05/12/2006

I passi per le città

Perché e come ha senso pedonalizzare i centri storici delle città. Intervista con Patrizia Malgieri, docente di economia e pianificazione  dei trasporti al Politecnico di Milano

di Oscar Acciari "laRegione", 5 dicembre 2006

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L’architettura dei moderni centri commerciali è sempre più simile a quella dei centri storici delle città europee. Sono pedonali e contemplano luoghi di incontro e di socializzazione. Hanno piazze e viuzze. Sono dei veri e propri “village” che danno valore aggiunto alle attività commerciali presenti. Mentre chi concepisce i nuovi villaggi degli acquisti non ha dubbi sul fatto che le auto debbano trovare spazio all’esterno in appositi parcheggi, lasciando ai pedoni la massima possibilità di fruire delle aree commerciali, nelle città ticinesi ci si interroga sull’opportunità di pedonalizzare piazze e centri storici. I commercianti spesso temono che la pedonalizzazione porti ad un’inevitabile diminuzione della cifra d’affari per l’impossibilità, da parte del cliente, di raggiungere il luogo degli acquisti con l’automobile.

Ha sempre senso pedonalizzare un centro storico e quali criteri bisogna considerare nel rendere pedonali alcune aree delle città?  Sono questi alcuni dei questi posti a Patrizia Malgieri, docente di Pianificazione dell’economia dei trasporti al politecnico di Milano e ricercatrice presso TRT Trasporti e Territorio, società indipendente di pianificazione e ricerca che ha ricevuto importanti mandati dall’Unione Europea. E a proposito dell’impegno dell’UE, va sottolineato che essa intende concentrare i propri sforzi, per i prossimi sette anni, nella riqualifica

 

La politica dell’UE

 

 

Dottoressa Malgieri, uno degli aspetti centrali della politica dell’Unione Europea per i prossimi anni  è sicuramente la qualità della vita nei centri urbani, che passa anche attraverso la pedonalizzazione dei centri storici. Ci può spiegare qual è l’obiettivo della politica comunitaria?

 

 

"La politica comunitaria (“La politica di coesione e le città: il contributo delle città e degli agglomerati urbani alla crescita e all’occupazione all’interno delle regioni”, 13 luglio 2006) individua nelle città uno degli assi strategici per rafforzare la coesione e la crescita dell’Unione nei prossimi sette anni (2007-2013). Rendere le città più attrattive, significa puntare sulla qualità degli spazi urbani e dei servizi di trasporto, favorendo ad esempio modelli di mobilità sostenibile (quelli a basso impatto ambientale e sociale) in modo da rendere più vivibile ed attrattivo un patrimonio culturale e storico non riproducibile, e che ci invidiano nel resto del mondo." 

 

Ma ha sempre senso pedonalizzare i centri storici?

“Per rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci che vantaggio ha una comunità a perdere la ricchezza di funzioni pregiate che tradizionalmente si insediano nei centri storici, lasciando che le automobili occupino strade, piazze per la sosta, funzione questa non certamente di valore. Occorre infatti considerare che il centro storico è la parte della città più ricca di funzioni. La sua vivacità (economica, sociale e culturale) è tanto maggiore quanto più vi si ritrovano funzioni pregiate, capaci di renderlo attrattivo non solo per poche ore durante la giornata.  Va ricordato che i centri storici sono il sedimento di modelli urbani stratificati nel tempo, in cui non vi era di certo traccia della motorizzazione di massa. Mi pare evidente che, con piazze e strade strette, non siano adatti alle automobili.”

L’uomo per sua natura preferisce muoversi e socializzare senza doversi preoccupare delle automobili. I commercianti si preoccupano, quando sentono parlare di pedonalizzazione, ma i grandi centri commerciali vengono concepiti con delle vaste aree pedonali per chi fa acquisti e con dei grandi parcheggi sotterranei per le auto…

"Sì, i grandi centri commerciali riprendono l’ architettura dei centri storici. Anche nei centri commerciali si assiste ad un allontanamento delle automobili in zone a loro appositamente destinate. Occorre considerare il fatto che lo shopping non è un semplice “fare la spesa”, ma presenta componenti emotive, irrazionali e anche aspettative di socializzazione”.

Ma perché allora sono i commercianti ad opporsi alle pedonalizzazioni?

