26/11/2005

La priorità del male

di Oscar Acciari

("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )

Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.

“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.

I diritti fondamentali

Professor Veca, lei nella sua ultima opera  mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…

“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati  molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è:  “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.

Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori  da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?

“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”

Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?

“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”

E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?

“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”

Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…

“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”

Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…

“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin  Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare  “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”

Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?

“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.

E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo,  si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?

“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante.  Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo  però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”

In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare  le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?

“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”

L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi

Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?

“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del  confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”

Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male,  purché non si occupi d’altro?

“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”

In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?

“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della  spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.

Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…

“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte  consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”

Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi  invece si offendono…

“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”

Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…

“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”

L’offerta filosofica

Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?

“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni  alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.

04/11/2005

“Svizzera, patria dell’anima”

 

intervista con il Prof Arturo Colombo, a quarant'anni dalla pubblicazione del capolavoro di Ingazio Silone "Uscita di Sicurezza"

di Oscar Acciari (tratto da "LaRegione Ticino", 24 febbraio 2005)

Quest’anno si celebrano i quarant’anni di “Uscita di Sicurezza” di Ignazio Silone, l’opera in cui l’autore (all’anagrafe Secondo Tranquilli) racconta la propria vita, ma in cui propone anche dei veri e propri saggi rivelatori del suo pensiero. Nato il 1° maggio 1900 a Pescina dei Marsi (in provincia dell’Aquila, in Abruzzo), Silone viene ricordato per l’opera “Fontamara”, ambientato nella sua terra, la terra della miseria dei cafoni, e che venne considerato da Carlo Rosselli, “il più bel romanzo sociale italiano”. Ma Silone sentiva nell’intimo anche un’altra terra, la Svizzera, terra d’asilo. E nel percorso esistenziale e letterario di colui che si definiva “un cristiano senza Chiesa e un socialista senza partito”, c’è Locarno e il Locarnese, in cui visse alcuni anni e in cui è ambientato il romanzo “La Volpe e le Camelie”, purtroppo poco conosciuto. Un’importante testimonianza delle frequentazioni e dei sentimenti di Silone a Locarno appare nel racconto della giornata dell’11 maggio in “Diario 1943-1944. Un fuoriuscito a Locarno” di Filippo Sacchi, a cura di Renata Broggini (Edizione Casagrande, Lugano). Dice il Sacchi, raccontando dell’incontro con Silone: “… Mi dice come, dopo dieci anni di isolamento assoluto e di lontananza da ogni partito, si sia risolto di rientrare nel socialismo. È in fondo il suo terreno di azione, nel quale può ancora farsi ascoltare. “E’ la mia parrocchia” dice. (Il che ha un suono bizzarro, perché in gioventù Silone aveva incominciato a studiare da prete). Frutto di tutte le esperienze e i disinganni passati, è la convinzione che compito principale e urgente sia di formare le masse italiane a una coscienza di civile dignità e di consapevolezza, e in questo senso ha l’impressione che può forse lavorare utilmente…”

A Zurigo Silone, esule dalla fine del ’29, aveva assunto la direzione del Centro estero del PSI e per l’attività, ritenuta illegale, venne arrestato nel dicembre del 1942. Fu accusato di svolgere attività “cospirativa” insieme ad altri cosiddetti fuoriusciti.. “Io sono in grandissima parte debitore alla Svizzera. Il mio debito morale verso questo paese (verso i suoi grandi educatori del passato presso i quali sono tornato a scuola e verso le centinaia e migliaia di amici che qui ho conosciuto) è così grande che io spero di poterlo mai restituire. E’ uno di quei debiti cui può far riscontro una gratitudine, una nostalgia, un amore di tutta una vita.” Sono parole di Ignazio Silone scritte alla procura federale di Berna il 17 dicembre 1942 nella Caserma di Zurigo, poi pubblicate ne “Il Memoriale dal carcere svizzero” (a cura di Lamberto Mercuri, Lerici, Roma, 1979). E nel Memoriale di Silone compaiono le idee, i veri principi in cui credette, ma anche alcuni sentimenti che permettono di tracciare il suo profilo. “In Svizzera io sono diventato scrittore, ma, quello che più vale, sono diventato un uomo”- scrisse Silone, che considerava la Svizzera la patria della sua anima.

