22/08/2005

L’ideale Massimo e le vendette Fini.


Di Oscar Acciari (“la Regione, 22 agosto 2005)

“Il mio torto è stato quello di rifiutare ostinatamente, cocciutamente, “infeudamenti” a partiti, fazioni, correnti, lobbie e di non accettare sottomissioni umilianti”. E’ questa la risposta che Massimo Fini dà a chi gli chiede di spiegare come mai uno scrittore come lui, considerato un brillante giornalista negli anni Settanta, non firmi articoli sui più prestigiosi giornali italiani. Molti scrittori devono ricorrere al giornalismo per trovare da vivere, Fini è un giornalista che si è inventato un’altra professione - quella di autore di libri e di saggi - per sbarcare il lunario. Nella sua ultima opera “Sudditi, Manifesto contro la Democrazia”, pubblicata lo scorso anno, invita a mettere in discussione la convinzione, fortissimamente radicata nella nostra cultura, che la democrazia “è il migliore dei sistemi politici possibili”, al punto da giustificarne l’esportazione anche con la forza. Il giornalista, che si è dovuto mettere a scrivere libri, riflette sulla situazione umiliante che il cosiddetto cittadino democratico è costretto a vivere e sulla condizione dell’uomo contemporaneo.


Le democrazie moderne

Chi sono i veri sudditi?

“I sudditi sono i cittadini comuni delle democrazie. In realtà le democrazie sono sistemi di oligarchie, di minoranze organizzate che schiacciano il cittadino comune che vorrebbe essere libero, che non vorrebbe infeudarsi a partiti, a lobby o a clan, di cui però diventa la vittima designata. Queste oligarchie, sottratte ad ogni controllo, sono le vere detentrici del potere. Se lei pensa a quello che succede in Italia, può costatare come le oligarchie politiche, economiche, finanziarie e bancarie si muovano, al di fuori della legge, liberamente e impunemente. A farne le spese è il cittadino comune.”

Nella sua ultima opera lei descrive l’uomo politico come qualcuno privo di intelligenza. Sembrerebbe che per diventare politici occorra essere una persona senza particolari qualità….

“Io costato che queste minoranze organizzate sono praticamente delle aristocrazie. Ma rispetto alle aristocrazie storiche sono molto diverse. Nel feudalesimo, per esempio, il feudatario, il nobile, doveva difendere il territorio con le armi e doveva garantire la giustizia. Chi deteneva il potere doveva avere alcune qualità e alcuni obblighi. Nelle aristocrazie moderne, invece, l’uomo politico non ha nessuna qualità specifica. E’ un uomo senza qualità. O, meglio, la sua vera qualità è di non averne alcuna.”

Ma questo è il ritratto di chi appartiene alla classe politica italiana oppure di chi fa politica in generale?

“E’ il ritratto dell’uomo politico in generale. La causa va ricercata nei meccanismi di selezione della classe politica. Il cittadino non sceglie i candidati. Essi, infatti, vengono proposti dagli apparati di partito. Non sceglie nemmeno gli eletti, perché nei sistemi elettorali, proporzionali ma anche maggioritari, in realtà essi vengono scelti dalle oligarchie dei partiti. Al cittadino rimane soltanto la possibilità di scegliere l’oligarchia dalla quale essere schiacciato. Detto questo, va sottolineato come l’Italia sia un caso patologico. In Italia i cittadini non decidono ormai più nulla; vengono chiamati ogni cinque anni a legittimare il sistema. Per lo meno in Gran Bretagna la democrazia ha una qualche parvenza per essere considerata tale e la mantiene…”

Ma questo è il profilo anche dell’uomo politico impegnato nel microcosmo locale?

“Nelle piccole realtà locali le cose cambiano, anche in un paese disastrato come l’Italia. Il sindaco di un piccola città si deve infatti confrontare, attraverso un rapporto diretto e immediato, con i propri amministrati. Si ritorna alle forme di democrazia diretta per un ambito circoscritto. Ma il processo di globalizzazione in atto a tutti i livelli, ci conduce verso una direzione opposta alla creazione di piccole realtà. La Svizzera è il paese che più si avvicina alla democrazia diretta. Il vero problema delle cosiddette democrazie va ricercato nel sistema della rappresentanza.”