“Il processo di pedonalizzazione è quasi sempre avvenuto contemporaneamente a una riqualificazione dei tessuti urbani. Non si elimina soltanto il traffico, ma si fa un intervento più complessivo di valorizzazione dell’area. Personalmente ho potuto rilevare che le opposizioni dei commercianti sono sempre state opposizioni di primo livello, dovute al cambiamento. Ma, alla fine, gli esiti degli interventi sono sempre stati molto positivi. Quasi sempre, infatti, chi si è opposto alla pedonalizzazione non è disposto a tornare indietro.”

Ma vi sono attività commerciali che sono più adatte ad un contesto pedonale, oppure esso rappresenta un’oasi di benessere per tutti?

 “Nelle aree pedonali traggono vantaggio soprattutto le attività del piccolo commercio con un alto valore aggiunto (che offrono prodotti di qualità e rari) o le grandi catene commerciali in franchising. 

 E quali sono gli aspetti da considerare per non commettere errori, quando si introducono delle aree pedonali?

“Bisogna capire quali sono le funzioni insediate e qual è la loro compatibilità con il flusso veicolare. Vi devono essere delle alternative di accesso all’area, attraverso il trasporto pubblico o le piste ciclabili. Inoltre occorre prevedere la possibilità di lasciare le auto in parcheggi più o meno distanti dell’area pedonalizzata. Tutto ciò deve essere accompagnato da una chiara informazione per l’automobilista. Infine, ci deve essere la condivisione della proposta dalla comunità locale, che non è costituita soltanto dai commercianti, ma da un complessità di attori che partecipano alla ricchezza di una città. Occorre, insomma, dare voce anche al resto della popolazione.”

Ma cosa in realtà contribuisce all’espulsione dei piccoli commercianti dal centro storico di una città?

“Penso che tra le prime causa dell’espulsione delle attività commerciali dal centro storico vi sia l’incremento dei prezzi degli immobili, in stretta relazione con la rendita fondiaria. Certo la riqualificazione degli spazi pubblici spesso porta a far crescere i valori fondiari di vendita/affitto degli immobili a tutto vantaggio dei proprietari degli immobili. Il problema è stabilire quali strumenti si possono utilizzare  per riequilibrare la situazione…

Le città ticinesi e le autorità

Che ne pensa del modo di gestire i centri cittadini delle autorità ticinesi?

"Ho una conoscenza diretta delle città ticinesi, ma non come studiosa. La sensazione è di un contesto per certi versi pianificato (dove la sosta è controllata e tariffati), ma in cui è lasciato grande spazio all’uso dell’auto. Vi sono ancora pochi esempi di pedonalizzazione dei centri storici. C’è  poca attenzione all’uso della bicicletta, alla messa in sicurezza degli spostamenti pedonali, ecc…"

A Bellinzona le autorità cittadine hanno condotto in porto la pedonalizzazione del centro storico con un ampio consenso della popolazione. A Locarno il dibattito è aperto, anche se sarà inevitabile pedonalizzare Piazza Grande. Lei conosce queste realtà e cosa suggerisce?

“Credo che considerata la notorietà di Piazza Grande occorrerebbe lanciare un concorso di idee a livello internazionale, che conferirebbe ancora maggiore prestigio alla vostra piazza. Si tratta probabilmente di ripensare ad un disegno unitario, in cui la piazza possa fare da cerniera tra la parte storica della città e il lungo lago, dando qualità ad un impianto urbanistico non comune anche nel panorama delle belle città ticinesi”.

Ma quale contributo può dare l’ente pubblico per rendere, anche inizialmente, meno dolorose le pedonalizzazioni?

“Le autorità cittadine e, in generale, l’ente pubblico possono partecipare alla riqualifica degli edifici e possono abbassare i costi della localizzazione. Il potere politico può, insomma, sfruttare le sinergie con l’imprenditoria privata."

E che ne pensa di concedere sgravi fiscali comunali alle attività che si insediano e riqualificano un centro storico?

“Si tratta di un’ottima idea che può essere applicata concretamente in un paese come il vostro, dove esiste il federalismo fiscale”.

Il caso italiano

Lei sa citare un caso analogo di cittadina italiana, tra i 15 e 50mila abitanti, in cui la pedonalizzazione ha avuto esiti positivi, nonostante le riserve iniziali di cittadini e commercianti e le difficoltà di trovare soluzioni idonee all’assetto urbano della città?

