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<title>Libertario - articoli_pubblicati</title>
<description>articoli pubblicati</description>
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<title>Le  casse vuote del Welfare</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
<category>Articoli pubblicati</category>
<category>Diritti della diversità</category>
<category>Libertà e salute</category>
<category>Parità dei sessi</category>
<pubDate>Fri, 23 Feb 2007 09:40:00 +0100</pubDate>
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&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://libertario.blogspirit.com/images/thumb_ferrera-_foto2.jpg&quot; alt=&quot;medium_ferrera-_foto2.jpg&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; border-width: 0px&quot; /&gt;Secondo il professor Maurizio Ferrera non ci sarà alcun ridimensionamento della sanità elvetica se il popolo svizzero deciderà a favore di una cassa malati unica. Dove va il welfare europeo? La direzione di marcia principale è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro e alle dinamiche della globalizzazione.&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;di Oscar Acciari da &quot;laRegione Ticino&quot;, 23 febbraio 2007&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Se l’11 marzo i cittadini svizzeri approveranno l’istituzione della cassa malati unica, non dovranno attendersi alcun ridimensionamento della qualità della sanità elvetica. Il professor Maurizio Ferrera non ha dubbi sull’eventuale passaggio della sanità del nostro Paese a un modello universalistico. E proprio sul nostro modello di welfare, in un’intervista pubblicata dal nostro giornale il 14 settembre 2004, affermò che &lt;i&gt;“Rispetto agli altri paesi europei, il caso svizzero spicca &lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;per il ritardo con il quale ha introdotto l’obbligatorietà di copertura assicurativa nell’ambito sanitario. Il settore sanitario oggi è ancora un’anomalia, perché organizzato in forma privatistica e meno ispirato a principi di copertura universale e di accesso equo. Il punto di forza del modello svizzero è il sistema pensionistico, che è “misto”, con una copertura di base (AVS), alla quale si aggiunge una copertura integrativa di carattere professionale.&lt;/i&gt;” Ma perché il professor Ferrera definiva anomalo il sistema Svizzero? &lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Perché &lt;i&gt;“In nessun paese europeo si pagano i premi per la copertura sanitaria. La sanità è finanziata attraverso le imposte o tramite i contributi sociali, che non dipendono dal profilo di rischio individuale.”&lt;/i&gt; Ma al di là delle peculiarità svizzere, l’incontro con Ferrera ci fornisce l’occasione per capire in che direzione sta andando il welfare in Europa e con quale difficoltà si sta confrontando in una società che è notevolmente cambiata rispetto a quando furono fissati i primi importanti principi di protezione sociale.&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Professor Ferrera, in che direzione va il Welfare europeo? Mira a rendere i sistemi nazionali più compatibili o, addirittura, omogenei?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“La direzione di marcia principale del welfare europeo è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere a due grandi ordini di problemi: uno è di natura interna e riguarda l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro. Il secondo aspetto riguarda invece l’integrazione europea e, più in generale, le dinamiche della globalizzazione. Queste due problematiche esercitano delle pressioni sui vecchi schemi e stimolano tutti i governi europei ad introdurre delle riforme che adattino i vecchi schemi alla nuova struttura dei bisogni e alle nuove logiche di funzionamento dell’economia. Si tratta di una tendenza generale che interessa tutti i modelli europei di welfare. Naturalmente ciascun modello nazionale reagisce alle pressioni di adattamento, in base a quello che già esiste, alle proprie tradizioni istituzionali e organizzative. Insomma, le riforme sono originate da problemi simili, ma le risposte dipendono anche dalle eredità istituzionali di ciascun paese.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Rispetto al passato è cambiata notevolmente l’entità dei tassi di crescita economica. Inoltre, più frequentemente rispetto al passato, periodi di andamento congiunturale positivo si alternano a periodi di contrazione economica. Come si possono pianificare le risorse a beneficio del welfare in un contesto simile?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“La grande sfida della riforma del welfare in Europa è riuscire a mantenere un buon livello di protezione sociale rispetto ai nuovi (ma anche ad alcuni vecchi) bisogni, considerando la compatibilità della globalizzazione e dell’integrazione economica. La formula vincente del modello sociale europeo, fin dalle sue origini e cioè dalla prima metà del Novecento, è stata quella che ci ha permesso di conciliare le ragioni dell’efficienza, della competitività e dalla crescita economica con quelle della giustizia sociale, della protezione e della solidarietà. Grazie ai programmi di welfare si riusciva a stabilizzare il funzionamento dell’economia e a ridistribuire, più o meno equamente, i suoi frutti attraverso la protezione sociale. La sfida di oggi è modernizzare il welfare, rilanciando questo circolo virtuoso con una base finanziaria adeguata. Se la torta non c’è, ovviamente non si possono spartire le fette.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Appunto, ma oggi ci sono le condizioni economiche?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Il rallentamento generalizzato nei tassi di crescita è connesso con una modificazione strutturale dell’economia europea, che non è più di carattere industriale con forti incrementi di produttività. In Europa assistiamo ad un’economia postindustriale, basata sui servizi, in cui la produttività tende a crescere più lentamente. Non dobbiamo stupirci se i tassi di crescita del PIL dei paesi dell’UE non sono più quelli dell’epoca d’oro dell’economia europea. Tassi di crescita più bassi, che dipendono da fattori strutturali, implicano una riflessione su quei meccanismi di forte crescita delle spese sociali e sugli ampi margini per operazioni di ridistribuzione che sono stati possibili dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi degli anni Settanta. La sfida è ovvia: bisogna cercare di recuperare un po’ di flessibilità nella gestione dei grandi programmi di spesa (soprattutto nell’ambito delle&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; pensioni e della sanità). Forse soprattutto in alcuni paesi si sono fatte delle promesse un po’ troppo generose, dando per scontato la crescita economica. Oggi sappiamo che non è così e che si possono creare dei seri squilibri. Bisogna rivisitare quelle promesse un po’ troppo generose e, soprattutto, troppo rigide. Occorre rendere i sistemi di welfare diversamente protettivi (e non per questo meno protettivi), considerando i rischi di oggi e non quelli di ieri.