04/04/2006

Lo schermo delle regole

 

Intervista con Aldo Grasso

 

di Oscar Acciari

Tratto da "laRegione", 3 aprile 2006

L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”. A sostenerlo è Aldo Grasso, docente di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano e critico del Corriere della Sera. Aldo Grasso pensa infatti che non sia mai bello far capo a degli organi di vigilanza, a delle authority che dettino le regole alle televisioni. In Italia però c’era un grande bisogno di regole per affrontare la campagna elettorale per le elezioni politiche che si terranno il 9 aprile, una campagna dai toni aspri e dallo scontro spesso fuori dalle righe. Per questa ragione Grasso riesce a cogliere degli aspetti positivi nelle nuove regole che disciplinano i confronti elettorali a livello televisivo. “Per lo meno- dice il critico radiotelevisivo- è stata sconfitta la logorrea italiana e ciò rappresenta sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”

Politica e Tivù


Professor Grasso, a causa del conflitto di interessi di  Silvio Berlusconi, da anni in Italia non si parla che di confronto politico al livello di mass media. C’è chi sostiene che oggi i media hanno meno potere rispetto al recente passato e che l’elettore alla fine non si lascia influenzare più di tanto, perché ha maturato una propria indipendenza, una propria convinzione politica. Lei che ne pensa?
“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”

Il nuovo modo di condurre i dibattiti, con un moderatore neutrale che conteggia soltanto il tempo e che non pone domande, lasciate a due giornalisti di due testate diverse, fa sì che la politica vinca sulla televisione o che semplicemente perda la tivù dal punto di vista dello spettacolo?


“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (Clemente Mimun, ndr) che di fatto fa il vigile urbano. E’ molto strano vedere dei giornalisti che pongono delle domande abbastanza innocue. Nonostante ciò ci sono dei segnali che invece sono rivoluzionari: alludo al fatto che i giornalisti debbano formulare delle domande in trenta secondi e che i politici debbano rispondere in due minuti e mezzo. La sconfitta della logorrea italiana è sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”


Chi ha vinto il confronto Berlusconi-Prodi e come sarà il prossimo moderato da Bruno Vesta?
“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”
Come si è comportata secondo lei Lucia Annunziata nell’intervista con Berlusconi nel programma su Rai3 “Mezz’ora”?
“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

Tra tivù, seni e glutei


In un paese tradizionalista, cattolico e moralista come l’Italia, il fatto che alcuni giovani siano disposti a fare qualunque cosa pur di riuscire a lavorare in tivù, significa che la televisione ha sostituito Dio?
“No, significa che la televisione ha sostituito, molto più modestamente, l’ufficio anagrafe. Nel senso che in Italia si ha la sensazione che per essere certificati su questa Terra, per dimostrare di esistere, occorra apparire in televisione. Spesso essa ha anche sostituito l’ufficio di collocamento: ci sono infatti tantissimi giovani che non sanno che tipo di lavoro fare e che  ambiscono al cattivo modello di televisione, che mostra come si possa raggiungere, con facilità e semplicità, il successo e quindi i soldi, le belle donne, la bella vita. Di conseguenza la televisione è diventata qualcosa che occupa i sogni di molti giovani.”
Questa ossessione della tivù, dell’immagine e dell’apparire a tutti i costi, nasce da Berlusconi o ha altre radici?
“No, ha tutte altre radici. Berlusconi è uno che ha saputo cavalcare questa ossessione della televisione. Imputargli anche questa colpa, mi sembrerebbe molto sciocco. Quello che succede in Italia, accade in molti paesi. I fenomeni mi sembrano più o meno uguali dappertutto.”
Sì, ma non le pare che proporre in tutte le trasmissioni glutei e seni di ragazze, che non sembrano mostrare altre qualità, faccia apparire l’Italia come un paese che non si è evoluto molto negli ultimi anni?
“Sì, questa è una colpa del sistema televisivo italiano, fintamente concorrenziale e rimasto bloccato in altre pastoie. Il problema va ricercato sostanzialmente nella quantità. La televisione italiana dà l’impressione di “velinismo” totale, cioè che ogni programma abbia un senso soltanto se ci sono delle ragazze spogliate. Nelle televisioni di altri paesi trasmissioni di questo tipo sono bilanciate da altri programmi, di conseguenza l’impressione di fondo non è così pesante. Ma se dobbiamo parlare delle anomalie della tivù italiana, le posso dire che a me scandalizza di più il fatto che nel momento in cui la Rai, grazie a Bonolis, stava facendo una seria concorrenza a Mediaset, questa ha strapagato Bonolis per portarlo a casa propria e fargli fare un programma secondario, pur di eliminare quel poco di concorrenza che esisteva. Questo è il vero scandalo, la vera pochezza della televisione italiana. Il resto mi sembra soprattutto folclore.”
Lei condivide la riflessione di  Karl R. Popper in “Cattiva maestra televisione”, secondo la quale talvolta la censura sarebbe raccomandabile, ma siccome viviamo in liberaldemocrazie, essa non la si può attuare?
“Detta così, la cosa mi convince di più, rispetto ad altre interpretazioni. Le confesserò, infatti, che non amo molto quel libro. O meglio non amo l’interpretazione di quel libro, che è diventato un po’ il cavallo di battaglia di quelle persone che invece si sentono “buone maestre della televisione”. La televisione ha una sua “selvaggeria” di fondo, una sua “eversività” moderna che non possono essere contrastate certo con le buone intenzioni. Se il servizio pubblico facesse una televisione alternativa a quella commerciale, il discorso di Popper sarebbe quasi inutile. Il servizio pubblico dovrebbe avere un ruolo di bilanciamento. Invece ci troviamo in una situazione in cui talvolta la televisione pubblica fa un prodotto peggiore di quello della televisione commerciale. E allora invochiamo dei controlli, delle censure che sono sempre qualcosa di negativo nell’espressività e nel mondo della comunicazione. L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”, senza dover far capo a delle authority, a delle vigilanze, a dei sistemi di controllo. Affidandoci ad essi diamo l’impressione di essere dei bambini che giocano con un giocattolo più grande di loro.”


