18/10/2007

Democrazia è pari dignità

 L'Eguale rispetto per Salvatore Veca

Secondo il filosofo Salvatore Veca la vera stella polare, che indica la strada del nuovo Partito Democratico italiano, è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno.

 

Di Oscar Acciari

 

da "laRegione", 12 ottobre 2007 , Svizzera

Dopo i fatti di Tienanmen (giugno 1989), il Filosofo Salvatore Veca fu, insieme all’economista Michele Salvati, il suggeritore di una nuova prospettiva per il Partito Comunista italiano che doveva passare attraverso un nuovo nome, quello di Partito Democratico della Sinistra. I due, fra i più importanti intellettuali italiani, formularono la loro proposta sull’allora rivista ufficiale del PCI “Rinascita”. Veca venne poi anche nominato membro della direzione generale del nuovo partito (PdS), nato ufficialmente dopo l’avallo del congresso di Rimini nel 1991. Oggi Salvatore Veca si limita a fare il filosofo e il professore universitario, ma non si esime dal fornire suggerimenti e dall’animare il dibattito sul nuovo Partito Democratico italiano. Secondo il suo pensiero, la vera stella polare che indica la strada della nuova formazione partitica è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno. Ritiene, infatti, che in un mondo in cui assistiamo ad una crescita vertiginosa delle ineguaglianze, abbiamo bisogno di una risposta politica. A pochi giorni dall’Assemblea costituente del Partito Democratico italiano, abbiamo posto alcune domande al filosofo, incaricato di vigilare sul rispetto del codice etico per i democratici della regione Lombardia.

L’importanza del nome

Professor Veca, nell’ambito di una riflessione sulla costruzione culturale del Partito Democratico, in un articolo intitolato “Eguale rispetto” (pubblicato sul supplemento al periodico della sezione 15 martiri “Marcona 101. Materiali Democratici”) ha scritto che dare nomi alle cose è, dopo tutto, una delle attività più importanti, anche in politica…” Come dire che il nome “Partito Democratico” non è stato scelto per esigenze di estetica linguistica, ma per una ragione di semantica politica, per il contenuto che questa denominazione evoca…

“Io ho cercato di sostenere in questi mesi di discussione intorno al progetto del Partito Democratico che le denominazioni contano molto. I modi in cui ci chiamiamo e ci riconosciamo contano parecchio in tutti gli ambiti, soprattutto in politica, specie sullo sfondo di una democrazia più o meno brillante. I regimi democratici si basano infatti sulla possibilità da parte di chi esercita la sovranità (il popolo) di scegliere e di autorizzare coloro che dovranno governare. Ma per poter scegliere, occorre che vi sia distinzione. Perché vi sia distinzione, è indispensabile che si possa identificare, riconoscere, apprezzare o criticare, accettare o rifiutare certi modi con cui gli attori politici o i partiti si definiscono. Mi sembrava importante formulare una proposta, dal punto di vista intellettuale e culturale, sul significato del termine “Partito Democratico”.

Il termine “Partito Democratico” evoca la realtà politica degli Stati Uniti, spesso vista con un sentimento di ostilità o, perlomeno, con sospetto dalla sinistra italiana…Non è un fatto curioso l’adozione di questa denominazione?

“E’ una bella domanda. Questo partito ha una storia. Nasce come Centro Sinistra. Nasce dall’esperienza dell’Ulivo, dal coalizzarsi del meglio della tradizione di Sinistra e del Cattolicesimo democratico. Le valutazioni nei confronti degli Stati Uniti d’America hanno avuto fasi alterne. Io sono contrario all’antiamericanismo, ma non contrario a criticare chi governa pro tempore gli Stati Uniti o chi decide gli orientamenti del governo americano. Anche all’interno della sinistra italiana c’è sempre stato un doppio atteggiamento: uno viscerale contro gli Stati Uniti e un altro di grande attenzione nei confronti di quella che resta, nel bene e nel male, una delle più grandi democrazie del mondo e che ha le risorse necessarie per cambiare.”