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;b&gt;Il costo dell’anzianità&lt;/b&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;b&gt;Il grande dibattito in altri paesi non è tanto sui costi sanitari, come da noi in Svizzera, ma sul finanziamento delle pensioni. Il sistema svizzero dei tre pilastri ha dimostrato di essere vincente al punto che è stato preso come modello da altri paesi&lt;/b&gt;…&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Attualmente il sistema misto di finanziamento delle pensioni varia da paese a paese, ma si può sicuramente affermare che la strutturazione in tre pilastri è il futuro dei sistemi pensionistici europei. Non a caso paesi come Spagna e Italia, che non avevano questa struttura, si stanno affrettando a realizzarla. Un sistema a tre pilastri è meglio equipaggiato per assorbire rischi e opportunità legati alle dinamiche demografiche, alla crescita economica, all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipendono criticamente la sostenibilità dei sistemi pensionistici e la loro adeguatezza dal profilo dell’ammontare delle prestazioni. Il modello svizzero era considerato un po’ deviante fino a due decenni fa. C’erano pochi paesi con un sistema pensionistico come il vostro. Oggi è diventato un modello. L’Unione Europea sta spingendo affinché i sistemi pensionistici si riorganizzino verso il modello dei tre pilastri (con una copertura di base garantita, una integrativa di carattere professionale e una privata). E’ possibile che tra alcuni anni il secondo pilastro dei diversi paesi venga uniformato e che nascano dei fondi pensione che possono fornire prestazioni a lavoratori provenienti da paesi diversi.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma lei è d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Ciascun paese ha una normativa sull’età pensionabile. Dove essa è bassa (come in Italia) è ovvio che bisogna innalzarla. Quando i sistemi pensionistici furono introdotti, nella prima metà del Novecento, la speranza di vita era molto più bassa di oggi. Nel 1950 in Italia l’età di pensionamento era fissata a 65 anni e la speranza di vita di una persona di sesso maschile era 66 anni. Oggi la pensione scatta a 60 anni (in alcuni casi di anzianità di servizio anche a 57), mentre la speranza di vita è salita a 79 anni. Si è creato un lungo periodo in cui ci si ritira dal lavoro e si vive grazie al sussidio pensionistico. E più aumenta la durata del pensionamento, più l’onere contributivo tende a crescere. Non possiamo pensare ad economie, in cui la durata del pensionamento sia più lunga della durata di permanenza nel mercato del lavoro.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;In tutti i paesi europei sta avvenendo l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne …&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Il diritto comunitario prevede la parità anche in questo ambito. La stragrande maggioranza dei paesi europei ha parificato l’età di pensionamento. La differenziazione è in contrasto con il diritto comunitario e con gli orientamenti della strategia di Lisbona. Tra i diversi paesi europei soltanto Polonia, Slovacchia e Italia non hanno ancora deciso di procedere alla parificazione dell’età di pensionamento. Altri paesi come il Belgio e l’Austria sono andati nella direzione di una parificazione con una tabella di marcia su alcuni decenni.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;b&gt;Le nuove realtà&lt;/b&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Nel nuovo modello di welfare vanno considerate le coppie di fatto?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Sì, in questo ambito la riflessione riguarda i diritti civili, ma anche il funzionamento della famiglia. Per quanto riguarda il primo aspetto, credo che sia iniquo, nei confronti di chi decide di non sposarsi, negare il diritto di vedersi riconosciuta una convivenza e i diritti derivati (in termini di reversibilità della pensione, di diritti alla successione, ecc…). Inoltre, bisogna considerare il fatto che le unioni di fatto tendono ormai ed essere il modo attraverso il quale i giovani escono dalla famiglia. Le nuove generazioni esitano a formare unioni forti, nel senso tradizionale, e tendono ad unirsi prima attraverso la convivenza e a sposarsi dopo il primo figlio. Dove succede questo, c’è una transizione all’età adulta più dolce e più precoce nel tempo. Essa avviene già a partire dai 18/20 anni. Nei paesi in cui questo invece non accade (come in Italia ed in altri paesi dell’Europa meridionale), il distacco dalla famiglia originaria avviene molto tardi, dopo i trent’anni, in alcuni casi verso i quarant’anni. Tutto ciò crea dei problemi dal punto di vista sociale, perché ha effetti negativi sulla fertilità, sulla demografia, sulla mobilità e sulle dinamiche di funzionamento del mercato del lavoro.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma questo fenomeno non è legato piuttosto alla disponibilità finanziaria dei giovani che in alcuni paesi è decisamente inferiore rispetto ad altri?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Quello che dice lei è vero soltanto in parte. Quando i giovani escono da casa, devono essere pronti ad una diminuzione del tenore di vita, rispetto a quando vivevano nella loro famiglia di origine.&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; All’università ho chiesto ad alcuni studenti di indicare il tenore di vita necessario per lasciare i genitori. Hanno risposto tra i 1'500 e i 2000 mila euro a testa. E’ un’aspettativa esagerata per compiere il primo passa verso l’indipendenza…”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;La Svizzera e la sanità&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;L’11 marzo in Svizzera si voterà per l’istituzione di una cassa malati unica. I cittadini elvetici si trovano confrontati con il continuo incremento dei premi degli assicuratori malattia e con la preoccupazione dell’eventuale ridimensionamento del sistema sanitario, ritenuto oggi qualitativo. Optando per un sistema universalistico, si corre il rischio di un peggioramento della qualità e della tempestività delle cure?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Non credo assolutamente che in Svizzera l’istituzione di una cassa malati unica abbia implicazioni negative sui livelli qualitativi della sanità. Paesi come la Svezia, la Danimarca hanno un sistema universalistico, finanziano la sanità attraverso le imposte, ma hanno un sistema altamente qualitativo. Si può comunque rispondere ad aspettative più elevate (penso soprattutto al comfort maggiore offerto da alcune strutture ospedaliere) attraverso un contributo aggiuntivo privato (assicurazione complementare). Il passaggio da un sistema di casse malati, frammentate e finanziate attraverso premi, a una cassa federale unica, finanziata attraverso contributi o imposte, non avrà come conseguenza quella di far scendere il livello qualitativo della sanità svizzera. Ci sono molti strumenti e accorgimenti che possono permettere di gestire questo passaggio senza compromessi sul piano della qualità della sanità. Lo dimostrano importanti studi europei.