrato di essere vincente al punto che è stato preso come modello da altri paesi

“Attualmente il sistema misto di finanziamento delle pensioni varia da paese a paese, ma si può sicuramente affermare che la strutturazione in tre pilastri è il futuro dei sistemi pensionistici europei. Non a caso paesi come Spagna e Italia, che non avevano questa struttura, si stanno affrettando a realizzarla. Un sistema a tre pilastri è meglio equipaggiato per assorbire rischi e opportunità legati alle dinamiche demografiche, alla crescita economica, all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipendono criticamente la sostenibilità dei sistemi pensionistici e la loro adeguatezza dal profilo dell’ammontare delle prestazioni. Il modello svizzero era considerato un po’ deviante fino a due decenni fa. C’erano pochi paesi con un sistema pensionistico come il vostro. Oggi è diventato un modello. L’Unione Europea sta spingendo affinché i sistemi pensionistici si riorganizzino verso il modello dei tre pilastri (con una copertura di base garantita, una integrativa di carattere professionale e una privata). E’ possibile che tra alcuni anni il secondo pilastro dei diversi paesi venga uniformato e che nascano dei fondi pensione che possono fornire prestazioni a lavoratori provenienti da paesi diversi.”

Ma lei è d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile?

“Ciascun paese ha una normativa sull’età pensionabile. Dove essa è bassa (come in Italia) è ovvio che bisogna innalzarla. Quando i sistemi pensionistici furono introdotti, nella prima metà del Novecento, la speranza di vita era molto più bassa di oggi. Nel 1950 in Italia l’età di pensionamento era fissata a 65 anni e la speranza di vita di una persona di sesso maschile era 66 anni. Oggi la pensione scatta a 60 anni (in alcuni casi di anzianità di servizio anche a 57), mentre la speranza di vita è salita a 79 anni. Si è creato un lungo periodo in cui ci si ritira dal lavoro e si vive grazie al sussidio pensionistico. E più aumenta la durata del pensionamento, più l’onere contributivo tende a crescere. Non possiamo pensare ad economie, in cui la durata del pensionamento sia più lunga della durata di permanenza nel mercato del lavoro.”

In tutti i paesi europei sta avvenendo l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne …

“Il diritto comunitario prevede la parità anche in questo ambito. La stragrande maggioranza dei paesi europei ha parificato l’età di pensionamento. La differenziazione è in contrasto con il diritto comunitario e con gli orientamenti della strategia di Lisbona. Tra i diversi paesi europei soltanto Polonia, Slovacchia e Italia non hanno ancora deciso di procedere alla parificazione dell’età di pensionamento. Altri paesi come il Belgio e l’Austria sono andati nella direzione di una parificazione con una tabella di marcia su alcuni decenni.”

 

Le nuove realtà

 

Nel nuovo modello di welfare vanno considerate le coppie di fatto?

Sì, in questo ambito la riflessione riguarda i diritti civili, ma anche il funzionamento della famiglia. Per quanto riguarda il primo aspetto, credo che sia iniquo, nei confronti di chi decide di non sposarsi, negare il diritto di vedersi riconosciuta una convivenza e i diritti derivati (in termini di reversibilità della pensione, di diritti alla successione, ecc…). Inoltre, bisogna considerare il fatto che le unioni di fatto tendono ormai ed essere il modo attraverso il quale i giovani escono dalla famiglia. Le nuove generazioni esitano a formare unioni forti, nel senso tradizionale, e tendono ad unirsi prima attraverso la convivenza e a sposarsi dopo il primo figlio. Dove succede questo, c’è una transizione all’età adulta più dolce e più precoce nel tempo. Essa avviene già a partire dai 18/20 anni. Nei paesi in cui questo invece non accade (come in Italia ed in altri paesi dell’Europa meridionale), il distacco dalla famiglia originaria avviene molto tardi, dopo i trent’anni, in alcuni casi verso i quarant’anni. Tutto ciò crea dei problemi dal punto di vista sociale, perché ha effetti negativi sulla fertilità, sulla demografia, sulla mobilità e sulle dinamiche di funzionamento del mercato del lavoro.”

Ma questo fenomeno non è legato piuttosto alla disponibilità finanziaria dei giovani che in alcuni paesi è decisamente inferiore rispetto ad altri?

