04/01/2007
La “X” che non c’è
di Oscar Acciari da "Sì", novembre 2006
In Ticino si lavora per la parità dei sessi, ancora lontana.
La lettera “X”sta ad indicare il cromosoma femminile nel nostro codice genetico. Ma la lettera “X” indica anche il risultato di parità in una competizione sportiva. Si tratta di una parità che le donne non hanno ancora completamente raggiunto nel nostro Paese. Ma per conseguirla negli ultimi quindici anni sono sicuramente migliorati strumenti e sensibilità. Secondo una recente inchiesta dell’Ufficio federale di statistica la disparità salariale media tra donne e uomini è sostanzialmente rimasta invariata in Svizzera dal 1996 al 2002. Essa è attorno al 25%. Il 60 delle disparità hanno una motivazione ritenuta oggettiva (le donne mediamente hanno un’anzianità di servizio inferiore agli uomini, sono meno qualificate e non sono rappresentate in ruoli dirigenziali). Il 40% delle disparità salariali sono invece delle mere discriminazioni salariali.
In Ticino sono davvero poche le donne che si rivolgono all’Ufficio di conciliazione in materia di parità dei sessi, nonostante i dati mostrino che le disparità continuano ad esistere. Per questa ragione la Federazione Associazioni femminili Ticino recentemente ha presentato un progetto, attraverso il quale intende promuovere una maggiore consapevolezza sulla situazione professionale della donna. Tra gli obiettivi c’è sicuramente una migliore conoscenza da parte delle donne della Legge federale sulla parità dei sessi e dei diritti che essa garantisce. Parliamo delle discriminazioni di cui sono vittime le donne con Marilena Fontaine (foto sopra), consulente per il Consiglio di Stato per la condizione femminile
Le disparità sul posto di lavoro
Marilena Fontaine, in molti paesi europei la parità tra donna e uomo a livello retributivo è garantita dalla legge, così come un’equa ripartizione delle cariche tra i sessi. La Svizzera ha accumulato ritardo rispetto ad altri stati?
“Non parlerei di ritardo. E’ vero che in tutti i paesi europei vi sono delle legislazioni in materia di parità che regolamentano soprattutto il mondo del lavoro, ma è anche vero che le discriminazioni, le disparità salariali sono un fenomeno comune a tutti i paesi europei. Va considerato il fatto che all’interno della Svizzera vi sono delle situazioni particolari a dipendenza dei cantoni. Si tratta di differenze legate alle realtà economiche e geografiche dei singoli cantoni. In Ticino vi sono meno donne nel mercato del lavoro rispetto alla media svizzera.”
Il Ticino è un cantone di frontiera, questo fatto contribuisce dunque alla disparità salariale tra uomo e donna…
“La posizione geografica del Cantone, in una zona di frontiera, influisce sui salari. In Ticino gli stipendi sono più bassi per ragioni economiche. Inoltre i lavoratori ticinesi subiscono la concorrenza della manodopera proveniente d’oltre frontiera, disposta a lavorare a remunerazioni inferiori. I salari più bassi vengono praticati soprattutto in alcuni settori in cui la manodopera principale è caratterizzata da donne. Penso al settore alberghiero, della ristorazione e al settore dell’industria dell’abbigliamento. In queste attività la manodopera femminile rappresenta l’80%.”
Ma possibile che non ci siano degli strumenti per fronteggiare queste discriminazioni?
“Uno strumento c’è ed è la legge sulla parità dei sessi che vieta le discriminazioni salariali tra uomo e donna. Non vieta però i bassi salari. Ma al di là dei limiti della legge, si tratta comunque di uno strumento che non viene sufficientemente utilizzato.”
Esiste un modo per punire i datori di lavoro che trattano in modo diverso uomini e donne?
“Purtroppo la legge lascia la responsabilità dell’attuazione della parità dei sessi alla vittima, nel senso che per far sì che si intervenga, è la persona discriminata a dover denunciare i soprusi. La Legge non prevede l’intervento dello Stato, che non può sanzionare l’azienda che pratica discriminazioni.”
Ma, allora, non è il gatto che si morde la coda? Non pensa che chi è già in una situazione difficile, perché guadagna poco, abbia timore di denunciare il proprio datore di lavoro per paura di perdere il posto?
“In effetti motivi di insoddisfazione per questa legge esistono. Il Consiglio federale per il momento ha deciso di non riformarla, ma di puntare su misure di sensibilizzazione. E’ vero che la paura di perdere il posto di lavoro incidono parecchio sulla decisione di inoltrare una denuncia per discriminazione.”