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma non è che poi si creano lunghe liste d’attesa? In Svizzera si temono realtà come quelle che mostrano spesso i telegiornali italiani…&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Il tema delle liste di attesa è sempre stato molto dibattuto in Inghilterra, paese pioniere del servizio sanitario negli anni Cinquanta e Sessanta. Le notizie dei telegiornali italiani riguardano regioni, in cui la sanità funziona meno bene, perché confrontate con dei deficit di infrastrutture e di organizzazione difficilmente colmabili nel tempo. Ma nelle città medie del Nord d’Italia la sanità funziona bene anche per quanto riguarda i tempi di attesa. Vi sono diverse opzioni per non dover far capo a strutture congestionate da pazienti. E’ vero che, in termini di tempestività delle cure, la Svizzera batte ogni record, ma le assicuro che il problema dei tempi di attesa non è legato alle modalità di finanziamento della sanità.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma allora perché in Svizzera persiste un sistema sanitario finanziato attraverso i premi?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&quot;Non ho studiato a fondo il sistema elvetico, mentre conosco molto bene il sistema sanitario americano, che è simile a quello elvetico. Posso affermare con certezza che la ragione per la quale negli Stati Uniti non si è sviluppato un sistema sanitario pubblico obbligatorio, basato su un finanziamento di carattere contributivo o fiscale, è per il potere di veto esercitato dalle compagnie di assicurazione e della professione medica.&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; Se nel dibattito pubblico svizzero vi sono delle voci che imputano la responsabilità dell’incremento dei premi agli assicuratori malattia, io credo che l’onere della prova, nel confutare queste tesi, sia proprio a carico delle casse malati.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;La scheda&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Chi è Maurizio Ferrera&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Il Professor Maurizio Ferrera è nato a Napoli nel 1955. E’ professore ordinario di &lt;span&gt;Politiche Sociali e del Lavoro&lt;/span&gt; presso&lt;/font&gt; &lt;span&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;la&lt;/font&gt;&lt;/span&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.spolitiche.unimi.it/&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;Facoltà&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;di Scienze politiche&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/a&gt; &lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;dell'&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.unimi.it/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Università degli Studi di Milano&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;, dove insegna anche &lt;span&gt;Teoria e Politiche dello Stato Sociale&lt;/span&gt; nell'ambito del corso di&lt;/font&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.spolitiche.unimi.it/pagina.php?sezioneID=191&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;laurea magistrale in Scienze del Lavoro&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;e Politiche del Welfare al&lt;/font&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://users.unimi.it/isl/mesl.htm&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Master Europeo in Scienze del Lavoro&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;. Dal 1985 al 2003 ha tenuto il corso di &lt;span&gt;Scienza dell'Amministrazione&lt;/span&gt; all'Università di Pavia. E' stato inoltre &lt;span&gt;visiting professor&lt;/span&gt; all'Università di California, Berkeley, alla London School of Economics and Political Science (LSE),&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; al Juan March Institute di Madrid e all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;table border=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; class=&quot;MsoNormalTable&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr style=&quot;height: 2.25pt&quot;&gt; &lt;td style=&quot;padding-right: 1.5pt; padding-left: 1.5pt; padding-bottom: 1.5pt; padding-top: 1.5pt; height: 2.25pt; background-color: transparent; border: #ece9d8&quot;&gt; &lt;p style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt; &lt;/div&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Collaboratore de “Il Corriere della Sera”, è vice-direttore del&lt;/font&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.uni-bocconi.it/index.php?proc_id=11&amp;amp;nav_level1=4&amp;amp;nav_level2=105&amp;amp;nav_level3=2550&amp;amp;documento=0&amp;amp;procedura=0&amp;amp;sub_action=0&amp;amp;sub_param=&amp;amp;sub_function_title=&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Centro Studi e Ricerche di Politica Comparata (POLEIS)&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; &lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;dell'Università Bocconi di Milano. Dal 2004 dirige l’&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.urge.it/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Unità di Ricerca sulla Governance Europea (URGE)&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;E' membro del comitato scientifico di numerose riviste fra cui il&lt;/font&gt; &lt;i&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.sagepub.com/journal.aspx?pid=166&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;Journal of European Social Policy&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;”&lt;/font&gt;&lt;/i&gt; &lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;e&lt;/font&gt; &lt;i&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.soc.unitn.it/risp&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;Rivista Italiana di Scienza Politica&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;”&lt;/font&gt;&lt;/i&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;. Tra le sue molteplici cariche è presidente della&lt;/font&gt;&lt;/font&gt; &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.graduateschool.unimi.it/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Graduate School in Social, Economic and Political Sciences&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;, dell'Università di Milano, e membro dell'Executive Committee dell'European Consortium for Political Research (&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.essex.ac.uk/ECPR&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;ECPR&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;) e del Research Council dell'Istituto Universitario Europeo (&lt;/font&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.iue.it/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: windowtext&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;IUE&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;) di Firenze.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;table border=&quot;0&quot; cellpadding=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; class=&quot;MsoNormalTable&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr style=&quot;height: 2.25pt&quot;&gt; &lt;td style=&quot;padding-right: 1.5pt; padding-left: 1.5pt; padding-bottom: 1.5pt; padding-top: 1.5pt; height: 2.25pt; background-color: transparent; border: #ece9d8&quot;&gt; &lt;p style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify; tab-stops: 108.0pt&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt; &lt;/div&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;I campi di ricerca principali del professor Ferrera sono le politiche pubbliche in prospettiva comparata, con particolare attenzione allo sviluppo, alla crisi e alle prospettive del welfare state nei paesi occidentali.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
