01/08/2005

Il primo agosto di Adriano Sofri

 

Il primo agosto di Adriano Sofri

di Oscar Acciari

(da "La Regione", 20 luglio-1° agosto 2005)

Festeggerà anche lui il primo di Agosto. La Festa nazionale svizzera non c’entra nulla. Adriano Sofri lunedì compie 63 anni. Dopo otto anni di reclusione totale nel carcere Don Bosco di Pisa, forse questo compleanno avrà un gusto un po’ diverso. Da poco più di un mese Sofri esce dal carcere il mattino per recarsi alla biblioteca della Scuola Normale Superiore. La sera torna a dormire in carcere. Il giudice di sorveglianza di Pisa ha dato all’ex leader di Lotta Continua il nulla osta per il lavoro esterno. Condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano, Sofri, che si è sempre proclamato innocente, ha già scontato un terzo della pena. Proprio questo requisito ha permesso che venisse applicato l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che disciplina il lavoro al di fuori del carcere. Un articolo applicato anche se l’ex massimo esponente del disciolto gruppo extraparlamentare di sinistra formalmente non ha inoltrato nessuna richiesta, come per la grazia, di cui si discute tanto in Italia. Sì, perché il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha dichiarato che è giunto il momento di concedere la grazia a Sofri. Di parere diverso il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Il problema istituzionale è finito alla Corte costituzionale, nonostante l’ex leader di LC di chiedere la grazia proprio non ne vuole sapere.

Sofri venne condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, poiché considerato il mandante dell’omicidio di Calabresi, il commissario che indagava sulla strage di Piazza Fontana (avvenuta il 12 dicembre 1969 e in cui sedici persone persero la vita e ottantotto rimasero ferite), poi accusato da LC di aver avuto un ruolo nella morte di Pino Pinelli, un anarchico fermato nel corso delle indagini e protagonista di una sospetta caduta mortale dal quarto piano del palazzo della questura di Milano dopo tre giorni di detenzione. La condanna dei tre, dopo processi fatti e rifatti, è stata basata sulla presunta confessione dell’ex militante di LC Leonardo Marino, che raccontò ai giudici, sedici anni dopo i fatti e tra molte contraddizioni, di essere stato una delle due persone ad avere ricevuto l’ordine da Sofri e Pietrostefani di uccidere Calabresi, precisando che a sparare era stato il suo collega Bompressi. Dopo un iter giudiziario molto complesso e impossibile da riassumere, il 24 gennaio del 2000 i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Venezia rigettarono la revisione del processo, nonostante fosse stata dimostrata la non attendibilità di Marino (prosciolto per la prescrizione del reato), nonché la fragilità delle prove delle sentenze di condanna precedenti. I giudici ritennero di riconfermare le pene comminate. A seguito di questa vicenda da anni in Italia si è creato un vasto movimento di opinione a favore della scarcerazione dell’ex leader di LC che ha coinvolto anche personalità del mondo politico che si definiscono di Destra. Di Sofri in Italia si discute per la concessione della grazia a un uomo considerato un raffinato intellettuale (scrittore e giornalista), che testimoniò le atrocità che stavano avvenendo nell’ex Jugoslavia e in Cecenia e che si indignò dinanzi ai massacri dei civili e alla cosiddetta “pulizia etnica”. Tra il ’94 e il ’95 visse a Sarajevo raccontando, da inviato del quotidiano italiano “L’Unità”, l’assedio della capitale bosniaca, dove i cecchini serbi dai tetti delle case e dalle colline circostanti non risparmiarono nessuno, né anziani, né donne e bambini. Con una telecamerina filmò la vita quotidiana, asserendo che quella in atto non era una mera guerra civile e condannando l’ignavia dell’ONU. Molti ricorderanno i reportage di Sofri proposti da “Mixer”, programma all’epoca in onda su Rai Due. Ma qualcuno ricorderà anche le sue testimonianze da Grozny, nel febbraio del 1996. In Cecenia l’ex leader di LC tornò qualche mese dopo per occuparsi direttamente del rilascio di tre volontari italiani (rimasti prigionieri degli indipendentisti per ben 64 giorni), impegnati nell’organizzazione InterSos, sfruttando i suoi contatti, le sue amicizie influenti che aveva stretto mentre girava i suoi reportage.