Ma ci sarà un politico che lei ha apprezzato o che apprezza…

“Certo. Non penso che tutti i politici siano mediocri o mascalzoni. Però sono tutti prigionieri del sistema. Una persona per cui ho avuto molta stima e molto rispetto è Umberto Bossi. Ha avuto il merito di creare una vera opposizione, visto che il Partito Comunista si era consociato al potere. Soprattutto nella sua prima fase la Lega rappresentava un’opposizione interessante per idee come la riscoperta dell’identità e la difesa del localismo e per la sua tendenza all’antiamericanismo, intesa come non subordinazione a una potenza imperiale. Tutte idee che Bossi, alleandosi con Berlusconi, che è più americano di Bush, ha dovuto abbandonare. Oggi, però, delle sue idee di fondo non c’è più nulla.

Ma per uno scrittore saggista come lei Bossi non è un politico troppo grossolano?

“L’eccesso di raffinatezza alle volte nasconde ben altro. In Italia i cambiamenti sono stati tentati (poi abortiti) da due uomini abbastanza rozzi, ovvero da Umberto Bossi e, sul piano giudiziario, da Antonio Di Pietro. Se avessimo dovuto aspettare gli intellettuali raffinati, stavamo ancora con il CAF (Craxi, Forlani e Andreotti, ndr). Purtroppo coloro che hanno governato dopo, hanno fatto ancora peggio. Non ho il mito delle posate buone e del parlare forbito. Bado alla sostanza. Preferisco uomini rozzi che pseudointellettuali fannulloni e che non esercitano la critica, l’unica cosa che dovrebbero fare. In Italia, con la connivenza di tutti i giornali, sono state permesse al presidente del Consiglio cose inaudite, leggi ad personam o per gli amici. Gli intellettuali hanno fatto silenzio, non sono intervenuti. Quando sono andati all’attacco, è stato soltanto per difendere gli interessi della “banda di Sinistra”.”

Ma lei di Bossi condivide anche la posizione sul tema dell’immigrazione?

“No. Bossi avendo perso tutte le idee buone, ha premuto l’acceleratore sulla parte meno valida della politica della Lega. Non è che l’immigrazione non sia un problema, ma occorre chiedersi come mai c’è. L’immigrazione esiste, perché il modello di sviluppo occidentale non fa che occupare e devastare il cosiddetto Terzo Mondo, talvolta riducendo paesi alla fame. Ricordo che l’Africa era autosufficiente fino agli anni Sessanta. E’ chiaro che la gente che non ha più un proprio habitat, cerca di raggiungere il centro dell’impero. E’ ovvio che, poi, con l’arrivo degli immigrati in Italia nasca una guerra tra poveri. E a loro cosa dobbiamo raccontare? I leghisti non si interrogano sull’origine del fenomeno dell’immigrazione, così come la classe dirigente non si chiede da che cosa nasca il terrorismo, ma si limita a condannarlo”.

Il Giornalismo e l’asservimento politico

Lei dice di essere silenziosamente emarginato nel giornalismo, dopo essere stato considerato, negli anni Sessanta, un giornalista brillantissimo. Comunque continua a godere di un certo prestigio. Possibile che lei non sia un giornalista ambìto?


“Proposte di lavoro da giornali importanti non ne ricevo più. Lavoro per giornali locali marginali (che comunque ringrazio) come “Il Gazzettino di Venezia”. Collaboro inoltre con “Il Giorno”, “Il Resto del Carlino” e scrivo per “La Nazione”, dove sono a malapena sopportato. Sono comunque tutte testate locali. Sono riuscito a mantenermi a galla, facendo dieci per ottenere uno. Per chi ha appoggi politici basta fare meno di uno per ottenere dieci. Mi sono salvato grazie all’editoria, in cui conta ancora il mercato (e lo dice una persona che ha molte riserve nei confronti del mercato). Negli anni Novanta i miei libri hanno cominciato ad essere molto diffusi. “Il Vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto antimodernità” è stato il libro di saggistica più venduto nel 2002. Le mie opere hanno successo, ma non vivo di quello che era effettivamente il mio mestiere…”

Ma ci sono giornalisti effettivamente liberi?