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<title>I passi per le città</title>
<link>http://libertario.blogspirit.com/archive/2006/12/05/i-passi-per-le-citta.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
<category>Articoli pubblicati</category>
<category>Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto</category>
<category>Libertà di movimento</category>
<category>Libertà e salute</category>
<category>Shopping</category>
<pubDate>Tue, 05 Dec 2006 17:05:00 +0100</pubDate>
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&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: 18pt&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Perché e come ha senso pedonalizzare i centri storici delle città. Intervista con Patrizia Malgieri, docente di economia e pianificazione&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; dei trasporti al Politecnico di Milano&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;di Oscar Acciari &quot;laRegione&quot;, 5 dicembre 2006&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;img src=&quot;http://libertario.blogspirit.com/images/thumb_Foto-Patrizia-Malgieri.3.jpg&quot; alt=&quot;medium_Foto-Patrizia-Malgieri.3.jpg&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; border-width: 0px&quot; /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;L’architettura dei moderni centri commerciali è sempre più simile a quella dei centri storici delle città europee. Sono pedonali e contemplano luoghi di incontro e di socializzazione. Hanno piazze e viuzze. Sono dei veri e propri “village” che danno valore aggiunto alle attività commerciali presenti. Mentre chi concepisce i nuovi villaggi degli acquisti non ha dubbi sul fatto che le auto debbano trovare spazio all’esterno in appositi parcheggi, lasciando ai pedoni la massima possibilità di fruire delle aree commerciali, nelle città ticinesi ci si interroga sull’opportunità di pedonalizzare piazze e centri storici. I commercianti spesso temono che la pedonalizzazione porti ad un’inevitabile diminuzione della cifra d’affari per l’impossibilità, da parte del cliente, di raggiungere il luogo degli acquisti con l’automobile.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ha sempre senso pedonalizzare un centro storico e quali criteri bisogna considerare nel rendere pedonali alcune aree delle città?&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; Sono questi alcuni dei questi posti a Patrizia Malgieri, docente di Pianificazione dell’economia dei trasporti al politecnico di Milano e ricercatrice presso TRT Trasporti e Territorio, società indipendente di pianificazione e ricerca che ha ricevuto importanti mandati dall’Unione Europea. E a proposito dell’impegno dell’UE, va sottolineato che essa intende concentrare i propri sforzi, per i prossimi sette anni, nella riqualifica&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;La politica dell’UE&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Dottoressa Malgieri, uno degli aspetti centrali della politica dell’Unione Europea per i prossimi anni&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; è sicuramente la qualità della vita nei centri urbani, che passa anche attraverso la pedonalizzazione dei centri storici. Ci può spiegare qual è l’obiettivo della politica comunitaria?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&quot;La politica comunitaria (“La politica di coesione e le città: il contributo delle città e degli agglomerati urbani alla crescita e all’occupazione all’interno delle regioni”, 13 luglio 2006) individua nelle città uno degli assi strategici per rafforzare la coesione e la crescita dell’Unione nei prossimi sette anni (2007-2013). Rendere le città più attrattive, significa puntare sulla qualità degli spazi urbani e dei servizi di trasporto, favorendo ad esempio modelli di mobilità sostenibile (quelli a basso impatto ambientale e sociale) in modo da rendere più vivibile ed attrattivo un patrimonio culturale e storico non riproducibile, e che ci invidiano nel resto del mondo.&quot;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma ha sempre senso pedonalizzare i centri storici?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Per rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci che vantaggio ha una comunità a perdere la ricchezza di funzioni pregiate che tradizionalmente si insediano nei centri storici, lasciando che le automobili occupino strade, piazze per la sosta, funzione questa non certamente di valore. Occorre infatti considerare che il centro storico è la parte della città più ricca di funzioni. La sua vivacità (economica, sociale e culturale) è tanto maggiore quanto più vi si ritrovano funzioni pregiate, capaci di renderlo attrattivo non solo per poche ore durante la giornata.&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; Va ricordato che i centri storici sono il sedimento di modelli urbani stratificati nel tempo, in cui non vi era di certo traccia della motorizzazione di massa. Mi pare evidente che, con piazze e strade strette, non siano adatti alle automobili.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;L’uomo per sua natura preferisce muoversi e socializzare senza doversi preoccupare delle automobili. I commercianti si preoccupano, quando sentono parlare di pedonalizzazione, ma i grandi centri commerciali vengono concepiti con delle vaste aree pedonali per chi fa acquisti e con dei grandi parcheggi sotterranei per le auto…&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&quot;Sì, i grandi centri commerciali riprendono l’ architettura dei centri storici. Anche nei centri commerciali si assiste ad un allontanamento delle automobili in zone a loro appositamente destinate. Occorre considerare il fatto che lo &lt;i&gt;shopping&lt;/i&gt; non è un semplice “fare la spesa”, ma presenta componenti emotive, irrazionali e anche aspettative di socializzazione”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma perché allora sono i commercianti ad opporsi alle pedonalizzazioni?