Silone appare oggi di una modernità impressionante, che neppure le recenti accuse di aver collaborato come informatore della polizia e dell’Ovra, il servizio segreto fascista, hanno potuto scalfire. Silone è colui che definisce e qualifica il socialismo liberale, che condanna il totalitarismo nero, ma anche quello rosso. E lo fa con la tessera del Partito Comunista. Arturo Colombo, professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Pavia, quindici anni fa, nel corso delle lezione di un seminario dedicato allo scrittore abruzzese, spiegava come l’ideale siloniano del socialismo “in filosofia cerchi di sostituire al determinismo economico un fondamento etico; in politica, al posto del centralismo, un federalismo integrale; in economia, al posto delle statizzazioni burocratiche, un regime pluralista che permetta la libertà di iniziativa e l’autogoverno dei produttori”. Silone, il suo ideale socialista e la sua idea d’Europa, anticipano di più di mezzo secolo la realtà. Secondo Tranquilli è un uomo tremendamente moderno. A quindici anni di distanza da quel seminario, il professore Arturo Colombo non sembra aver smarrito il suo entusiasmo per i contenuti tutt’altro che tranquilli.

Silone e la Svizzera

Professor Colombo, come definisce il rapporto tra Ignazio Silone e la Svizzera?

“In Svizzera Silone ha vissuto un quindicennio, dal 1929 al 1944. Si era fermato in Svizzera, perché diceva, con ironia sofferta, che fosse l’unico Paese dove fare la quarantena di tutta la retorica, prima gesuita-cattolica e poi marxista, che si era trascinato dietro fino ad allora. In Svizzera Silone matura la decisione di non più approdare in un altro partito, dopo l’esperienza all’interno del comunismo. Anche se a quell’’epoca stare solo comportava dei rischi, delle pesanti conseguenze, a cui Silone non rinunciò”.

Come definisce l’opera sicuramente anomala “Uscita di Sicurezza”?

“A chi gli chiedeva di scrivere un’autobiografia, Silone rispondeva che non era capace. Diceva che un buon ritratto veniva fuori da un segno a matita e il vuoto attorno. Simbolicamente “Uscita di Sicurezza” assomiglia a un mosaico, le cui tessere sono costituite da episodi di vita (come l’esperienza svizzera), ma anche da racconti storici, narrazioni di episodi rivelatori e riflessioni filosofiche. Per esempio, “Uscita di sicurezza” contiene anche il testo di una conferenza che Silone tenne a Zurigo, il 25 febbraio 1942, dal titolo “Situazione degli ex”, dove “ex” sta per ex-comunisti. In quella conferenza confessò: “Non è piacevole parlare di sé, dei propri abbagli, delle proprie sciocchezze, della propria isteria; non è divertente rivivere, anche solo nella memoria, quegli anni di incubo, eppure abbiamo il dovere di testimoniare”.

Silone e il Ticino

Importante fu anche il periodo ticinese…

“Si può datare la permanenza in Ticino tra il ‘31 e il ‘33, quando Silone si lega alla scrittrice ed artista Aline Valangin (che risiedeva a Comologno), con la quale instaurò un rapporto molto forte (fu poi lei a lasciarlo). In quel periodo scrisse una novella dal titolo “La Volpe”, tradotta inizialmente in tedesco nella raccolta “Die Reise nach Paris”. Si tratta di un’opera, che assumendo volume, diverrà la “Volpe e le Camelie”, pubblicata integralmente nel 1960, dopo essere stata pubblicata a puntate, l’anno prima, sul settimanale “il Mondo”. Il romanzo, con un intreccio molto vivace, narra i rapporti tra la popolazione ticinese, divisa tra liberali-radicali e “uregiatt”, un gruppo di rifugiati antifascisti italiani, e l’arrivo di una spia fascista, alla ricerca di qualcuno che tradisca. E’ l’unico romanzo in cui Silone ambienta tutta la storia, al di fuori della sua patria, del suo Abruzzo e in cui cita esplicitamente personaggi come Carlo Rosselli e Giovanni Bassanesi”.

Silone e il Comunismo

Silone condanna il fascismo, ma poi anche il comunismo, in un’epoca in cui non era scontato opporsi ad ogni forma di totalitarismo