Il Carcere e la Grazia

E’ tornato alla normale di Pisa. Lavora fuori dal carcere, sente di essere tornato ad una vita normale?

“Sono tornato ad una vita seminormale, nel senso che la mia vita diurna è diventata normale. Ma forse, come diceva un importante autore, le mezze verità sono peggio delle bugie. La vita potrebbe apparire più assurda di prima, nel senso che io passo dodici ore in carcere, in una brutta cella con il caldo e le formiche, mentre di giorno vengo qui e lavoro negli ampi spazi di questo magnifico palazzo rinascimentale con la facciata dipinta dal Vasari…”

Come festeggerà il suo compleanno?

“Da parecchio tempo non sono entusiasta di festeggiare il mio compleanno. Il vantaggio è che avviene in un’estate particolarmente piena di avvenimenti da passare inosservato. Spero che la stessa cosa non accada per la vostra festa nazionale. Ma se le interessa, posso dirle che ho già chiesto un permesso per trascorrere qualche giorno con i miei familiari e non posso averne un altro. Farò le cose che ho fatto nell’ultimo mese. La sera tornerò in carcere, dove un gruppetto di ragazzi “coinquilini” hanno organizzato una festa in un cortiletto di cemento.”

Continuerà a rifiutarsi di chiedere la grazia? Il suo comportamento va giustificato con il fatto che chi si ritiene innocente, non chiede la grazia che, in sostanza, è un provvedimento di clemenza?

“Io non mi ritengo innocente, sono innocente. La mia chiaramente non è un’opinione. Il problema non è la compatibilità fra la grazia e l’innocenza. Ugo Foscolo scrisse: “…Né muover l’erba mi parea danzando”. La grazia è qualcosa che quando balla, non muove nemmeno l’erba. E’ talmente nobile e al di sopra di tutto che si può sposare con altre cose nobili della vita, come l’innocenza. Non ho nessuna intenzione di chiederla, perché non ne ho voglia. Perché mi sembra che la mia storia vada bene così e che abbia una sua “coerenza alla rovescia” che non intendo turbare troppo”.

 Da Srebrenica a oggi 

Lei in passato, parlando dell’esperienza di coloro che avevano aderito con lei a Lotta Continua, disse che avevate un’ideologia che avrebbe consentito ad alcuni dei militanti di arrivare sino al punto di uccidere. In un’altra circostanza dichiarò che si trattava di riconoscere un passato in cui la responsabilità collettiva aveva prevalso su quella individuale. Può accadere così spesso? E’ quello che accade ad un terrorista islamico?

“Io penso che succeda abbastanza spesso che il sentimento di responsabilità collettiva prevalga su quella individuale, ma non penso si possano fare confronti tra situazioni diverse. Estendere un ragionamento del genere, ci porterebbe a tragedie immani, come è avvenuto per chi ha abbracciato il nazismo o lo stalinismo. Si tratta di fissare il limite entro il quale si decide questo comportamento. Credo che nel terrorismo islamista ci sia un sentimento di abnegazione, non tanto per ragioni religiose, ma per ragioni ideologiche e, prima ancora, psicologiche. E utilizzo la parola “abnegazione”, perché la lingua italiana ci ha fornito un temine adatto per esprimere questa condizione: ovvero la devozione assoluta per una causa fino alla negazione, alla cancellazione di sé stessi per essa. Il kamikaze non è il martire disposto a morire per la propria verità, ma è il martire, lo shahid, che brama di morire e di ammazzare gli altri per conquistarsi un posto nel proprio immaginario e stupidissimo paradiso.”