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Il processo di pedonalizzazione è quasi sempre avvenuto contemporaneamente a una riqualificazione dei tessuti urbani. Non si elimina soltanto il traffico, ma si fa un intervento più complessivo di valorizzazione dell’area. Personalmente ho potuto rilevare che le opposizioni dei commercianti sono sempre state opposizioni di primo livello, dovute al cambiamento. Ma, alla fine, gli esiti degli interventi sono sempre stati molto positivi. Quasi sempre, infatti, chi si è opposto alla pedonalizzazione non è disposto a tornare indietro.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma vi sono attività commerciali che sono più adatte ad un contesto pedonale, oppure esso rappresenta un’oasi di benessere per tutti?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;“Nelle aree pedonali traggono vantaggio soprattutto le attività del piccolo commercio con un alto valore aggiunto (che offrono prodotti di qualità e rari) o le grandi catene commerciali in franchising.&amp;nbsp;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;E quali sono gli aspetti da considerare per non commettere errori, quando si introducono delle aree pedonali?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Bisogna capire quali sono le funzioni insediate e qual è la loro compatibilità con il flusso veicolare. Vi devono essere delle alternative di accesso all’area, attraverso il trasporto pubblico o le piste ciclabili. Inoltre occorre prevedere la possibilità di lasciare le auto in parcheggi più o meno distanti dell’area pedonalizzata. Tutto ciò deve essere accompagnato da una chiara informazione per l’automobilista. Infine, ci deve essere la condivisione della proposta dalla comunità locale, che non è costituita soltanto dai commercianti, ma da un complessità di attori che partecipano alla ricchezza di una città. Occorre, insomma, dare voce anche al resto della popolazione.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma cosa in realtà contribuisce all’espulsione dei piccoli commercianti dal centro storico di una città?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Penso che tra le prime causa dell’espulsione delle attività commerciali dal centro storico vi sia l’incremento dei prezzi degli immobili, in stretta relazione con la rendita fondiaria. Certo la riqualificazione degli spazi pubblici spesso porta a far crescere i valori fondiari di vendita/affitto degli immobili a tutto vantaggio dei proprietari degli immobili. Il problema è stabilire quali strumenti si possono utilizzare&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; per riequilibrare la situazione…&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Le città ticinesi e le autorità&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Che ne pensa del modo di gestire i centri cittadini delle autorità ticinesi?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&quot;Ho una conoscenza diretta delle città ticinesi, ma non come studiosa. La sensazione è di un contesto per certi versi pianificato (dove la sosta è controllata e tariffati), ma in cui è lasciato grande spazio all’uso dell’auto. Vi sono ancora pochi esempi di pedonalizzazione dei centri storici. C’è&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt; poca attenzione all’uso della bicicletta, alla messa in sicurezza degli spostamenti pedonali, ecc…&quot;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;A Bellinzona le autorità cittadine hanno condotto in porto la pedonalizzazione del centro storico con un ampio consenso della popolazione. A Locarno il dibattito è aperto, anche se sarà inevitabile pedonalizzare Piazza Grande. Lei conosce queste realtà e cosa suggerisce?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Credo che considerata la notorietà di Piazza Grande occorrerebbe lanciare un concorso di idee a livello internazionale, che conferirebbe ancora maggiore prestigio alla vostra piazza. Si tratta probabilmente di ripensare ad un disegno unitario, in cui la piazza possa fare da cerniera tra la parte storica della città e il lungo lago, dando qualità ad un impianto urbanistico non comune anche nel panorama delle belle città ticinesi”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma quale contributo può dare l’ente pubblico per rendere, anche inizialmente, meno dolorose le pedonalizzazioni?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Le autorità cittadine e, in generale, l’ente pubblico possono partecipare alla riqualifica degli edifici e possono abbassare i costi della localizzazione. Il potere politico può, insomma, sfruttare le sinergie con l’imprenditoria privata.&quot;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;E che ne pensa di concedere sgravi fiscali comunali alle attività che si insediano e riqualificano un centro storico?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“Si tratta di un’ottima idea che può essere applicata concretamente in un paese come il vostro, dove esiste il federalismo fiscale”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Il caso italiano&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Lei sa citare un caso analogo di cittadina italiana, tra i 15 e 50mila abitanti, in cui la pedonalizzazione ha avuto esiti positivi, nonostante le riserve iniziali di cittadini e commercianti e le difficoltà di trovare soluzioni idonee all’assetto urbano della città?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“In Italia, la maggior parte dei capoluoghi di provincia ha un’area completamente pedonale. Si tratta di iniziative che si stanno diffondendo e che trovano applicazione in occasione della redazione di strumenti di pianificazione del traffico. Si tenga conto che dalla metà degli anni Novanta tutti i comuni con popolazione superiore ai 30 mila abitanti hanno l’obbligo di redigere i Piani urbani del traffico. Personalmente ho avuto modo di lavorare a Lecco, cittadina di 40mila abitanti che si affaccia sul lago. Le piazze sono state tutte pedonalizzate con ottimi risultati.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Ma ci sono delle statistiche che mostrano gli effetti della pedonalizzazione sulla cifra d’affari?&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;“No, non ci sono statistiche in tal senso. In Italia, inoltre, ci sarebbe qualche problema, considerato l’importante tasso di evasione fiscale. Ci sono delle statistiche che riguardano il prodotto interno lordo delle città. Dal punto di vista quantitativo, può essere utile la statistica sull’apertura e sulla chiusura degli esercizi e delle attività commerciali. Esse mostrano che le pedonalizzazioni rendono le aree cittadine molto più pregiate. A livello empirico posso affermare che, in linea di massima, aumenta la cifra d’affari. Ma occorre non sbilanciarsi toppo su questo aspetto, visto che le variabili in gioco sono davvero molte.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>L’identità è multipla</title>
<link>http://libertario.blogspirit.com/archive/2006/10/16/l’identita-e-multipla.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