“Sì, ci sono ma, in linea di massima e nel complesso, si può affermare che il sistema dei media è al servizio del potere. Non a caso i mezzi di informazione vengono chiamati gli strumenti del consenso. Ciò non esclude che alcuni singoli giornalisti cerchino di fare e facciano onestamente i loro mestiere. Tra questi vi è, per esempio, Gian Antonio Stella che scrive per il “Corriere della Sera”. Ma sono delle eccezioni. Tra i commentatori e gli editorialisti non ne esiste uno che non sia schierato. Il giornalista non deve essere schierato da nessuna parte. Non deve salire su nessun carro.”

Da giornalista lei si occupò del caso Calabresi. Proprio su questo giornale recentemente (“la Regione” del 30 luglio, ndr) abbiamo ospitato le considerazioni di Adriano Sofri. Lei cosa ne pensa di colui che è stato considerato il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi?


“Sofri è stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana. Non è considerato il mandante dell’omicidio Calabresi, è il mandante dell’omicidio Calabresi. Una delle cose più straordinarie di tutta questa vicenda è che una persona di questo genere scriva sul più importante giornale italiano di Sinistra ( “la Repubblica”) e sul più diffuso settimanale di Destra (“Panorama”). Sono cose inaudite che penso non possano accadere in altri paesi. Sui fatti, per quanto possa contare la mia opinione, le posso dire che ho seguito il processo Calabresi e che secondo me Sofri è responsabile di quel delitto. Ma l’opinione da me maturata non conta nulla, dinanzi a una sentenza definitiva della magistratura”.

Ma lei considera il pentito Leonardo Marino attendibile, nonostante tutte le contraddizioni emerse a livello processuale?


“Certamente. Io ho conosciuto Marino. Non era il pentito che stava in galera, non era ricercato. Non aveva nessun interesse a raccontare questa vicenda, perché se ne stava tranquillamente libero a vendere frittelle. Ha rischiato di farsi undici anni di galera per aver confessato. Soltanto la prescrizione del reato, proprio perché Sofri è riuscito a dilazionare nel tempo il momento del giudizio, ha fatto sì che non scontasse la pena in carcere. Quando mi chiamano talvolta in qualche università o in qualche liceo per alcune lezioni di giornalismo, dico: “Ammazzate un commissario di polizia e diventerete i principali editorialisti dei più importanti giornali.”

Non le pare un’affermazione molto severa?

“Assolutamente sì. Ma l’ho detto e continuo a dirlo, perché questa vicenda è un segno del totale malcostume vigente in Italia. Bettino Craxi, condannato a dieci anni e mezzo per gravissimi reati, è potuto fuggire dal paese, gettando fango sulle istituzioni e sulle leggi di uno stato di cui era stato Presidente del Consiglio. Non era stato definito un latitante, ma un esule, come Sandro Pertini o i fratelli Rosselli. Sono segni gravi del venir meno di un minimo etico. Come si può lottare contro la corruzione, quando la classe dirigente si comporta in questo modo? Quando il Presidente del Consiglio ha processi in corso o evita la giustizia, grazie soltanto alla prescrizione? E a causa del suo comportamento, non c’è terrorista, preso con le mani nel sacco, che non affermi di essere vittima di un complotto politico o della magistratura. Beati voi che vivete in Svizzera, l’Italia è un paese in cui sono venuti a mancare i fondamentali.”

Le ha conosciuto personalmente Oriana Fallaci. Come valuta il suo percorso giornalistico e le sue sortite nei confronti del mondo islamico?