Lei fu il protagonista indignato di un deciso appello per l’intervento delle forze internazionali all’epoca dell’assedio di Sarajevo e di Srebrenica. Esse furono incredibilmente assenti di fronte al martirio di milioni di persone. Nel corso del tempo le organizzazioni internazionali sono intervenute in casi diversi e con modalità differenti (si pensi al Kosovo, all’Afghanistan e all’Iraq). Lei cosa pensa di quegli interventi?

“Io distinguerei drasticamente le situazioni. L’intervento in Iraq ai miei occhi era assolutamente ingiustificato. E’ stata una decisione sbagliata e- temo- disastrosa. Ora il problema è quello di misurarsi con le sue conseguenze e con la situazione attuale. Non bisogna fare diventare il rifiuto di condividere quella scelta una ragione per sentirsi fuori gioco anche oggi e per rinunciare ad essere coinvolti e impegnati nella difesa della possibilità di libertà, di democrazia e della stessa sopravvivenza delle persone di quel disgraziatissimo paese. Per l’Afghanistan la situazione era diversa. E ancora differente era la situazione per i due interventi nei paesi della ex Jugoslavia. Io invocai per anni l’intervento in Bosnia, dov’era in corso l’assedio e il bombardamento di intere città, come a Sarajevo e a Srebrenica. Non intervenne l’ONU (che si macchiò di vergogna e infamia), ma la Nato per una decisione essenzialmente americana e dopo l’assedio cittadino più lungo della storia contemporanea. Fu un disastro per le Nazioni Unite e per l’Europa. In quella circostanza ero favorevole all’intervento, giunto troppo in ritardo. Per il Kosovo io credo che l’intervento fosse giustificato, ma non il modo. C’è differenza tra un intervento di guerra e un intervento di polizia. E non considero questa differenza un facile gioco di parole per addormentare la coscienza. Credo infatti che l’azione di polizia internazionale debba rendere conto a una legge esistente ed esercitare una forza proporzionata all’obiettivo. Ma in Kosovo l’ingerenza internazionale raggiunse il livello dell’intervento militare, passando la mano ai generali. In realtà nessuno aveva dichiarato guerra a nessuno. Io penso che affrontare la questione della polizia internazionale, sia un dovere prioritario.

E oggi secondo lei cosa non va sottovalutato?

“Oggi c’è un problema che nessuno di noi può considerare prerogativa esclusiva di Bush o di Blair… E’ il problema del nucleare militare (o della bomba atomica) in Iran. Esso riguarda ognuno di noi. Che fare di fronte a un governo, come quello guidato da Mahmoud Ahmadinejad, da un vincitore di elezioni palesemente squadrista ed eccitatore della parte più frustrata del paese? La polizia internazionale che vuole occuparsi di nucleare, non può certo andare in Iran con una squadra di vigili urbani. Ma la difficoltà non deve impedire di affrontare il problema, anzi deve forzare ad affrontarlo nel modo più chiaro e concreto.”

Sul tema dell’intervento, lei aprì un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana. Nel maggio ‘95 scrisse sull’Unità che “….Una Sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e delle libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l’impiego della forza Onu e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia Erzegovina…”

“A me sembra molto grave che le persone che sono convinte di amare la pace e di impegnare sé stesse fino all’ultima risorsa per essa, non capiscano che la condizione essenziale di una fattiva difesa della pace è il soccorso agli inermi, agli aggrediti, a coloro che vedono minacciata l’incolumità fisica e la dignità personale. Così facendo si lascia campo libero non tanto ai militari, ma ai militaristi, a quelli che hanno una ragione per intervenire con lo spiegamento di una forza esuberante. Penso che desiderare un impiego legale, misurato e moderato della forza sia una condizione per amare la pace.”