<category>Articoli pubblicati</category>
<category>Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto</category>
<category>Diritti della diversità</category>
<category>Libertà di espressione</category>
<category>Libertà di movimento</category>
<category>Libertà di religione</category>
<category>Libertà e Media</category>
<pubDate>Mon, 16 Oct 2006 15:35:00 +0200</pubDate>
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&lt;p&gt;intervista con Salvatore Veca&lt;/p&gt; &lt;p&gt;di Oscar Acciari&lt;/p&gt; &lt;p&gt;(da &quot;la Regione&quot;, 13 novembre 2006)&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione.&quot; Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; “Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; “Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; “Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/b&gt; “Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &amp;nbsp;&lt;b&gt;L’identità della Svizzera&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; “Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo&quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; “La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Il Papa e l’Islam&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;b&gt;Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; “Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; “Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; “La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/b&gt; “Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;&amp;nbsp;La dimensione dell’eredità&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; “Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare&lt;br /&gt; in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
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<title>La priorità del male</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
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<category>Diritti della diversità</category>
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<pubDate>Sat, 26 Nov 2005 19:15:00 +0100</pubDate>
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&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;di Oscar Acciari&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;(&quot;laRegione&quot;, Svizzera,&amp;nbsp;26 novembre 2005- )&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;i&gt;“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene&lt;/i&gt;”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti &lt;i&gt;“L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”&lt;/i&gt;. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;I&amp;nbsp;diritti fondamentali&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Professor Veca, lei nella sua ultima opera&amp;nbsp; mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati&amp;nbsp; molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è:&amp;nbsp; “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori&amp;nbsp; da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;&lt;b&gt;E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo&lt;/b&gt;?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin&amp;nbsp; Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare&amp;nbsp; “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo,&amp;nbsp; si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante.&amp;nbsp; Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo&amp;nbsp; però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare&amp;nbsp; le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del&amp;nbsp; confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male,&amp;nbsp; purché non si occupi d’altro?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della&amp;nbsp; spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte&amp;nbsp; consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi&amp;nbsp; invece si offendono…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;L’offerta filosofica&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot;&gt;Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;Times New Roman&quot; size=&quot;3&quot;&gt;“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni&amp;nbsp; alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;
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<title>L'italia, il debito e i gay</title>
<link>http://libertario.blogspirit.com/archive/2005/05/13/l_italia_il_debito_e_i_gay.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
<category>Articoli pubblicati</category>
<pubDate>Fri, 13 May 2005 14:54:45 +0200</pubDate>
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&lt;strong&gt;L’Italia è il malato d’Europa&lt;br /&gt;e il guaio è che rallentano tutti &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Il Riformista, 13 maggio 2005&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sgombriamo subito il campo da alcuni equivoci: 1) le feste pasquali non c’entrano, l’Istat ha subito smentito Silvio Berlusconi spiegando di averle già tolte, come sempre, dal calcolo del pil. Quindi la recessione c’è tutta. E tecnicamente va definita così, visto che siamo al secondo trimestre consecutivo in cui il prodotto lordo italiano scende: -0,4% negli ultimi tre mesi del 2004 e - 0,5% nei primi tre mesi di quest’anno. 2) L’Italia sta peggio degli altri paesi europei, compresa la Germania cresciuta dell’un per cento; e della stessa Olanda il cui pil è sceso dello 0,1% soltanto. Nell’insieme dell’area euro, lo sviluppo è modesto, ma resta ancora positivo. 3) Noi siamo l’anello debole (che quindi è saltato prima) di una catena che sta per spezzarsi anche in altri punti importanti. Anche la Francia e la Spagna, i paesi più dinamici dell’Eurolandia, rallentano. Gli Stati Uniti cominciano a risentire i colpi del caro petrolio. Ma soprattutto la Cina e l’estremo oriente, grandi locomotive dell’economia mondiale, ora sbuffano.&lt;br /&gt;Quelle italiane non sono difficoltà momentanee, lo dimostra il fatto che questo semestre di crescita negativa si inserisce in un triennio di sostanziale stagnazione, la più lunga dell’intero dopoguerra, secondo i calcoli della Banca d’Italia. La caduta è determinata in gran parte dall’industria. La produzione è scesa del 3,4% su base annua e dell’1,2% rispetto al trimestre precedente. In particolare, la produzione di beni di consumo è crollata del 7,4%. Per colpa di chi? Ha pesato in modo molto forte la crisi Fiat. La produzione di automobili è scesa nel trimestre del 17,7% su base annua. Ieri Sergio Marchionne ha avuto un incontro con Claudio Scajola il quale ha confermato l’attenzione del governo, parole rassicuranti dopo le sferzate di Roberto Maroni. Ma resta il fatto che la Fiat può tirarsi su solo con un progetto industriale coraggioso, più di quello seguito finora. Scelte pesanti sono all’orizzonte. (continua)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sui gay, Juan Carlos sta con Zapatero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La lotta al terrorismo e la sindrome di Monaco, la linea della fermezza e lo stato di diritto, trattare o combattere (e come trattare e come combattere). Intorno alle domande che da sempre accompagnano le scelte di José Luis Rodríguez Zapatero, mercoledì 11 maggio, due mesi esatti dal primo anniversario della strage di Madrid, nel parlamento spagnolo è iniziato il dibattito sullo stato della nazione. Ma oggi la lotta al terrorismo, in Spagna, significa innanzi tutto lotta contro l’Eta, mai così debole come in questa fase, tanto che la questione all’ordine del giorno è ormai esplicitamente la fine del terrorismo separatista. Eppure, proprio nel momento in cui più fragile è il nemico, più laceranti appaiono le divisioni all’interno del parlamento.&lt;br /&gt;