“Io ho conosciuto Oriana Fallaci negli anni Settanta, quando scrivevo per l’Europeo. Mi pare che dalla morte di Alekos Panagulis non sappia più coniugare passione e ragione. Le affermazione contenute nei suoi scritti, nei suoi libri sono degli insulti senza argomentazioni. Anche lo stile (un tempo molto rigoroso) non è più quello di una volta. Ma il problema non è Oriana Fallaci, piuttosto il successo dei suoi libri. Ciò significa che basta poco per destabilizzare l’opinione pubblica. Il fascismo non s’afferma in virtù dei fascisti, ma soprattutto per l’opportunismo e la viltà di chi si adegua ad esso. Personalmente critico il “Corriere della Sera” che utilizza persone come Oriana Fallaci per vendere più copie. Penso che i suoi libri tra cinquant’anni verranno letti come “Mein Kampf “ di Adolf Hitler.”


La scheda

Massimo Fini ha 62 anni. Laureato in giurisprudenza, comincia la sua attività giornalistica nel 1970 all’Avanti. Nel 1972 passa all’Europeo, settimanale che lascia nel 1979. Agli inizi degli anni Ottanta è animatore, insieme al fondatore Aldo Canale, di “Pagina”, mensile di politica e cultura. Nel 1982 passa al Giorno, giornale che lascerà dieci anni dopo per l’Indipendente di Vittorio Feltri. Nel frattempo, nel 1985, torna a lavorare anche per l’Europeo e cura la rubrica “Il Conformista”. Quando Feltri abbandona l’Indipendente per il “Giornale” di Silvio Berlusconi, si rifiuta di seguirlo. Attualmente collabora per “Il Gazzettino”, il “Giorno”, “La Nazione” e “Il Resto del Carlino”. Ha partecipato alla rifondazione del “Borghese”. Ha scritto opere “La ragione aveva torto?” (Camunia, 1985 e Marsilio, 2004, in edizione tascabile); “Elogio della guerra” (Mondatori 1989 e Marsilio 1999); “Il Conformista” (Mondatori 1990); “Nerone, 2000 anni di calunnie” (Mondadori 1993); “Catilina, ritratto di un uomo in rivolta” (Mondatori 1996); “Il denaro, sterco del demonio” (Marsilio 1998); “Dizionario erotico, manuale contro la donna a favore della femmina” (Marsilio 2000); (Nietzsche, L’apolide dell’esistenza” (Marsilio 2002); “Il servizio oscuro dell’Occidente” (Marsilio 2003). La sua ultima opera è “Sudditi” (Marsilio 2004). Fini è anche autore dell’opera teatrale “Cyrano, se vi pare”, in cui ha scoperto un nuovo ruolo, quello di attore. Si tratta di un’esperienza nata dall’incontro con il regista Eduardo Fiorillo.


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19/08/2005

Rimandati a casa ieri sera dopo che un´inchiesta interna ha appurato che i quattro si sono salutati con il gesto nazista

BERNA, 19 ago (ats) Due sottufficiali e due giovani in servizio di leva della scuola reclute granatieri di Isone (TI) sono stati rimandati a casa ieri sera dopo che un´inchiesta interna ha appurato che i quattro si sono salutati con il gesto nazista e hanno espresso considerazioni razziste e d´estrema destra. Lo scopo del provvedimento è l´approfondimento dell´inchiesta da parte del Servizio per la lotta contro il razzismo.

La misura, d´ordine amministrativo, non arreca per ora pregiudizio alcuno ai quattro, indica un comunicato del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS). Concretamente si tratta di appurare se i militari siano già stati identificati in passato come estremisti di destra, ha detto all´ats il portavoce dell´esercito Felix Endrich.

Durante la carriera militare i due sottufficiali probabilmente non sono stati riconosciuti come estremisti di destra grazie alla loro riservatezza, ritiene il portavoce.

L´esercito garantisce la libertà d´espressione quale diritto inalienabile. Affermazioni, gesti e azioni estremistici, di qualsiasi natura essi siano, non possono però essere tollerati, indica il comunicato.

I risultati dell´indagine determineranno la natura dell´eventuale sanzione, che può coprire un vasto spettro di possibilità, dall´arresto alla multa passando ad esempio per un divieto di promozione.

Nel caso in cui la sanzione dovesse corrispondere con l´assegnazione ad altra unità, si provvederà ad impedire il contatto con la truppa dirigendo i militari in un pool piuttosto che una formazione, ha detto il portavoce. Il provvedimento estremo consisterebbe nell´esclusione dall´esercito, ma potrà essere attuato solo dopo una condanna da parte di un tribunale militare o penale.