Lei sostiene che spesso la Sinistra non propone nessuna alternativa all’interventismo…

“Io penso che la Sinistra non si ponga il problema di un’alternativa. C’è una Sinistra che ignora il problema con esiti catastrofici. Per esempio, quando gli Stati Uniti insistevano per l’intervento militare in Iraq e in Europa erano in corso la magnifiche e mirabolanti manifestazioni per la pace, non trovò nessuno spazio l’opposizione a Saddam Hussein e l’auspicio che il dittatore iracheno se ne andasse. Alla fine queste manifestazione rischiarono di tramutarsi in una sorta di sostegno al delirio di onnipotenza del tiranno iracheno, che immaginò di trovare in esse una sponda a cui appoggiarsi per rendere più debole la minaccia dell’intervento. Si tratta di un comportamento gravissimo che pregiudica la bontà dei sentimenti dei pacifisti.”

Sappiamo che politologi e filosofi ritengono insostenibile la giustificazione, secondo la quale l’intervento in Iraq è stato voluto per esportare la democrazia. Ma come sarebbe stato possibile, con il senno di poi, intervenire per impedire il massacro degli sciiti e dei curdi?

“Il massacro degli sciiti e dei Curdi fu dovuto alla ritirata, avvenuta nella prima Guerra del Golfo, degli Americani e dei loro alleati, che avevano promesso di arrivare sino a Bagdad, alimentando la loro speranza di liberazione. Vennero abbandonati proprio quando scesero in piazza, provocando la repressione del regime di Saddam. Ci fu ancora una volta l’opportunismo della comunità internazionale sconfinata nella vigliaccheria. E’ molto difficile dire cosa sarebbe giusto fare. Bisognerebbe combinare tutti gli strumenti, fino all’impiego di una forza legittima e proporzionata. In ogni caso c’è un confine che non bisogna superare, ed è quello del pronto soccorso. Ci sono circostanze in cui non si può considerare in discussione la necessità di un intervento. Quando è palesemente in corso un genocidio, occorre intervenire. Il problema è che quella che noi chiamiamo comunità internazionale non esiste o esiste in forma caricaturale.”

L’immagine della Svizzera

Che immagine si è fatto della Svizzera?

“Io ho un’immagine della Svizzera quasi idilliaca. Talvolta incontro degli cittadini svizzeri che mi disilludono, raccontando che il vostro Paese è una sorta di sentina per tutti gli affarismi. Io ho iniziato a pensare seriamente alla Svizzera, cantando “Addio Lugano bella”. Conosco troppo poco la Svizzera e difficilmente potrei dire qualcosa con cognizione di causa. Comunque ultimamente ho maturato l’idea, pensando alle sue posizioni verso l’Europa e l’immigrazione, che sia un museo vivente.


06/06/2005

Occidente, fai un po' schifo

Occidente, fai un po' schifo

di Rina Gagliardi
Prendiamo una normale pagina di cronaca del "Corriere deella sera" di ieri, la pagina 11, dedicata alla politica internazionale. Vi campeggiano due diverse notizie: "Il Pentagono ammette: profanato il Corano", recita la notizia di apertura. Da essa apprendiamo che ora la massima autorità militare degli Stati uniti conferma le rivelazioni di "Newsweek", e che i secondini di quell'inferno umano che si chiama Guantanamo usavano (usano?) prendere a calci il Corano, innaffiarlo di urina, buttarlo nel cesso e tirare l'acqua. L'altra notizia, di spalla, ci parla della confessione di alcuni soldati israeliani: tre anni fa, uccisero a freddo quindici poliziotti palestinesi, a Ramallah. Palestinesi che stavano seduti al bar, a prendere un caffè - falciati per rappresaglia, in omaggio alla legge dell'occhio per occhio. Che cosa c'è di comune tra questi due eventi, così lontani nello spazio ed anche nel tempo? Non c'è solo, ci pare, l'esercizio di una violenza illimitata, efferata ed anche esibita, senza pudicizia. O la ferocia, anche simbolica, che raggiungono gli eserciti di due grandi potenze, gli Usa ed Israele, quando diventano strumento di invasione, occupazione, cancellazione dei diritti degli altri popoli. C'è qualcosa che va oltre anche l'ordinaria sanguinarietà della guerra: la perdita di ogni senso del limite. Che cosa sta diventando questo Occidente, che si asserraglia attorno alla bandiera della propria salvezza ed invoca ad ogni momento la lotta contro il Nemico, l'Altro, l'islamico, il terrorista? Dove sta, dove è finita, l'essenza della così detta civiltà occidentale?