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<title>Il bis cotto del Cavaliere</title>
<link>http://libertario.blogspirit.com/archive/2005/05/13/il_bis_cotto_del_cavaliere.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Oscar ACCIARI)</author>
<category>Articoli pubblicati</category>
<pubDate>Fri, 13 May 2005 14:50:00 +0200</pubDate>
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&lt;strong&gt;Il bis cotto del Cavaliere&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;intervista con Giovanni Sartori &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Oscar Acciari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tratto da &quot;La Regione&quot;, 30 aprile 2005&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto che il professor Giovanni Sartori, uno dei più grandi politologi a livello mondiale e sicuramente lo scienziato politico più prestigioso d’Italia, esprima un giudizio molto severo nei confronti del Presidente del Consiglio italiano, Silvio Belusconi, e della sua politica fa riflettere. Quella di Sartori è una critica che sicuramente non è influenzata dal teatrale scontro ideologico che caratterizza la Penisola. Sartori è un intellettuale liberale che, in periodi non sospetti, ha condannato il comunismo, in un paese in cui il PCI era riuscito a conquistare quasi un terzo dell’elettorato e rappresentava il più grande partito comunista dei paesi occidentali. Ma Sartori è anche il professore che, in tempi sempre non sospetti, ha espresso dure critiche ai governi della cosiddetta Prima Repubblica (accusati di immobilismo), caratterizzati dal dominio della Democrazia Cristiana. Il massimo politologo italiano argomenta da scienziato (e con la dovuta distanza visto che ha vissuto molti anni negli Stati Uniti, paese con il quale mantiene un rapporto molto forte) la sua convinzione, secondo la quale l’Italia si appresta a vivere un anno orribile, che terminerà con le prossime elezioni politiche (che si terranno nella primavera del 2006), caratterizzato da un elettoralismo che  rischia di produrre una spesa pubblica fuori controllo e di fare sprofondare finanziariamente nel baratro un paese che dovrà confrontarsi anche con le insidie delle dinamiche mondiali in atto: tra di esse vi è la minaccia al mercato del lavoro proveniente dalla Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt; Ad un anno dalle elezioni politiche&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Professor Sartori, con poche parole come definisce il governo Berlusconi bis?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“A dire il vero si tratta di un governo “Berlusconi ter”, perché anche nella Prima Repubblica vi è stato un governo Berlusconi. L’Esecutivo ha subito un semplice trattamento cosmetico. Sono stati cambiati i ministri più deboli, i ministri senza una vera forza di partito alle spalle (con l’eccezione di Gasparri). E’ rientrato Giulio Tremonti, il mago della finanza creativa, che rappresenta la sconfitta di Gianfranco Fini e di Marco Follini. Per questi ultimi due la crisi è stato un boomerang. E’ inoltre entrato  Francesco Storace, uomo forte di Alleanza Nazionale; Storace è un uomo di pancia come si suol dire al Sud.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Insomma, il governo di Berlusconi è un bis cotto?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sì, la battuta ci sta.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei crede veramente a quanto affermato  a suo tempo da Indro Montanelli, secondo il quale l’unico sistema per battere il virus Berlusconi non poteva che essere quello di iniettare Berlusconi stesso, in modo da creare il vaccino?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“A dire il vero la profezia non è stata del tutto corretta, perché Berlusconi ha governato per quasi un’intera legislatura, rimanendo in carica più di quanto avesse previsto Montanelli. Negli anni Novanta, quando il Cavaliere non era  ancora Presidente del Consiglio ed era  impegnato in campagna elettorale, scrissi su “Panorama” che se lo facevano parlare tutti i giorni, Berlusconi si sarebbe sconfitto da sé, perché ripeteva sempre le stesse banalità. Ma attenzione, non è assolutamente detto che l’anno prossimo verrà sconfitto alle prossime elezioni politiche.  Berlusconi è un gatto dalle mille vite.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che anno sarà quello che si trascorrerà in Italia sino alle elezioni politiche?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sarà un anno orribile. Ormai siamo già in campagna elettorale. Vivremo un periodo dei lunghi coltelli. La campagna sarà combattuta all’ultimo sangue da Berlusconi,  che controlla ancora tutte le televisioni. L’elettoralismo produce spesa facile e dissesto crescente del bilancio dello Stato. Sarà un anno disastroso per le finanze italiane, che galleggiano con trucchi e con realizzi una tantum. Un anno ancora di finanza  definita creativa, ma che in realtà è assolutamente distruttiva, trascinerà il paese nella voragine. Berlusconi ora ha fatto un po’ marcia indietro, ma continua a promettere senza avere un soldo in cassa.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lo scontro ideologico &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In Italia si usano spesso dati statistici per rassicurare l’elettorato, i cittadini. Berlusconi dice che l’occupazione è cresciuta. L’opposizione mette in discussione i dati forniti dall’Istat. In un paese in cui vi è il fenomeno massiccio del lavoro nero, dell’evasione fiscale, quanto contano i dati? Si può fare un confronto tra passato e presente?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Tutti i dubbi sono leciti, perché anche l’Istat è sicuramente condizionato dal potere. Ci sono comunque due dati significativi: è vero che l’impiego è aumentato, ma nel precariato. Secondo: le statistiche ignorano chi non cerca più lavoro perché scoraggiato. C’è gente che dopo vent’anni di lista di attesa di collocamento non cerca più un’occupazione e si arrangia come può. Spesso si tratta di gente non raccomandata e senza tessera di partito. Dal punto di vista occupazionale la situazione non può che peggiorare, anche se non per colpa di Berlusconi. Ora è arrivata la Cina, come io prevedevo quindici anni fa. Tutt’Europa rischia la catastrofe, soprattutto nel settore manifatturiero.