Le manifestazioni d´estrema destra erano state osservate una settimana fa da alcuni ufficiali e soldati. Il comandante della scuola granatieri ha svolto un´indagine interna che ha condotto alla decisione di ieri sera.

Tabagismo: divieto di fumo sul lavoro aiuta a smettere

BERNA, 19 ago (ats) Un ambiente di lavoro in cui la sigaretta è vietata aiuta anche i più incalliti fumatori a smettere o perlomeno a provarci. Lo rende noto l´Associazione svizzera per la prevenzione del tabagismo (AT). Rimane il fatto che i fumatori tendono a minimizzare i rischi per la salute generati dal tabacco.

Queste conclusioni sono tratte da due studi condotti negli USA e validi anche per la Svizzera, secondo AT. Se il fumo è vietato sul posto di lavoro, i fumatori hanno da due a tre volte più probabilità di abbandonare la sigaretta. Coloro che invece persistono, consumano in media quattro sigarette in meno al giorno. Questi "successi" risultano meno rilevanti se sul posto di lavoro viene istituita una zona riservata ai fumatori.

In Svizzera tre persone su dieci lavorano in un´azienda in cui il tabagismo è autorizzato ovunque, senza limitazioni, rileva AT. Secondo un´indagine, quasi la metà delle persone attive che non fumano e un terzo di coloro che fumano vorrebbero che la sigaretta venisse vietata sul lavoro o che le zone adibite al fumo venissero ridotte.

In quattro Paesi europei sono già in vigore leggi a tutela di posti di lavoro senza fumo: in Finlandia, Irlanda, Italia e Malta. Dal primo giugno 2005 anche in Svezia la salute della popolazione ha la priorità sugli interessi economici dell´industria del tabacco. La richiesta di posti di lavoro senza fumo poggia su dati di fatto inequivocabili. In Svizzera ogni giorno muore una persona, benché lui o lei non abbia mai fumato: ha respirato fumo passivo, avverte AT.

01/08/2005

Il primo agosto di Adriano Sofri

 

Il primo agosto di Adriano Sofri

di Oscar Acciari

(da "La Regione", 20 luglio-1° agosto 2005)

Festeggerà anche lui il primo di Agosto. La Festa nazionale svizzera non c’entra nulla. Adriano Sofri lunedì compie 63 anni. Dopo otto anni di reclusione totale nel carcere Don Bosco di Pisa, forse questo compleanno avrà un gusto un po’ diverso. Da poco più di un mese Sofri esce dal carcere il mattino per recarsi alla biblioteca della Scuola Normale Superiore. La sera torna a dormire in carcere. Il giudice di sorveglianza di Pisa ha dato all’ex leader di Lotta Continua il nulla osta per il lavoro esterno. Condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano, Sofri, che si è sempre proclamato innocente, ha già scontato un terzo della pena. Proprio questo requisito ha permesso che venisse applicato l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che disciplina il lavoro al di fuori del carcere. Un articolo applicato anche se l’ex massimo esponente del disciolto gruppo extraparlamentare di sinistra formalmente non ha inoltrato nessuna richiesta, come per la grazia, di cui si discute tanto in Italia. Sì, perché il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha dichiarato che è giunto il momento di concedere la grazia a Sofri. Di parere diverso il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Il problema istituzionale è finito alla Corte costituzionale, nonostante l’ex leader di LC di chiedere la grazia proprio non ne vuole sapere.