Lei ha scritto che gli obiettivi della politica del Partito Democratico devono consistere in quelle misure e in quei provvedimenti che tutelino l’eguale considerazione e rispetto per chiunque, indipendentemente da un gran numero di differenze (sociali, economiche, culturali, religiose , etiche)…

“Ci possono essere varie interpretazione dell’aggettivo democratico. Ma c’è un aspetto elementare che caratterizza qualsiasi convivenza democratica: la pari dignità, l’eguaglianza di status per chiunque sia cittadina o cittadino. Gli antichi greci, che avevano coniato la parola “democrazia”, definivano questo principio (di eguale dignità) con il termine “isotimia”. E’ chiaro allora che un partito democratico genuino, che onori il proprio nome, deve impegnarsi in tutte quelle circostanze in cui i cittadini sono svantaggiati senza loro responsabilità, cercando di ridurre in qualche modo (se non è possibile azzerare) tutto ciò che impedisce la promessa dell’eguale dignità per le persone. Il grande progetto, difficile da realizzare, è quello dell’equa uguaglianza delle opportunità per tutti. Come ho scritto, un partito democratico si basa sulla convinzione che sia semplicemente inaccettabile che la sorte naturale e sociale, alle spalle delle persone, condanni come un destino inesorabile la qualità della loro vita.”

Maurizio Martina, segretario DS della Regione Lombardia ha comunicato che lei coordinerà un comitato di garanzia che vigilerà sul rispetto del codice etico…

“Sì, mi è stato chiesto, nella fase che precede le primarie di presiedere un gruppo di lavoro che dovrebbe stendere un codice etico, espressione dei democratici lombardi. Mi sembra un modo per ricostruire un rapporto di fiducia nei confronti della politica che si sta sfilacciando in maniera preoccupante.”

Ma in realtà non pensa che gli strumenti normativi esistano per definire i comportamenti corretti da parte dei politici, ma che è la loro applicazione ad essere lacunosa?

“L’applicazione delle leggi è una cosa diversa del codice etico. Quando le leggi non vengono applicate, siamo in presenza di un deficit di legalità. Con il codice etico si va oltre: esso fa riferimento a comportamenti che non sono vietati e che non violano la legge, ma che violano però quella promessa di trasparenza e di fiducia nei confronti dei cittadini. Se poniamo dei vincoli sui mandati, sui rapporti tra politica e affari, e su tutte quelle forme che permettono di utilizzare una risorsa per ottenere vantaggi in altri ambiti, possiamo ricostruire la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.”

Lei sente le alte sfere del costituendo Partito Democratico?

“Io ho dato molti consigli molti anni fa. Quando ci fu la trasformazione del Partito Comunista italiano in Partito democratico della Sinistra. Negli ultimi anni ho però anche teorizzato una relativa autonomia tra chi fa politica e chi fa teoria politica. Tutto ciò non esclude l’interazione tra le due parti, anche se ciascuno deve fare al meglio il proprio mestiere.”

In termini di diritto di voto e di eleggibilità, eguale rispetto nei confronti di chiunque cosa significa?  Il pronome indefinito è riferito ai cittadini di una certa comunità politica, delimitata da confini stabili, o il concetto è estensibile agli immigrati che danno il loro contributo, lavorando e pagando le tasse?

“Sarebbe arbitrariamente escludente una politica che non desse a parità di doveri anche parità di diritti. Penso che pagare le tasse sia il patto di cittadinanza fondamentale.”

L’Italia, la casta e il fenomeno Grillo

In Italia si sta discutendo molto della cosiddetta casta, alla luce del successo editoriale di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (“ La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”, Rizzoli. Ndr). Ciò significa che oltre ad esserci un problema di eguale rispetto, c’è un problema di inclusività, di accesso alla politica…

“L’Italia non è un paese in cui è presente una sola casta, come quella identificata dal celebre libro di Stella e Rizzo che ha avuto un successo clamoroso. In realtà ci sono molte caste. Quella italiana è una società che ha perso moltissimo in mobilità sociale. La realtà italiana, tra ordini professionali, corporazioni di vario tipo e genere, interessi particolari assomiglia molto ad una società castale, dove quella dei politici, o degli addetti alla politica, è una tra le varie caste.  Esse spesso esse colludono e si incrociano tra loro. Anche per questa ragione l’idea di promuovere l’eguaglianza delle opportunità è una maniera per aprire le porte che sembrano essere chiuse, per essere inclusivi, anziché esclusivi.”