Molte donne giovani si sentono rifiutare un posto di lavoro, perché i datori di lavoro temono che presto desiderino avere una famiglia. In che misura l’assicurazione maternità ha attenuato questo fenomeno?
“E’ un po’ presto per valutare se l’assicurazione maternità generalizzata è in grado di contribuire al contenimento di questo fenomeno. Non è tanto il congedo maternità pagato a mettere in discussione il posto di lavoro di una donna, ma le diverse situazioni che si possono presentare nel conciliare lavoro e famiglia. Capita che una donna chieda di lavorare a tempo parziale o che debba far fronte ad assenze improvvise per accudire i figli in caso di malattia. Tutto ciò per molte aziende rappresenta un impedimento al lavoro. Spesso il datore di lavoro non tiene conto che mantenere la manodopera, nonostante qualche concessione, è comunque un vantaggio”.
Quali sono i passi in cui il suo ufficio è impegnato per sensibilizzare maggiormente le aziende alla parità dei sessi e per permettere alle donne di conciliare lavoro e famiglia?
“L’Ufficio per il quale lavoro fa soprattutto opera di sensibilizzazione, rivolgendosi, in particolar modo, alle aziende. Bisogna fare capire ai datori di lavoro che le discriminazioni nei confronti delle donne non soltanto sono contro la legge, ma addirittura svantaggiose per le aziende. Si sta lavorando anche per migliorare la conciliabilità tra lavoro e famiglia. In questo senso, soprattutto a livello federale, si sta facendo parecchio per mettere risorse finanziarie a favore degli asili nido.”
Le donne e la politica
Le donne rappresentano la maggioranza della popolazione e dell’elettorato, ma non sembrano fornire il loro apporto nei momenti decisivi per cambiare le cose. A cosa è dovuto quest’atteggiamento?
“In politica ci sono più uomini a governare. In Parlamento, dove si elaborano le leggi, la presenza delle donne è molta modesta. Le donne sono arrivate in ritardo ad occupare alcuni posti di potere, in un mondo che è stato già pensato e organizzato “al maschile”. Poi c’è anche il problema del retaggio culturale, difficile da cancellare anche fra le donne, che sicuramente hanno una parte di responsabilità nel fatto che continuino ad esistere delle discriminazioni.”
Lei è favorevole all’introduzione di quote femminili in Parlamento?
“La quote femminili, anche se è una misura che piace a pochi (donne comprese), sono per me l’unica possibilità per fare cambiare le cose. Difficilmente si può inventare qualcosa per favorire la partecipazione attiva delle donne alla politica. Da noi la situazione è ancora più grave che nel resto del Paese. La presenza delle donne nel Parlamento ticinese è percentualmente la più bassa in Svizzera”.
La presenza di due donne nel Governo ticinese ha permesso di sensibilizzare meglio l’opinione pubblica sui problemi della condizione femminile?
“Negli ultimi 10-15 anni la sensibilità sulla condizione femminile è notevolmente aumentata. Fino agli inizi degli anni Novanta non si parlava di violenza domestica. Oggi il nostro Parlamento si appresta a votare una legge che permetterà di allontanare il coniuge violento dal proprio domicilio. Si sono, inoltre, adottate delle misure contro le molestie sessuali sul posto di lavoro. E’ aumentata sicuramente la sensibilità, ma non so dirle in che misura questo dato di fatto sia da imputare alla presenza di due donne in Governo.”
La violenza domestica
Crescono le violenza o le denunce?
“Le due cose non si escludono. E’ vero che i cambiamenti sociali e delle famiglie generano maggiori situazioni di conflittualità, ma rispetto al passato c’è anche più coraggio ad “accettare” meno le violenze all’interno delle pareti domestiche. Fa comunque riflettere uno studio svolto in Germania secondo il quale il 90% dei maltrattamenti tra le mura domestiche non viene denunciato alla polizia. In Ticino vi è una segnalazione al giorno per violenze in famiglia. Presumendo che la statistica germanica valga anche per il Ticino, si ha la dimensione del fenomeno. Devo aggiungere, inoltre, che un confronto con il passato è comunque difficile, visto che è da pochi anni che si dispone di una statistica precisa.”
E qual è la forma di violenza più diffusa?
“Quella psicologica, poi segue quella fisica. Ma la prima è la più difficile da denunciare e da dimostrare, perché è difficile avere delle prove. In Germania è stata varata una legge contro lo stalking, che consiste in un insieme di comportamenti ossessivi e molestie volti a controllare una persona, spesso un componente della famiglia. Si tratta di un tipo di violenza molto presente anche da noi, che non lascia lividi, ma una traccia molto forte nella psiche umana.”
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