Tra satira, informazione e illegalità


In Italia hanno grande successo le trasmissioni che fanno sorridere, anche se esse fra di loro sono molto diverse. Tutte però sembrano percorrere la strada dell’illegalità, proponendo spezzoni e fuori onda per i quali non vi sono autorizzazioni (“Blob” e “Striscia la notizia”). In Italia c’è qualche speranza di ripristinare la legalità a livello televisivo?
“E’ una bella domanda. Io personalmente è da parecchio tempo che segnalo questo problema, pur amando moltissimo una trasmissione come “Blob” che è un’invenzione. Mi rendo conto però che è un’invenzione totalmente illegale. Chi ha cercato di esportare all’estero il modello di Blob, ha capito che non avrebbe mai potuto fare un programma del genere, perché in qualsiasi paese prima bisogna chiedere il permesso per utilizzare degli spezzoni e poi, eventualmente, pagarne i diritti. E invece l’Italia, patria del diritto romano, sembra aver dimenticato delle norme elementari. Lo stesso discorso vale per “Striscia la Notizia”. Va detto, inoltre, che tutto ciò che riesce ad ottenere questa grande satira ed eversità è fare processare Vanna Marchi che comunque avrebbe dovuta essere processata dal primo pretore che un pomeriggio accende la televisione e vede quello che fa. Mi sembra che sia tutto un sistema "autoconsolatorio" e autogratificante. La nostra è una satira che fa il solletico.”
Qual è la trasmissione televisiva che la diverte di più?
“Le trasmissioni che mi divertono di più sono quelle casuali, non quelle che si propongono di far ridere. Io mi diverto abbastanza davanti alla televisione. Certo ci sono alcuni comici come Piero Chiambretti, Gene Gnocchi e Luciana Littizzetto che mi divertono parecchio.”
Ma qual è il vero genio?
“Non c’è dubbio, Fiorello.”
Non crede che Emilio fede e Michele Santoro, nella loro diversità, appartengano alla stessa cultura politica del fare televisione, che nasce da lontano, dalla lottizzazione partitica e che mostra come i giornalisti debbano avere rapporti con qualche formazione politica?
“Non c’è dubbio, anche se la cosa  può scandalizzare qualcuno. In effetti Michele Santoro ed Emilio Fede sono due facce della stessa ed identica medaglia. Ed è la medaglia dell’informazione televisiva italiana, che è il vero anello debole del sistema televisivo italiano. E da anni che continuo a ripeterlo. In altri paesi l’informazione ha sempre fatto da compensazione a programmi anche peggiori di quelli italiani, dando dignità alla televisione. Invece in Italia l’informazione ha sempre viaggiato a rimorchio della politica, è una sorta di megafono, di protesi che, a poco e a poco, si è mangiata la politica. Questa è la vera debolezza della televisione italiana.”