“Si tratta di un’esperienza che lo segnò per tutta la vita. Silone venne espulso dal partito comunista perché non intravedeva più gli iniziali ideali di un socialismo marxista che stava a significare la liberazione del mondo e, al tempo stesso, la liberazione degli uomini dai bisogni, dalle sofferenze e dai drammi individuali e collettivi. La sua esperienza, prima nel partito comunista d’Italia (aderente alla Terza internazionale) e poi anche in Russia, gli permise di verificare e di capire come quel tipo di partito fosse finito per diventare un ingranaggio implacabile che non offriva nessuno spazio di autonomia. A Mosca, fin dal maggio del 1927 (a tre anni dalla morte di Lenin), Silone prese atto, frequentando i lavori dell’esecutivo del Komintern, che all’interno dello stesso partito non c’era più diritto di cittadinanza per chi aveva idee diverse da chi comandava al vertice. In “Uscita di Sicurezza” scrisse: “Sarà l’esperienza del comunismo a uccidere il comunismo”. Scrisse queste parole 24 anni prima del crollo del muro di Berlino. Questo vuol dire che Silone fu uno dei pochissimi a capire che il crollo del comunismo non poteva non realizzarsi. Ma l’allontanamento dal partito comunista non fu indolore e, a tal proposito, scrisse: “L’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove.. Non ci si libera facilmente, l’ho gia detto, da un’esperienza così intensa come quella dell’organizzazione comunista”. Silone, con l’ironia e quella venatura di humor che caratterizza molte sue opere, aggiunse: “Gli ex comunisti costituiscono una categoria a parte, come gli ex preti e gli ex ufficiali di carriera”.

Dunque Silone riconobbe, in anticipo, le due forme di totalitarismo, condannate anni dopo

“Sì, tant’è vero che proprio in Svizzera Silone scrisse “La scuola dei dittatori”, che narra come certi personaggi si impadroniscono del potere e lo esercitano esclusivamente a vantaggio proprio e del partito. La lezione, che Silone ci ha dato con le sue pagine, è la denuncia più cruda e documentata che lo stesso partito comunista non è un partito che salva le masse, non è un partito che realizza la cosiddetta “dittatura del proletariato”, ma che finisce sempre per produrre la dittatura del partito sul proletariato. Non solo: Silone ha riconosciuto le due grande esperienze totalitarie del Ventesimo Secolo, ovvero la declinazione rossa sovietico- stanilista, e la declinazione nera fascista-nazista, e ne ha denunciato le spietate somiglianze, di cui si parlerà solo molti anni dopo….”

 Il socialismo e la Federazione europea

Si può affermare che è proprio nel suo ideale di socialismo e di Europa che Silone dimostra di precorrere i tempi?

“Negli anni Quaranta, in piena guerra Silone diresse il quindicinale “l’Avvenire dei lavoratori”, uscito a Zurigo prima e a Lugano poi: un foglio, dal quale emergeva, in modo chiaro ed evidente, la sua idea di un socialismo depurato dalla matrice marxista, materialista, classista. In piena Guerra sperava e insisteva sull’idea che la fine del conflitto avrebbe dovuto portare non solo ad un’umanizzazione del socialismo, ma anche alla rinuncia di stati nazionali sovrani in competizione (e armati) e alla nascita della Federazione europea. L’ideale del socialismo per Silone è un tentativo di realizzare la giustizia sociale e, dal punto di vista politico, di dare vita a un ordinamento federalista europea (come sostenevano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli): quasi a voler recuperare le vecchie tesi di Giuseppe Mazzini con la sua “Giovine Europa”. Il 15 settembre 1944 (n° 17) firmò un editoriale dal titolo “Il socialismo e la Federazione europea”. Quando tornò in Italia Silone divenne un animatore del movimento federalista europeo. Il contenuto etico e civile, ancor prima che politico, del socialismo sta nella sua insistenza che la difesa dell’uomo deve sempre venire prima della natura e della tecnica industriale, così da salvaguardare i diritti e gli spazi di libertà di tutti gli uomini, al di là delle differenze di censo, di razza, di religione, di credo politico”.

Silone la Spia

Recentemente alcuni storici hanno accusato Silone di essere stato un collaboratore della Polizia e dell’Ovra, il servizio segreto fascista. A scendere in campo per difendere l’integrità di Silone, che scomparve nel 1978, ci fu anche Norberto Bobbio…

“Sono dei tentativi infamanti di utilizzare frammenti di lettere per mettere in dubbio la linearità e la coerenza di quest’uomo sfortunato e colpito da dolore. Con grande sensibilità Natalia Ginzburg ha scritto che “La vita di un uomo è vasta, ed è fatta di istanti dei quali non sappiamo nulla, di atti nobili e meno nobili, di pensieri scritti in qualche lettera o in qualche quaderno, poi magari contraddetti da nuovi pensieri, è fatta di colpe, di rimorsi, di sacrifici, ma anche di azioni generose”. Ebbene, credo che siano queste azioni generose che resteranno per sempre come il suo esempi, la sua lezione di vita”.
Insomma, se Silone fu spia, per come ha ricordato la sua figura il professor Colombo, si può concludere che fu la spia del futuro.


“Svizzera, patria dell’anima”

 

 

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