“In Italia, la maggior parte dei capoluoghi di provincia ha un’area completamente pedonale. Si tratta di iniziative che si stanno diffondendo e che trovano applicazione in occasione della redazione di strumenti di pianificazione del traffico. Si tenga conto che dalla metà degli anni Novanta tutti i comuni con popolazione superiore ai 30 mila abitanti hanno l’obbligo di redigere i Piani urbani del traffico. Personalmente ho avuto modo di lavorare a Lecco, cittadina di 40mila abitanti che si affaccia sul lago. Le piazze sono state tutte pedonalizzate con ottimi risultati.”

Ma ci sono delle statistiche che mostrano gli effetti della pedonalizzazione sulla cifra d’affari?

“No, non ci sono statistiche in tal senso. In Italia, inoltre, ci sarebbe qualche problema, considerato l’importante tasso di evasione fiscale. Ci sono delle statistiche che riguardano il prodotto interno lordo delle città. Dal punto di vista quantitativo, può essere utile la statistica sull’apertura e sulla chiusura degli esercizi e delle attività commerciali. Esse mostrano che le pedonalizzazioni rendono le aree cittadine molto più pregiate. A livello empirico posso affermare che, in linea di massima, aumenta la cifra d’affari. Ma occorre non sbilanciarsi toppo su questo aspetto, visto che le variabili in gioco sono davvero molte.”

 

16/10/2006

L’identità è multipla

intervista con Salvatore Veca

di Oscar Acciari

(da "la Regione", 13 novembre 2006) 



Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.

Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?

“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.

Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…

“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”

Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.

“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.

Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?

“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.


 L’identità della Svizzera


Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?

“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".

Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?

“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.

Il Papa e l’Islam

Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?

“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.

Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?

“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.

Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?

“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.

Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?

“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.

 La dimensione dell’eredità

Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?

“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”

04/04/2006

Lo schermo delle regole

 

Intervista con Aldo Grasso

 

di Oscar Acciari

Tratto da "laRegione", 3 aprile 2006

L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”. A sostenerlo è Aldo Grasso, docente di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano e critico del Corriere della Sera. Aldo Grasso pensa infatti che non sia mai bello far capo a degli organi di vigilanza, a delle authority che dettino le regole alle televisioni. In Italia però c’era un grande bisogno di regole per affrontare la campagna elettorale per le elezioni politiche che si terranno il 9 aprile, una campagna dai toni aspri e dallo scontro spesso fuori dalle righe. Per questa ragione Grasso riesce a cogliere degli aspetti positivi nelle nuove regole che disciplinano i confronti elettorali a livello televisivo. “Per lo meno- dice il critico radiotelevisivo- è stata sconfitta la logorrea italiana e ciò rappresenta sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”

Politica e Tivù


Professor Grasso, a causa del conflitto di interessi di  Silvio Berlusconi, da anni in Italia non si parla che di confronto politico al livello di mass media. C’è chi sostiene che oggi i media hanno meno potere rispetto al recente passato e che l’elettore alla fine non si lascia influenzare più di tanto, perché ha maturato una propria indipendenza, una propria convinzione politica. Lei che ne pensa?
“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”

Il nuovo modo di condurre i dibattiti, con un moderatore neutrale che conteggia soltanto il tempo e che non pone domande, lasciate a due giornalisti di due testate diverse, fa sì che la politica vinca sulla televisione o che semplicemente perda la tivù dal punto di vista dello spettacolo?


“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (Clemente Mimun, ndr) che di fatto fa il vigile urbano. E’ molto strano vedere dei giornalisti che pongono delle domande abbastanza innocue. Nonostante ciò ci sono dei segnali che invece sono rivoluzionari: alludo al fatto che i giornalisti debbano formulare delle domande in trenta secondi e che i politici debbano rispondere in due minuti e mezzo. La sconfitta della logorrea italiana è sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”


Chi ha vinto il confronto Berlusconi-Prodi e come sarà il prossimo moderato da Bruno Vesta?
“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”
Come si è comportata secondo lei Lucia Annunziata nell’intervista con Berlusconi nel programma su Rai3 “Mezz’ora”?
“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