“Quello che dice lei è vero soltanto in parte. Quando i giovani escono da casa, devono essere pronti ad una diminuzione del tenore di vita, rispetto a quando vivevano nella loro famiglia di origine.  All’università ho chiesto ad alcuni studenti di indicare il tenore di vita necessario per lasciare i genitori. Hanno risposto tra i 1'500 e i 2000 mila euro a testa. E’ un’aspettativa esagerata per compiere il primo passa verso l’indipendenza…”

 

La Svizzera e la sanità

 

L’11 marzo in Svizzera si voterà per l’istituzione di una cassa malati unica. I cittadini elvetici si trovano confrontati con il continuo incremento dei premi degli assicuratori malattia e con la preoccupazione dell’eventuale ridimensionamento del sistema sanitario, ritenuto oggi qualitativo. Optando per un sistema universalistico, si corre il rischio di un peggioramento della qualità e della tempestività delle cure?

“Non credo assolutamente che in Svizzera l’istituzione di una cassa malati unica abbia implicazioni negative sui livelli qualitativi della sanità. Paesi come la Svezia, la Danimarca hanno un sistema universalistico, finanziano la sanità attraverso le imposte, ma hanno un sistema altamente qualitativo. Si può comunque rispondere ad aspettative più elevate (penso soprattutto al comfort maggiore offerto da alcune strutture ospedaliere) attraverso un contributo aggiuntivo privato (assicurazione complementare). Il passaggio da un sistema di casse malati, frammentate e finanziate attraverso premi, a una cassa federale unica, finanziata attraverso contributi o imposte, non avrà come conseguenza quella di far scendere il livello qualitativo della sanità svizzera. Ci sono molti strumenti e accorgimenti che possono permettere di gestire questo passaggio senza compromessi sul piano della qualità della sanità. Lo dimostrano importanti studi europei.”

Ma non è che poi si creano lunghe liste d’attesa? In Svizzera si temono realtà come quelle che mostrano spesso i telegiornali italiani…

“Il tema delle liste di attesa è sempre stato molto dibattuto in Inghilterra, paese pioniere del servizio sanitario negli anni Cinquanta e Sessanta. Le notizie dei telegiornali italiani riguardano regioni, in cui la sanità funziona meno bene, perché confrontate con dei deficit di infrastrutture e di organizzazione difficilmente colmabili nel tempo. Ma nelle città medie del Nord d’Italia la sanità funziona bene anche per quanto riguarda i tempi di attesa. Vi sono diverse opzioni per non dover far capo a strutture congestionate da pazienti. E’ vero che, in termini di tempestività delle cure, la Svizzera batte ogni record, ma le assicuro che il problema dei tempi di attesa non è legato alle modalità di finanziamento della sanità.”

Ma allora perché in Svizzera persiste un sistema sanitario finanziato attraverso i premi?

"Non ho studiato a fondo il sistema elvetico, mentre conosco molto bene il sistema sanitario americano, che è simile a quello elvetico. Posso affermare con certezza che la ragione per la quale negli Stati Uniti non si è sviluppato un sistema sanitario pubblico obbligatorio, basato su un finanziamento di carattere contributivo o fiscale, è per il potere di veto esercitato dalle compagnie di assicurazione e della professione medica.  Se nel dibattito pubblico svizzero vi sono delle voci che imputano la responsabilità dell’incremento dei premi agli assicuratori malattia, io credo che l’onere della prova, nel confutare queste tesi, sia proprio a carico delle casse malati.”

 

La scheda

 

Chi è Maurizio Ferrera

Il Professor Maurizio Ferrera è nato a Napoli nel 1955. E’ professore ordinario di Politiche Sociali e del Lavoro presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Teoria e Politiche dello Stato Sociale nell'ambito del corso di laurea magistrale in Scienze del Lavoro e Politiche del Welfare al Master Europeo in Scienze del Lavoro. Dal 1985 al 2003 ha tenuto il corso di Scienza dell'Amministrazione all'Università di Pavia. E' stato inoltre visiting professor all'Università di California, Berkeley, alla London School of Economics and Political Science (LSE),  al Juan March Institute di Madrid e all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.

 

Collaboratore de “Il Corriere della Sera”, è vice-direttore del Centro Studi e Ricerche di Politica Comparata (POLEIS) dell'Università Bocconi di Milano. Dal 2004 dirige l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea (URGE).   E' membro del comitato scientifico di numerose riviste fra cui il Journal of European Social Policy e Rivista Italiana di Scienza Politica. Tra le sue molteplici cariche è presidente della Graduate School in Social, Economic and Political Sciences, dell'Università di Milano, e membro dell'Executive Committee dell'European Consortium for Political Research (ECPR) e del Research Council dell'Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze.

 

I campi di ricerca principali del professor Ferrera sono le politiche pubbliche in prospettiva comparata, con particolare attenzione allo sviluppo, alla crisi e alle prospettive del welfare state nei paesi occidentali.

