23/02/2007

Le casse vuote del Welfare

medium_ferrera-_foto2.jpgSecondo il professor Maurizio Ferrera non ci sarà alcun ridimensionamento della sanità elvetica se il popolo svizzero deciderà a favore di una cassa malati unica. Dove va il welfare europeo? La direzione di marcia principale è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro e alle dinamiche della globalizzazione.

 

di Oscar Acciari da "laRegione Ticino", 23 febbraio 2007

 

Se l’11 marzo i cittadini svizzeri approveranno l’istituzione della cassa malati unica, non dovranno attendersi alcun ridimensionamento della qualità della sanità elvetica. Il professor Maurizio Ferrera non ha dubbi sull’eventuale passaggio della sanità del nostro Paese a un modello universalistico. E proprio sul nostro modello di welfare, in un’intervista pubblicata dal nostro giornale il 14 settembre 2004, affermò che “Rispetto agli altri paesi europei, il caso svizzero spicca  per il ritardo con il quale ha introdotto l’obbligatorietà di copertura assicurativa nell’ambito sanitario. Il settore sanitario oggi è ancora un’anomalia, perché organizzato in forma privatistica e meno ispirato a principi di copertura universale e di accesso equo. Il punto di forza del modello svizzero è il sistema pensionistico, che è “misto”, con una copertura di base (AVS), alla quale si aggiunge una copertura integrativa di carattere professionale.” Ma perché il professor Ferrera definiva anomalo il sistema Svizzero?  Perché “In nessun paese europeo si pagano i premi per la copertura sanitaria. La sanità è finanziata attraverso le imposte o tramite i contributi sociali, che non dipendono dal profilo di rischio individuale.” Ma al di là delle peculiarità svizzere, l’incontro con Ferrera ci fornisce l’occasione per capire in che direzione sta andando il welfare in Europa e con quale difficoltà si sta confrontando in una società che è notevolmente cambiata rispetto a quando furono fissati i primi importanti principi di protezione sociale.

Professor Ferrera, in che direzione va il Welfare europeo? Mira a rendere i sistemi nazionali più compatibili o, addirittura, omogenei?

“La direzione di marcia principale del welfare europeo è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere a due grandi ordini di problemi: uno è di natura interna e riguarda l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro. Il secondo aspetto riguarda invece l’integrazione europea e, più in generale, le dinamiche della globalizzazione. Queste due problematiche esercitano delle pressioni sui vecchi schemi e stimolano tutti i governi europei ad introdurre delle riforme che adattino i vecchi schemi alla nuova struttura dei bisogni e alle nuove logiche di funzionamento dell’economia. Si tratta di una tendenza generale che interessa tutti i modelli europei di welfare. Naturalmente ciascun modello nazionale reagisce alle pressioni di adattamento, in base a quello che già esiste, alle proprie tradizioni istituzionali e organizzative. Insomma, le riforme sono originate da problemi simili, ma le risposte dipendono anche dalle eredità istituzionali di ciascun paese.

Rispetto al passato è cambiata notevolmente l’entità dei tassi di crescita economica. Inoltre, più frequentemente rispetto al passato, periodi di andamento congiunturale positivo si alternano a periodi di contrazione economica. Come si possono pianificare le risorse a beneficio del welfare in un contesto simile?

“La grande sfida della riforma del welfare in Europa è riuscire a mantenere un buon livello di protezione sociale rispetto ai nuovi (ma anche ad alcuni vecchi) bisogni, considerando la compatibilità della globalizzazione e dell’integrazione economica. La formula vincente del modello sociale europeo, fin dalle sue origini e cioè dalla prima metà del Novecento, è stata quella che ci ha permesso di conciliare le ragioni dell’efficienza, della competitività e dalla crescita economica con quelle della giustizia sociale, della protezione e della solidarietà. Grazie ai programmi di welfare si riusciva a stabilizzare il funzionamento dell’economia e a ridistribuire, più o meno equamente, i suoi frutti attraverso la protezione sociale. La sfida di oggi è modernizzare il welfare, rilanciando questo circolo virtuoso con una base finanziaria adeguata. Se la torta non c’è, ovviamente non si possono spartire le fette.”

Appunto, ma oggi ci sono le condizioni economiche?

“Il rallentamento generalizzato nei tassi di crescita è connesso con una modificazione strutturale dell’economia europea, che non è più di carattere industriale con forti incrementi di produttività. In Europa assistiamo ad un’economia postindustriale, basata sui servizi, in cui la produttività tende a crescere più lentamente. Non dobbiamo stupirci se i tassi di crescita del PIL dei paesi dell’UE non sono più quelli dell’epoca d’oro dell’economia europea. Tassi di crescita più bassi, che dipendono da fattori strutturali, implicano una riflessione su quei meccanismi di forte crescita delle spese sociali e sugli ampi margini per operazioni di ridistribuzione che sono stati possibili dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi degli anni Settanta. La sfida è ovvia: bisogna cercare di recuperare un po’ di flessibilità nella gestione dei grandi programmi di spesa (soprattutto nell’ambito delle  pensioni e della sanità). Forse soprattutto in alcuni paesi si sono fatte delle promesse un po’ troppo generose, dando per scontato la crescita economica. Oggi sappiamo che non è così e che si possono creare dei seri squilibri. Bisogna rivisitare quelle promesse un po’ troppo generose e, soprattutto, troppo rigide. Occorre rendere i sistemi di welfare diversamente protettivi (e non per questo meno protettivi), considerando i rischi di oggi e non quelli di ieri.”