Tra tivù, seni e glutei


In un paese tradizionalista, cattolico e moralista come l’Italia, il fatto che alcuni giovani siano disposti a fare qualunque cosa pur di riuscire a lavorare in tivù, significa che la televisione ha sostituito Dio?
“No, significa che la televisione ha sostituito, molto più modestamente, l’ufficio anagrafe. Nel senso che in Italia si ha la sensazione che per essere certificati su questa Terra, per dimostrare di esistere, occorra apparire in televisione. Spesso essa ha anche sostituito l’ufficio di collocamento: ci sono infatti tantissimi giovani che non sanno che tipo di lavoro fare e che  ambiscono al cattivo modello di televisione, che mostra come si possa raggiungere, con facilità e semplicità, il successo e quindi i soldi, le belle donne, la bella vita. Di conseguenza la televisione è diventata qualcosa che occupa i sogni di molti giovani.”
Questa ossessione della tivù, dell’immagine e dell’apparire a tutti i costi, nasce da Berlusconi o ha altre radici?
“No, ha tutte altre radici. Berlusconi è uno che ha saputo cavalcare questa ossessione della televisione. Imputargli anche questa colpa, mi sembrerebbe molto sciocco. Quello che succede in Italia, accade in molti paesi. I fenomeni mi sembrano più o meno uguali dappertutto.”
Sì, ma non le pare che proporre in tutte le trasmissioni glutei e seni di ragazze, che non sembrano mostrare altre qualità, faccia apparire l’Italia come un paese che non si è evoluto molto negli ultimi anni?
“Sì, questa è una colpa del sistema televisivo italiano, fintamente concorrenziale e rimasto bloccato in altre pastoie. Il problema va ricercato sostanzialmente nella quantità. La televisione italiana dà l’impressione di “velinismo” totale, cioè che ogni programma abbia un senso soltanto se ci sono delle ragazze spogliate. Nelle televisioni di altri paesi trasmissioni di questo tipo sono bilanciate da altri programmi, di conseguenza l’impressione di fondo non è così pesante. Ma se dobbiamo parlare delle anomalie della tivù italiana, le posso dire che a me scandalizza di più il fatto che nel momento in cui la Rai, grazie a Bonolis, stava facendo una seria concorrenza a Mediaset, questa ha strapagato Bonolis per portarlo a casa propria e fargli fare un programma secondario, pur di eliminare quel poco di concorrenza che esisteva. Questo è il vero scandalo, la vera pochezza della televisione italiana. Il resto mi sembra soprattutto folclore.”
Lei condivide la riflessione di  Karl R. Popper in “Cattiva maestra televisione”, secondo la quale talvolta la censura sarebbe raccomandabile, ma siccome viviamo in liberaldemocrazie, essa non la si può attuare?
“Detta così, la cosa mi convince di più, rispetto ad altre interpretazioni. Le confesserò, infatti, che non amo molto quel libro. O meglio non amo l’interpretazione di quel libro, che è diventato un po’ il cavallo di battaglia di quelle persone che invece si sentono “buone maestre della televisione”. La televisione ha una sua “selvaggeria” di fondo, una sua “eversività” moderna che non possono essere contrastate certo con le buone intenzioni. Se il servizio pubblico facesse una televisione alternativa a quella commerciale, il discorso di Popper sarebbe quasi inutile. Il servizio pubblico dovrebbe avere un ruolo di bilanciamento. Invece ci troviamo in una situazione in cui talvolta la televisione pubblica fa un prodotto peggiore di quello della televisione commerciale. E allora invochiamo dei controlli, delle censure che sono sempre qualcosa di negativo nell’espressività e nel mondo della comunicazione. L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”, senza dover far capo a delle authority, a delle vigilanze, a dei sistemi di controllo. Affidandoci ad essi diamo l’impressione di essere dei bambini che giocano con un giocattolo più grande di loro.”