04/01/2007

La “X” che non c’è

medium_MARILENA.2.jpgdi Oscar Acciari da "Sì", novembre 2006 

 In Ticino si lavora per la parità dei sessi, ancora lontana.

La lettera “X”sta ad indicare il cromosoma femminile nel nostro codice genetico. Ma la lettera “X” indica anche il risultato di parità in una competizione sportiva. Si tratta di una parità che le donne non hanno ancora completamente raggiunto nel nostro Paese. Ma per conseguirla negli ultimi quindici anni sono sicuramente migliorati strumenti e sensibilità. Secondo una recente inchiesta dell’Ufficio federale di statistica la disparità salariale media tra donne e uomini è sostanzialmente rimasta invariata in Svizzera dal 1996 al 2002. Essa è attorno al 25%. Il 60 delle disparità hanno una motivazione ritenuta oggettiva (le donne mediamente hanno un’anzianità di servizio inferiore agli uomini, sono meno qualificate e non sono rappresentate in ruoli dirigenziali). Il 40% delle disparità salariali sono invece delle mere discriminazioni salariali.

In Ticino sono davvero poche le donne che si rivolgono all’Ufficio di conciliazione in materia di parità dei sessi, nonostante i dati mostrino che le disparità continuano ad esistere. Per questa ragione la Federazione Associazioni femminili Ticino recentemente ha presentato un progetto, attraverso il quale intende promuovere una maggiore consapevolezza sulla situazione professionale della donna. Tra gli obiettivi c’è sicuramente una migliore conoscenza da parte delle donne della Legge federale sulla parità dei sessi e dei diritti che essa garantisce. Parliamo delle discriminazioni di cui sono vittime le donne con Marilena Fontaine (foto sopra), consulente per il Consiglio di Stato per la condizione femminile

Le disparità sul posto di lavoro

Marilena Fontaine, in molti paesi europei la parità tra donna e uomo a livello retributivo è garantita dalla legge, così come un’equa ripartizione delle cariche tra i sessi. La Svizzera ha accumulato ritardo rispetto ad altri stati?

“Non parlerei di ritardo. E’ vero che in tutti i paesi europei vi sono delle legislazioni in materia di parità che regolamentano soprattutto il mondo del lavoro, ma è anche vero che le discriminazioni, le disparità salariali sono un fenomeno comune a tutti i paesi europei. Va considerato il fatto che all’interno della Svizzera vi sono delle situazioni particolari a dipendenza dei cantoni. Si tratta di differenze legate alle realtà economiche e geografiche dei singoli cantoni. In Ticino vi sono meno donne nel mercato del lavoro rispetto alla media svizzera.”

Il Ticino è un cantone di frontiera, questo fatto contribuisce dunque alla disparità salariale tra uomo e donna…

“La posizione geografica del Cantone, in una zona di frontiera, influisce  sui salari. In Ticino gli stipendi sono più bassi per ragioni economiche. Inoltre i lavoratori ticinesi subiscono la concorrenza della manodopera proveniente d’oltre frontiera, disposta a lavorare a remunerazioni inferiori. I salari più bassi vengono praticati soprattutto in alcuni settori in cui la manodopera principale è caratterizzata da donne. Penso al settore alberghiero, della ristorazione e al settore dell’industria dell’abbigliamento. In queste attività la manodopera femminile rappresenta l’80%.”

Ma possibile che non ci siano degli strumenti per fronteggiare queste discriminazioni?

“Uno strumento c’è ed è la legge sulla parità dei sessi che vieta le discriminazioni salariali tra uomo e donna. Non vieta però i bassi salari. Ma al di là dei limiti della legge, si tratta comunque di uno strumento che non viene sufficientemente utilizzato.”

Esiste un modo per punire i datori di lavoro che trattano in modo diverso uomini e donne?

“Purtroppo la legge lascia la responsabilità dell’attuazione della parità dei sessi alla vittima, nel senso che per far sì che si intervenga, è la persona discriminata a dover denunciare i soprusi. La Legge non prevede l’intervento dello Stato, che non può sanzionare l’azienda che pratica discriminazioni.”

Ma, allora, non è il gatto che si morde la coda? Non pensa che chi è già in una situazione difficile, perché guadagna poco, abbia timore di denunciare il proprio datore di lavoro per paura di perdere il posto?

“In effetti motivi di insoddisfazione per questa legge esistono. Il Consiglio federale per il momento ha deciso di non riformarla, ma di puntare su misure di sensibilizzazione. E’ vero che la paura di perdere il posto di lavoro incidono parecchio sulla decisione di inoltrare una denuncia per discriminazione.”