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma davvero in Tutt’Europa i governi tendono a non essere riconfermati, perché l’elettorato è costantemente scontento&lt;/strong&gt;?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Questo lo affermiamo un po’ tutti. Dagli anni Sessanta in poi si è creato una psicologia di aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e che creano scontento e, di conseguenza, la caduta dei governi. Ma ciò non è necessariamente vero. Ci sono delle eccezioni: l’Inghilterra di Margaret Thatcher (il cui governo è durato 18 anni) e di Tony Blair. E comunque vero che la politica, sempre più demagogica, ha alzato il livello delle aspettative in un momento che non è sicuramente di vacche grasse. I soldi per lo stato sociale non ci sono più.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In Italia vi è uno scontro ideologico che all’estero viene visto come una grande commedia all’italiana. Le forze politiche non si riconoscono mai un merito e ciò comporta la perdita di credibilità delle istituzioni italiane, dell’intero sistema politico italiano. Secondo lei lo scontro politico verbale in Italia rappresenta un’anomalia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Direi di sì, perché l’Italia è rimasta uno dei paesi più ideologizzati nella sua cultura politica. In parte perché c’è l’eredità del più grande partito comunista europeo. Non dimentichiamo che il PCI era riuscito a conquistare quasi un terzo dei voti totali in Italia. I comunisti sono un po’ come  i preti. Una volta diventati “ex” mantengono ancora il marchio, l’impronta del loro passato. E poi c’è Berlusconi che partecipa al riscaldamento ideologico, buttando benzina sul fuoco, attraverso i suoi continui allarmi per il presunto pericolo comunista. Se Berlusconi lo non avesse provocato, anche in Italia come in tutt’Europa, il riscaldamento ideologico sarebbe diminuito.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt; Il sistema politico italiano&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La durata media dei governi italiani si aggira attorno ai dieci mesi. Berlusconi si vanta di aver guidato il governo più longevo d’Italia, avendo superato per durata quello dell’amico Bettino Craxi…Merito soltanto del cambiamento del sistema politico italiano che da sistema pluripartitico polarizzato fondato sulla proporzionale, è diventato bipolare con un sistema maggioritario impuro?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La durata dei governi è un indicatore fasullo. Ci sono governi longevi perché non fanno nulla. Ci sono governi di breve durata che sono caduti anche perché hanno fatto molto. L’elemento di giudizio deve essere l’efficienza (che è più difficile da misurare), non la durata. E’ la governabilità che conta. I Governi della Prima Repubblica erano sempre dominati dalla DC. Dietro a una discontinuità formale, c’era una  continuità sostanziale (Andreotti ha guidato sette volte il Consiglio dei Ministri). I governi della Prima Repubblica non sono stati incisivi non a causa della loro breve durata, ma perché i democristiani non sono per loro natura incisivi.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nei suoi saggi, quando parlava del sistema politico italiano della Prima Repubblica, lo definiva un “sistema di pluralismo polarizzato” (sistema tripolare), basato su un  grosso partito di centro. Lei diceva che se in Italia fosse sparito il partito di centro quel sistema sarebbe crollato.  La Dc è scomparsa a causa di tangentopoli. In che misura la nascita del bipolarismo è legato anche al sistema maggioritario e alla conquista dell’elettorato di centro?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Il partito di centro è stato creato in Italia dalla polarizzazione, dalla distanza ideologica e dalla sua esasperazione (l’esistenza di un forte partito anti-sistema, il PC). Non dipende dal sistema elettorale. Quasi tutti i paesi d’Europa hanno un sistema elettorale proporzionale e sono bipolari. Non è il sistema maggioritario a determinare il bipolarismo. Personalmente ho sempre criticato la politica del partiti di centro, che provoca l’immobilismo. Ma quando si parla di centro occorre fare i dovuti distinguo. Un conto è l’elettorato di centro, un altro un partito di centro. In un sistema bipolare il partito di centro non c’è, ma la conquista dell’elettorato avviene al centro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;La Lega e il modello svizzero&lt;/strong&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La Lega sembra essere l’ago della bilancia delle formazioni di governo di Berlusconi. Per il partito di Bossi è fondamentale la cosiddetta devolution (o devoluzione), che sembra contare più di tutto. La Lega da tempo chiede il federalismo ispirato al modello svizzero. Nel progetto di revisione della Costituzione italiana, il governo si è ispirato al modello elvetico?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“No, il governo non si è ispirato a nulla. Ha semplicemente eseguito gli ordini di Bossi e di Berlusconi, che a loro volta sono ispirati da una loro onniscienza sorgiva. D’altronde la dottrina italica dice che ogni paese è diverso, e così noi abbiamo fatto un pasticcio all’italiana”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Un’ultima battuta?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sì, dica agli Svizzeri di stare tranquilli. La revisione della costituzione italiana non è ispirata al modello svizzero. Non vogliamo far perdere la reputazione al vostro paese”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La scheda&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il professor Giovanni Sartori è nato a Firenze nel 1924 ed è professore emerito alla Columbia University di New York.  Laureato in Scienze Sociali e Politiche nel 1946, è libero docente in Storia della Filosofia Moderna e in Dottrina dello Stato. Vanta un’incredibile carriera accademica negli Stati Uniti e in Italia che è impossibile riassumere in poche righe. E’ medaglia d’oro della Pubblica Istruzione per i benemeriti della scuola, cultura e arte. E’socio della American Academy of Arts and Sciences e della Accademia dei Lincei. Dal 1971 è Direttore, della Rivista Italiana di Scienza Politica. Sartori ha scritto innumerevoli saggi, tra cui “Democrazia e Definizioni” (Il Mulino, 1957,’58,’69,’76, ’85); Teoria dei partiti e Caso italiano (Sugarco 1982); The Teory of Democracy Revisited (Chatham House, 1987, due volumi, pubblicato anche in Albania, Argentina, Brasile, Bulgaria, Cina, Corea, Germania, Messico, Polonia, Slovacchia, Spagna, Turchia e Indonesia); Elementi di Teoria Politica (il  Mulino, 1987, 1990, 1995). Recentemente sul suo operato e sul suo pensiero è uscito un volume dal titolo “La scienza politica di Giovanni Sartori” , curato da G.Pasquino (edizioni il Mulino,2005).&lt;br /&gt;
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