Che cosa ne pensa della provocazione di Beppe Grillo, volta a minare il sistema dei partiti, intenzionato a promuovere delle liste civiche?

“Credo che l’esplosione del fenomeno Grillo sia la punta di un iceberg nel panorama della società italiana. Rappresenta una forma ciclica definita oggi “antipolitica”. In realtà il fenomeno esprime un insieme di ragioni di protesta (o reclami) nei confronti di un uso della politica che, in primo luogo, si occupa degli interessi di chi fa politica, piuttosto che degli interessi di coloro per cui si fa politica. Personalmente, anche se non apprezzo molto lo stile di Grillo, credo che questa modalità espressiva faccia parte di quel ricorso alla voce, quando la distanza e la revoca di fiducia nei confronti della politica o delle istituzioni sono diventate importanti. E’ un segnale di allarme che va preso sul serio. Credo, però che, affinché tutto si traduca in incisiva azione politica, occorra non solo criticare la politica, ma anche farla…La protesta va dispersa, se chi la manifesta non trova un modo per esprimerla nell’arena politica.”

Appunto, le liste civiche possono essere un modo per esprimere l’azione politica?

“Allestendo delle liste civiche, si può tradurre una forma di protesta  e di reclamo in una forma di partecipazione politica. In questo senso non ci vedo nulla di male.”

Il controesempio ticinese

Alla fine degli anni Ottanta lei e Michele Salvati avete suggerito ai vertici del Partito Comunista di cambiare nome alla formazione politica. In Ticino il Partito del Lavoro ha deciso di tornare alle origini, modificando il proprio nome in Partito Comunista. Cosa ne pensa?”

“Ho letto. E’ una cosa curiosa. Non ho elementi sufficienti di giudizio. Immagino che all’origine del cambiamento di nome vi sia un’esigenza di marcare la propria radicalità nei confronti dei competitori politici. Ricordiamoci sempre che come ci si nomina è come si vuole essere riconosciuti.”

In Svizzera esiste un articolo del codice penale (261 bis) che permette di sanzionare chi, anche verbalmente, è reo di discriminazione razziale. La ritiene una cosa giusta o è un limite alla libertà di espressione?

“E’ una domanda alla quale è difficile rispondere. La discussione è presente in molte democrazie costituzionali. Essa riguarda il divieto di utilizzare, anche verbalmente, espressioni che violino il rispetto dovuto a minoranze sulla base razziale. Il principio di rispetto delle minoranze si può tradurre effettivamente in una restrizione della libertà di espressione. In questi casi bisogna saper bilanciare le ragioni a favore della maggiore libertà di espressione con le ragioni a favore del rispetto e della tutela di chi da essa potrebbe venire offeso o svantaggiato. Il dibattito negli USA è stato molto acceso e ha riguardato non soltanto la discriminazione razziale, ma soprattutto la disparità di trattamento nei confronti delle donne. Di una cosa occorre essere convinti: tutte le volte che noi limitiamo la libertà di qualcuno, dobbiamo avere delle ragioni molto forti che devono mettere su un piatto della bilancia la riduzione delle opzioni delle persone e sull’altro il beneficio sociale che ne risulta per altri.”

Ma come si fa poi a tradurre questa riflessione in strumenti di legge che siano applicabili?

“E’ molto difficile. In questo caso non si può utilizzare la logica del “sì e del no”, ma occorre utilizzare la logica, più difficile da applicare, del “più e del meno”. Chi deve verificare la violazione o meno della prescrizione della norma, deve esercitare il buon senso caso per caso.”

 

 

 

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