Molte donne giovani si sentono rifiutare un posto di lavoro, perché i datori di lavoro temono che presto desiderino avere una famiglia. In che misura l’assicurazione maternità ha attenuato questo fenomeno?

“E’ un po’ presto per valutare se l’assicurazione maternità generalizzata è  in grado di contribuire al contenimento di questo fenomeno. Non è tanto il congedo maternità pagato a mettere in discussione il posto di lavoro di una donna, ma le diverse situazioni che si possono presentare nel conciliare lavoro e famiglia. Capita che una donna chieda di lavorare a tempo parziale o che  debba far fronte ad assenze improvvise per accudire i figli in caso di malattia. Tutto ciò per molte aziende rappresenta un impedimento al lavoro. Spesso il datore di lavoro non tiene conto che mantenere la manodopera, nonostante qualche concessione, è comunque un vantaggio”.

Quali sono i passi in cui il suo ufficio è impegnato per sensibilizzare maggiormente le aziende alla parità dei sessi e per permettere alle donne di conciliare lavoro e famiglia?

“L’Ufficio per il quale lavoro fa soprattutto opera di sensibilizzazione, rivolgendosi, in particolar modo, alle aziende. Bisogna fare capire ai datori di lavoro che le discriminazioni nei confronti delle donne non soltanto sono contro la legge, ma addirittura svantaggiose per le aziende. Si sta lavorando anche per migliorare la conciliabilità tra lavoro e famiglia. In questo senso, soprattutto a livello federale, si sta facendo parecchio per mettere risorse finanziarie a favore degli asili nido.”

Le donne e la politica

Le donne rappresentano la maggioranza della popolazione e dell’elettorato, ma non sembrano fornire il loro apporto nei momenti decisivi per cambiare le cose. A cosa è dovuto quest’atteggiamento?

“In politica ci sono più uomini a governare. In Parlamento, dove si elaborano le leggi, la presenza delle donne è molta modesta. Le donne sono arrivate in ritardo ad occupare alcuni posti di potere, in un mondo che è stato già pensato e organizzato “al maschile”. Poi c’è anche il problema del retaggio culturale, difficile da cancellare anche fra le donne, che sicuramente hanno una parte di responsabilità nel fatto che continuino ad esistere delle discriminazioni.”

Lei è favorevole all’introduzione di quote femminili in Parlamento?

“La quote femminili, anche se è una misura che piace a pochi (donne comprese), sono per me l’unica possibilità per fare cambiare le cose. Difficilmente si può inventare qualcosa per favorire la partecipazione attiva delle donne alla politica. Da noi la situazione è ancora più grave che nel resto del Paese. La presenza delle donne nel Parlamento ticinese è percentualmente la più bassa in Svizzera”.

La presenza di due donne nel Governo ticinese ha permesso di sensibilizzare meglio l’opinione pubblica sui problemi della condizione femminile?

“Negli ultimi 10-15 anni la sensibilità sulla condizione femminile è notevolmente aumentata. Fino agli inizi degli anni Novanta non si parlava di violenza domestica. Oggi il nostro Parlamento si appresta a votare una legge che permetterà di allontanare il coniuge violento dal proprio domicilio. Si sono, inoltre, adottate delle misure contro le molestie sessuali sul posto di lavoro. E’ aumentata sicuramente la sensibilità, ma non so dirle in che misura questo dato di fatto sia da imputare alla presenza di due donne in Governo.”

 La violenza domestica

Crescono le violenza o le denunce?

“Le due cose non si escludono. E’ vero che i cambiamenti sociali e delle famiglie generano maggiori situazioni di conflittualità, ma rispetto al passato c’è anche più coraggio ad “accettare” meno le violenze all’interno delle pareti domestiche. Fa comunque riflettere uno studio svolto in Germania secondo il quale il 90% dei maltrattamenti tra le mura domestiche non viene denunciato alla polizia. In Ticino vi è una segnalazione al giorno per violenze in famiglia. Presumendo che la statistica germanica valga anche per il Ticino, si ha la dimensione del fenomeno. Devo aggiungere, inoltre, che un confronto con il passato è comunque difficile, visto che è da pochi anni che si dispone di una statistica precisa.”

E qual è la forma di violenza più diffusa?

“Quella psicologica, poi segue quella fisica. Ma la prima è la più difficile da denunciare e da dimostrare, perché è difficile avere delle prove. In Germania è stata varata una legge contro lo stalking, che consiste in un insieme di comportamenti ossessivi e molestie volti a controllare una persona, spesso un componente della famiglia. Si tratta di un tipo di violenza molto presente anche da noi, che non lascia lividi, ma una traccia molto forte nella psiche umana.”

 

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