Sofri venne condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, poiché considerato il mandante dell’omicidio di Calabresi, il commissario che indagava sulla strage di Piazza Fontana (avvenuta il 12 dicembre 1969 e in cui sedici persone persero la vita e ottantotto rimasero ferite), poi accusato da LC di aver avuto un ruolo nella morte di Pino Pinelli, un anarchico fermato nel corso delle indagini e protagonista di una sospetta caduta mortale dal quarto piano del palazzo della questura di Milano dopo tre giorni di detenzione. La condanna dei tre, dopo processi fatti e rifatti, è stata basata sulla presunta confessione dell’ex militante di LC Leonardo Marino, che raccontò ai giudici, sedici anni dopo i fatti e tra molte contraddizioni, di essere stato una delle due persone ad avere ricevuto l’ordine da Sofri e Pietrostefani di uccidere Calabresi, precisando che a sparare era stato il suo collega Bompressi. Dopo un iter giudiziario molto complesso e impossibile da riassumere, il 24 gennaio del 2000 i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Venezia rigettarono la revisione del processo, nonostante fosse stata dimostrata la non attendibilità di Marino (prosciolto per la prescrizione del reato), nonché la fragilità delle prove delle sentenze di condanna precedenti. I giudici ritennero di riconfermare le pene comminate. A seguito di questa vicenda da anni in Italia si è creato un vasto movimento di opinione a favore della scarcerazione dell’ex leader di LC che ha coinvolto anche personalità del mondo politico che si definiscono di Destra. Di Sofri in Italia si discute per la concessione della grazia a un uomo considerato un raffinato intellettuale (scrittore e giornalista), che testimoniò le atrocità che stavano avvenendo nell’ex Jugoslavia e in Cecenia e che si indignò dinanzi ai massacri dei civili e alla cosiddetta “pulizia etnica”. Tra il ’94 e il ’95 visse a Sarajevo raccontando, da inviato del quotidiano italiano “L’Unità”, l’assedio della capitale bosniaca, dove i cecchini serbi dai tetti delle case e dalle colline circostanti non risparmiarono nessuno, né anziani, né donne e bambini. Con una telecamerina filmò la vita quotidiana, asserendo che quella in atto non era una mera guerra civile e condannando l’ignavia dell’ONU. Molti ricorderanno i reportage di Sofri proposti da “Mixer”, programma all’epoca in onda su Rai Due. Ma qualcuno ricorderà anche le sue testimonianze da Grozny, nel febbraio del 1996. In Cecenia l’ex leader di LC tornò qualche mese dopo per occuparsi direttamente del rilascio di tre volontari italiani (rimasti prigionieri degli indipendentisti per ben 64 giorni), impegnati nell’organizzazione InterSos, sfruttando i suoi contatti, le sue amicizie influenti che aveva stretto mentre girava i suoi reportage.


Il Carcere e la Grazia

E’ tornato alla normale di Pisa. Lavora fuori dal carcere, sente di essere tornato ad una vita normale?

“Sono tornato ad una vita seminormale, nel senso che la mia vita diurna è diventata normale. Ma forse, come diceva un importante autore, le mezze verità sono peggio delle bugie. La vita potrebbe apparire più assurda di prima, nel senso che io passo dodici ore in carcere, in una brutta cella con il caldo e le formiche, mentre di giorno vengo qui e lavoro negli ampi spazi di questo magnifico palazzo rinascimentale con la facciata dipinta dal Vasari…”

Come festeggerà il suo compleanno?

“Da parecchio tempo non sono entusiasta di festeggiare il mio compleanno. Il vantaggio è che avviene in un’estate particolarmente piena di avvenimenti da passare inosservato. Spero che la stessa cosa non accada per la vostra festa nazionale. Ma se le interessa, posso dirle che ho già chiesto un permesso per trascorrere qualche giorno con i miei familiari e non posso averne un altro. Farò le cose che ho fatto nell’ultimo mese. La sera tornerò in carcere, dove un gruppetto di ragazzi “coinquilini” hanno organizzato una festa in un cortiletto di cemento.”

Continuerà a rifiutarsi di chiedere la grazia? Il suo comportamento va giustificato con il fatto che chi si ritiene innocente, non chiede la grazia che, in sostanza, è un provvedimento di clemenza?

“Io non mi ritengo innocente, sono innocente. La mia chiaramente non è un’opinione. Il problema non è la compatibilità fra la grazia e l’innocenza. Ugo Foscolo scrisse: “…Né muover l’erba mi parea danzando”. La grazia è qualcosa che quando balla, non muove nemmeno l’erba. E’ talmente nobile e al di sopra di tutto che si può sposare con altre cose nobili della vita, come l’innocenza. Non ho nessuna intenzione di chiederla, perché non ne ho voglia. Perché mi sembra che la mia storia vada bene così e che abbia una sua “coerenza alla rovescia” che non intendo turbare troppo”.