 

Il costo dell’anzianità

 

Il grande dibattito in altri paesi non è tanto sui costi sanitari, come da noi in Svizzera, ma sul finanziamento delle pensioni. Il sistema svizzero dei tre pilastri ha dimostrato di essere vincente al punto che è stato preso come modello da altri paesi

“Attualmente il sistema misto di finanziamento delle pensioni varia da paese a paese, ma si può sicuramente affermare che la strutturazione in tre pilastri è il futuro dei sistemi pensionistici europei. Non a caso paesi come Spagna e Italia, che non avevano questa struttura, si stanno affrettando a realizzarla. Un sistema a tre pilastri è meglio equipaggiato per assorbire rischi e opportunità legati alle dinamiche demografiche, alla crescita economica, all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipendono criticamente la sostenibilità dei sistemi pensionistici e la loro adeguatezza dal profilo dell’ammontare delle prestazioni. Il modello svizzero era considerato un po’ deviante fino a due decenni fa. C’erano pochi paesi con un sistema pensionistico come il vostro. Oggi è diventato un modello. L’Unione Europea sta spingendo affinché i sistemi pensionistici si riorganizzino verso il modello dei tre pilastri (con una copertura di base garantita, una integrativa di carattere professionale e una privata). E’ possibile che tra alcuni anni il secondo pilastro dei diversi paesi venga uniformato e che nascano dei fondi pensione che possono fornire prestazioni a lavoratori provenienti da paesi diversi.”

Ma lei è d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile?

“Ciascun paese ha una normativa sull’età pensionabile. Dove essa è bassa (come in Italia) è ovvio che bisogna innalzarla. Quando i sistemi pensionistici furono introdotti, nella prima metà del Novecento, la speranza di vita era molto più bassa di oggi. Nel 1950 in Italia l’età di pensionamento era fissata a 65 anni e la speranza di vita di una persona di sesso maschile era 66 anni. Oggi la pensione scatta a 60 anni (in alcuni casi di anzianità di servizio anche a 57), mentre la speranza di vita è salita a 79 anni. Si è creato un lungo periodo in cui ci si ritira dal lavoro e si vive grazie al sussidio pensionistico. E più aumenta la durata del pensionamento, più l’onere contributivo tende a crescere. Non possiamo pensare ad economie, in cui la durata del pensionamento sia più lunga della durata di permanenza nel mercato del lavoro.”

In tutti i paesi europei sta avvenendo l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne …

“Il diritto comunitario prevede la parità anche in questo ambito. La stragrande maggioranza dei paesi europei ha parificato l’età di pensionamento. La differenziazione è in contrasto con il diritto comunitario e con gli orientamenti della strategia di Lisbona. Tra i diversi paesi europei soltanto Polonia, Slovacchia e Italia non hanno ancora deciso di procedere alla parificazione dell’età di pensionamento. Altri paesi come il Belgio e l’Austria sono andati nella direzione di una parificazione con una tabella di marcia su alcuni decenni.”

 

Le nuove realtà

 

Nel nuovo modello di welfare vanno considerate le coppie di fatto?

Sì, in questo ambito la riflessione riguarda i diritti civili, ma anche il funzionamento della famiglia. Per quanto riguarda il primo aspetto, credo che sia iniquo, nei confronti di chi decide di non sposarsi, negare il diritto di vedersi riconosciuta una convivenza e i diritti derivati (in termini di reversibilità della pensione, di diritti alla successione, ecc…). Inoltre, bisogna considerare il fatto che le unioni di fatto tendono ormai ed essere il modo attraverso il quale i giovani escono dalla famiglia. Le nuove generazioni esitano a formare unioni forti, nel senso tradizionale, e tendono ad unirsi prima attraverso la convivenza e a sposarsi dopo il primo figlio. Dove succede questo, c’è una transizione all’età adulta più dolce e più precoce nel tempo. Essa avviene già a partire dai 18/20 anni. Nei paesi in cui questo invece non accade (come in Italia ed in altri paesi dell’Europa meridionale), il distacco dalla famiglia originaria avviene molto tardi, dopo i trent’anni, in alcuni casi verso i quarant’anni. Tutto ciò crea dei problemi dal punto di vista sociale, perché ha effetti negativi sulla fertilità, sulla demografia, sulla mobilità e sulle dinamiche di funzionamento del mercato del lavoro.”

Ma questo fenomeno non è legato piuttosto alla disponibilità finanziaria dei giovani che in alcuni paesi è decisamente inferiore rispetto ad altri?