Noi siamo stati allevati nell'idea che l'Occidente - certo insieme al capitalismo e a quisquilie come lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, o la "necessità" di grandi disuguaglienze sociali - era comunque il portatore di grandi valori: la democrazia, la libertà di stampa, la tolleranza, il rispetto umano, i diritti, e così via. Ideali che molto hanno combattuto, di qua e di là dall'Atlantico, per conquistarsi Costituzioni, leggi e verità di pratiche politiche - non a caso calpestati nelle società del "socialismo reale", ignoti a quei selvaggi del mondo arabo, sconosciuti ai sottosviluppati del Sud. E ora? Ora che il "campo socialista" non esiste più, si scopre che tutto questo non ha più corso, neppure dal punto di vista propagandistico - abbiamo scherzato, per due o tre secoli. La libertà? Non ne resta granchè, dopo emergenza dei vari "Patriot Act". Anche la libertà di stampa sembra obsoleta, se è vero che il giornalismo che conta è solo quello "enbedded". E se un giornale moderatamente liberal, come "Newsweek", fa uno scoop, scrive cioè il vero e denuncia le nequizie di Guantanamo, si scatena l'inferno: da Bush in su, quel giornale è stato messo alla gogna, ha dovuto ritrattare le rivelazioni pubblicate e rendere le sue più sentite scuse, ma l'establishment Usa ha continuato a dire che no, che non bastavano le scuse e bisognava che i colpevoli pagassero un prezzo ben più sostanzioso. Ora il Pentagono conferma tutto, e anche di più - ma, ne siamo certi, non chiederà scusa ai giornalisti.

Del resto, dentro e dietro questo sconcertante episodio, non c'è nulla di casuale, ci sono scelte e un'intera strategia regressiva. In nome della quale la più grande potenza planetaria ha rigettato il rispetto delle più elementari norme del diritto internazionale, arrivando a disconoscere, nientemeno, che la Convenzione di Ginevra: chi è sospettato di "appartenere all'Internazionale del terrore" non è più neppure un nemico, è un non-uomo, che può anzi deve essere torturato, umiliato, avvilito. Non è in grazia di queste indicazioni strategiche che i militari americani hanno potuto così tranquillamente torturare ad Abu Ghraib? E perché, se no, quelle guardie di Guantanamo si sono sentite legittimate a sbeffeggiare un Libro, a dissacrare un credo religioso, a giocare con le loro "prede" ex-umane come nemmeno fa il gatto col topo? Quattro secoli, in occidente, di riflessione, ricerca, tormento. E in un istante siamo tornati cinque secoli fa, a prima di Hobbes, Locke, Voltaire, Rousseau.

E così, nell'unica democrazia del mondo arabo, che ancora sarebbe Israele, tende a smarrirsi ogni differenza tra militari e cecchini, tra soldati di un esercito regolare e serial killer, tra esponenti, comunque, dello Stato e giustizieri che colpiscono, puniscono, uccidono a sangue freddo gente che beve un caffè. Già da tempo il governo di Sharon ha teorizzato e praticato l'assassinio di Stato dei suoi avversari. Appunto: invece e al posto dell'Immaginazione, è la Vendetta che ha preso il potere. E' l'Odio che si è fatto Stato. Ma se questo è l'Occidente, beh, fa proprio schifo. Quasi più di tutti i socialismi reali - esteeuropei, arabi e africani - messi insieme….

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