 Da Srebrenica a oggi 

Lei in passato, parlando dell’esperienza di coloro che avevano aderito con lei a Lotta Continua, disse che avevate un’ideologia che avrebbe consentito ad alcuni dei militanti di arrivare sino al punto di uccidere. In un’altra circostanza dichiarò che si trattava di riconoscere un passato in cui la responsabilità collettiva aveva prevalso su quella individuale. Può accadere così spesso? E’ quello che accade ad un terrorista islamico?

“Io penso che succeda abbastanza spesso che il sentimento di responsabilità collettiva prevalga su quella individuale, ma non penso si possano fare confronti tra situazioni diverse. Estendere un ragionamento del genere, ci porterebbe a tragedie immani, come è avvenuto per chi ha abbracciato il nazismo o lo stalinismo. Si tratta di fissare il limite entro il quale si decide questo comportamento. Credo che nel terrorismo islamista ci sia un sentimento di abnegazione, non tanto per ragioni religiose, ma per ragioni ideologiche e, prima ancora, psicologiche. E utilizzo la parola “abnegazione”, perché la lingua italiana ci ha fornito un temine adatto per esprimere questa condizione: ovvero la devozione assoluta per una causa fino alla negazione, alla cancellazione di sé stessi per essa. Il kamikaze non è il martire disposto a morire per la propria verità, ma è il martire, lo shahid, che brama di morire e di ammazzare gli altri per conquistarsi un posto nel proprio immaginario e stupidissimo paradiso.”

Lei fu il protagonista indignato di un deciso appello per l’intervento delle forze internazionali all’epoca dell’assedio di Sarajevo e di Srebrenica. Esse furono incredibilmente assenti di fronte al martirio di milioni di persone. Nel corso del tempo le organizzazioni internazionali sono intervenute in casi diversi e con modalità differenti (si pensi al Kosovo, all’Afghanistan e all’Iraq). Lei cosa pensa di quegli interventi?

“Io distinguerei drasticamente le situazioni. L’intervento in Iraq ai miei occhi era assolutamente ingiustificato. E’ stata una decisione sbagliata e- temo- disastrosa. Ora il problema è quello di misurarsi con le sue conseguenze e con la situazione attuale. Non bisogna fare diventare il rifiuto di condividere quella scelta una ragione per sentirsi fuori gioco anche oggi e per rinunciare ad essere coinvolti e impegnati nella difesa della possibilità di libertà, di democrazia e della stessa sopravvivenza delle persone di quel disgraziatissimo paese. Per l’Afghanistan la situazione era diversa. E ancora differente era la situazione per i due interventi nei paesi della ex Jugoslavia. Io invocai per anni l’intervento in Bosnia, dov’era in corso l’assedio e il bombardamento di intere città, come a Sarajevo e a Srebrenica. Non intervenne l’ONU (che si macchiò di vergogna e infamia), ma la Nato per una decisione essenzialmente americana e dopo l’assedio cittadino più lungo della storia contemporanea. Fu un disastro per le Nazioni Unite e per l’Europa. In quella circostanza ero favorevole all’intervento, giunto troppo in ritardo. Per il Kosovo io credo che l’intervento fosse giustificato, ma non il modo. C’è differenza tra un intervento di guerra e un intervento di polizia. E non considero questa differenza un facile gioco di parole per addormentare la coscienza. Credo infatti che l’azione di polizia internazionale debba rendere conto a una legge esistente ed esercitare una forza proporzionata all’obiettivo. Ma in Kosovo l’ingerenza internazionale raggiunse il livello dell’intervento militare, passando la mano ai generali. In realtà nessuno aveva dichiarato guerra a nessuno. Io penso che affrontare la questione della polizia internazionale, sia un dovere prioritario.

E oggi secondo lei cosa non va sottovalutato?