“Quello che dice lei è vero soltanto in parte. Quando i giovani escono da casa, devono essere pronti ad una diminuzione del tenore di vita, rispetto a quando vivevano nella loro famiglia di origine.  All’università ho chiesto ad alcuni studenti di indicare il tenore di vita necessario per lasciare i genitori. Hanno risposto tra i 1'500 e i 2000 mila euro a testa. E’ un’aspettativa esagerata per compiere il primo passa verso l’indipendenza…”

 

La Svizzera e la sanità

 

L’11 marzo in Svizzera si voterà per l’istituzione di una cassa malati unica. I cittadini elvetici si trovano confrontati con il continuo incremento dei premi degli assicuratori malattia e con la preoccupazione dell’eventuale ridimensionamento del sistema sanitario, ritenuto oggi qualitativo. Optando per un sistema universalistico, si corre il rischio di un peggioramento della qualità e della tempestività delle cure?

“Non credo assolutamente che in Svizzera l’istituzione di una cassa malati unica abbia implicazioni negative sui livelli qualitativi della sanità. Paesi come la Svezia, la Danimarca hanno un sistema universalistico, finanziano la sanità attraverso le imposte, ma hanno un sistema altamente qualitativo. Si può comunque rispondere ad aspettative più elevate (penso soprattutto al comfort maggiore offerto da alcune strutture ospedaliere) attraverso un contributo aggiuntivo privato (assicurazione complementare). Il passaggio da un sistema di casse malati, frammentate e finanziate attraverso premi, a una cassa federale unica, finanziata attraverso contributi o imposte, non avrà come conseguenza quella di far scendere il livello qualitativo della sanità svizzera. Ci sono molti strumenti e accorgimenti che possono permettere di gestire questo passaggio senza compromessi sul piano della qualità della sanità. Lo dimostrano importanti studi europei.”

Ma non è che poi si creano lunghe liste d’attesa? In Svizzera si temono realtà come quelle che mostrano spesso i telegiornali italiani…

“Il tema delle liste di attesa è sempre stato molto dibattuto in Inghilterra, paese pioniere del servizio sanitario negli anni Cinquanta e Sessanta. Le notizie dei telegiornali italiani riguardano regioni, in cui la sanità funziona meno bene, perché confrontate con dei deficit di infrastrutture e di organizzazione difficilmente colmabili nel tempo. Ma nelle città medie del Nord d’Italia la sanità funziona bene anche per quanto riguarda i tempi di attesa. Vi sono diverse opzioni per non dover far capo a strutture congestionate da pazienti. E’ vero che, in termini di tempestività delle cure, la Svizzera batte ogni record, ma le assicuro che il problema dei tempi di attesa non è legato alle modalità di finanziamento della sanità.”

Ma allora perché in Svizzera persiste un sistema sanitario finanziato attraverso i premi?

"Non ho studiato a fondo il sistema elvetico, mentre conosco molto bene il sistema sanitario americano, che è simile a quello elvetico. Posso affermare con certezza che la ragione per la quale negli Stati Uniti non si è sviluppato un sistema sanitario pubblico obbligatorio, basato su un finanziamento di carattere contributivo o fiscale, è per il potere di veto esercitato dalle compagnie di assicurazione e della professione medica.  Se nel dibattito pubblico svizzero vi sono delle voci che imputano la responsabilità dell’incremento dei premi agli assicuratori malattia, io credo che l’onere della prova, nel confutare queste tesi, sia proprio a carico delle casse malati.”

 

La scheda

 

Chi è Maurizio Ferrera

Il Professor Maurizio Ferrera è nato a Napoli nel 1955. E’ professore ordinario di Politiche Sociali e del Lavoro presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Teoria e Politiche dello Stato Sociale nell'ambito del corso di laurea magistrale in Scienze del Lavoro e Politiche del Welfare al Master Europeo in Scienze del Lavoro. Dal 1985 al 2003 ha tenuto il corso di Scienza dell'Amministrazione all'Università di Pavia. E' stato inoltre visiting professor all'Università di California, Berkeley, alla London School of Economics and Political Science (LSE),  al Juan March Institute di Madrid e all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.

 

Collaboratore de “Il Corriere della Sera”, è vice-direttore del Centro Studi e Ricerche di Politica Comparata (POLEIS) dell'Università Bocconi di Milano. Dal 2004 dirige l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea (URGE).   E' membro del comitato scientifico di numerose riviste fra cui il Journal of European Social Policy e Rivista Italiana di Scienza Politica. Tra le sue molteplici cariche è presidente della Graduate School in Social, Economic and Political Sciences, dell'Università di Milano, e membro dell'Executive Committee dell'European Consortium for Political Research (ECPR) e del Research Council dell'Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze.

 

I campi di ricerca principali del professor Ferrera sono le politiche pubbliche in prospettiva comparata, con particolare attenzione allo sviluppo, alla crisi e alle prospettive del welfare state nei paesi occidentali.

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