“Oggi c’è un problema che nessuno di noi può considerare prerogativa esclusiva di Bush o di Blair… E’ il problema del nucleare militare (o della bomba atomica) in Iran. Esso riguarda ognuno di noi. Che fare di fronte a un governo, come quello guidato da Mahmoud Ahmadinejad, da un vincitore di elezioni palesemente squadrista ed eccitatore della parte più frustrata del paese? La polizia internazionale che vuole occuparsi di nucleare, non può certo andare in Iran con una squadra di vigili urbani. Ma la difficoltà non deve impedire di affrontare il problema, anzi deve forzare ad affrontarlo nel modo più chiaro e concreto.”

Sul tema dell’intervento, lei aprì un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana. Nel maggio ‘95 scrisse sull’Unità che “….Una Sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e delle libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l’impiego della forza Onu e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia Erzegovina…”

“A me sembra molto grave che le persone che sono convinte di amare la pace e di impegnare sé stesse fino all’ultima risorsa per essa, non capiscano che la condizione essenziale di una fattiva difesa della pace è il soccorso agli inermi, agli aggrediti, a coloro che vedono minacciata l’incolumità fisica e la dignità personale. Così facendo si lascia campo libero non tanto ai militari, ma ai militaristi, a quelli che hanno una ragione per intervenire con lo spiegamento di una forza esuberante. Penso che desiderare un impiego legale, misurato e moderato della forza sia una condizione per amare la pace.”

Lei sostiene che spesso la Sinistra non propone nessuna alternativa all’interventismo…

“Io penso che la Sinistra non si ponga il problema di un’alternativa. C’è una Sinistra che ignora il problema con esiti catastrofici. Per esempio, quando gli Stati Uniti insistevano per l’intervento militare in Iraq e in Europa erano in corso la magnifiche e mirabolanti manifestazioni per la pace, non trovò nessuno spazio l’opposizione a Saddam Hussein e l’auspicio che il dittatore iracheno se ne andasse. Alla fine queste manifestazione rischiarono di tramutarsi in una sorta di sostegno al delirio di onnipotenza del tiranno iracheno, che immaginò di trovare in esse una sponda a cui appoggiarsi per rendere più debole la minaccia dell’intervento. Si tratta di un comportamento gravissimo che pregiudica la bontà dei sentimenti dei pacifisti.”

Sappiamo che politologi e filosofi ritengono insostenibile la giustificazione, secondo la quale l’intervento in Iraq è stato voluto per esportare la democrazia. Ma come sarebbe stato possibile, con il senno di poi, intervenire per impedire il massacro degli sciiti e dei curdi?

“Il massacro degli sciiti e dei Curdi fu dovuto alla ritirata, avvenuta nella prima Guerra del Golfo, degli Americani e dei loro alleati, che avevano promesso di arrivare sino a Bagdad, alimentando la loro speranza di liberazione. Vennero abbandonati proprio quando scesero in piazza, provocando la repressione del regime di Saddam. Ci fu ancora una volta l’opportunismo della comunità internazionale sconfinata nella vigliaccheria. E’ molto difficile dire cosa sarebbe giusto fare. Bisognerebbe combinare tutti gli strumenti, fino all’impiego di una forza legittima e proporzionata. In ogni caso c’è un confine che non bisogna superare, ed è quello del pronto soccorso. Ci sono circostanze in cui non si può considerare in discussione la necessità di un intervento. Quando è palesemente in corso un genocidio, occorre intervenire. Il problema è che quella che noi chiamiamo comunità internazionale non esiste o esiste in forma caricaturale.”

L’immagine della Svizzera

Che immagine si è fatto della Svizzera?

“Io ho un’immagine della Svizzera quasi idilliaca. Talvolta incontro degli cittadini svizzeri che mi disilludono, raccontando che il vostro Paese è una sorta di sentina per tutti gli affarismi. Io ho iniziato a pensare seriamente alla Svizzera, cantando “Addio Lugano bella”. Conosco troppo poco la Svizzera e difficilmente potrei dire qualcosa con cognizione di causa. Comunque ultimamente ho maturato l’idea, pensando alle sue posizioni verso l’Europa e l’immigrazione, che sia un museo vivente.


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