Tra satira, informazione e illegalità


In Italia hanno grande successo le trasmissioni che fanno sorridere, anche se esse fra di loro sono molto diverse. Tutte però sembrano percorrere la strada dell’illegalità, proponendo spezzoni e fuori onda per i quali non vi sono autorizzazioni (“Blob” e “Striscia la notizia”). In Italia c’è qualche speranza di ripristinare la legalità a livello televisivo?
“E’ una bella domanda. Io personalmente è da parecchio tempo che segnalo questo problema, pur amando moltissimo una trasmissione come “Blob” che è un’invenzione. Mi rendo conto però che è un’invenzione totalmente illegale. Chi ha cercato di esportare all’estero il modello di Blob, ha capito che non avrebbe mai potuto fare un programma del genere, perché in qualsiasi paese prima bisogna chiedere il permesso per utilizzare degli spezzoni e poi, eventualmente, pagarne i diritti. E invece l’Italia, patria del diritto romano, sembra aver dimenticato delle norme elementari. Lo stesso discorso vale per “Striscia la Notizia”. Va detto, inoltre, che tutto ciò che riesce ad ottenere questa grande satira ed eversità è fare processare Vanna Marchi che comunque avrebbe dovuta essere processata dal primo pretore che un pomeriggio accende la televisione e vede quello che fa. Mi sembra che sia tutto un sistema "autoconsolatorio" e autogratificante. La nostra è una satira che fa il solletico.”
Qual è la trasmissione televisiva che la diverte di più?
“Le trasmissioni che mi divertono di più sono quelle casuali, non quelle che si propongono di far ridere. Io mi diverto abbastanza davanti alla televisione. Certo ci sono alcuni comici come Piero Chiambretti, Gene Gnocchi e Luciana Littizzetto che mi divertono parecchio.”
Ma qual è il vero genio?
“Non c’è dubbio, Fiorello.”
Non crede che Emilio fede e Michele Santoro, nella loro diversità, appartengano alla stessa cultura politica del fare televisione, che nasce da lontano, dalla lottizzazione partitica e che mostra come i giornalisti debbano avere rapporti con qualche formazione politica?
“Non c’è dubbio, anche se la cosa  può scandalizzare qualcuno. In effetti Michele Santoro ed Emilio Fede sono due facce della stessa ed identica medaglia. Ed è la medaglia dell’informazione televisiva italiana, che è il vero anello debole del sistema televisivo italiano. E da anni che continuo a ripeterlo. In altri paesi l’informazione ha sempre fatto da compensazione a programmi anche peggiori di quelli italiani, dando dignità alla televisione. Invece in Italia l’informazione ha sempre viaggiato a rimorchio della politica, è una sorta di megafono, di protesi che, a poco e a poco, si è mangiata la politica. Questa è la vera debolezza della televisione italiana.”

19/08/2005

Tabagismo: divieto di fumo sul lavoro aiuta a smettere

BERNA, 19 ago (ats) Un ambiente di lavoro in cui la sigaretta è vietata aiuta anche i più incalliti fumatori a smettere o perlomeno a provarci. Lo rende noto l´Associazione svizzera per la prevenzione del tabagismo (AT). Rimane il fatto che i fumatori tendono a minimizzare i rischi per la salute generati dal tabacco.

Queste conclusioni sono tratte da due studi condotti negli USA e validi anche per la Svizzera, secondo AT. Se il fumo è vietato sul posto di lavoro, i fumatori hanno da due a tre volte più probabilità di abbandonare la sigaretta. Coloro che invece persistono, consumano in media quattro sigarette in meno al giorno. Questi "successi" risultano meno rilevanti se sul posto di lavoro viene istituita una zona riservata ai fumatori.

In Svizzera tre persone su dieci lavorano in un´azienda in cui il tabagismo è autorizzato ovunque, senza limitazioni, rileva AT. Secondo un´indagine, quasi la metà delle persone attive che non fumano e un terzo di coloro che fumano vorrebbero che la sigaretta venisse vietata sul lavoro o che le zone adibite al fumo venissero ridotte.

In quattro Paesi europei sono già in vigore leggi a tutela di posti di lavoro senza fumo: in Finlandia, Irlanda, Italia e Malta. Dal primo giugno 2005 anche in Svezia la salute della popolazione ha la priorità sugli interessi economici dell´industria del tabacco. La richiesta di posti di lavoro senza fumo poggia su dati di fatto inequivocabili. In Svizzera ogni giorno muore una persona, benché lui o lei non abbia mai fumato: ha respirato fumo passivo, avverte AT.

01/08/2005

Il primo agosto di Adriano Sofri

 

Il primo agosto di Adriano Sofri

di Oscar Acciari

(da "La Regione", 20 luglio-1° agosto 2005)

Festeggerà anche lui il primo di Agosto. La Festa nazionale svizzera non c’entra nulla. Adriano Sofri lunedì compie 63 anni. Dopo otto anni di reclusione totale nel carcere Don Bosco di Pisa, forse questo compleanno avrà un gusto un po’ diverso. Da poco più di un mese Sofri esce dal carcere il mattino per recarsi alla biblioteca della Scuola Normale Superiore. La sera torna a dormire in carcere. Il giudice di sorveglianza di Pisa ha dato all’ex leader di Lotta Continua il nulla osta per il lavoro esterno. Condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano, Sofri, che si è sempre proclamato innocente, ha già scontato un terzo della pena. Proprio questo requisito ha permesso che venisse applicato l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che disciplina il lavoro al di fuori del carcere. Un articolo applicato anche se l’ex massimo esponente del disciolto gruppo extraparlamentare di sinistra formalmente non ha inoltrato nessuna richiesta, come per la grazia, di cui si discute tanto in Italia. Sì, perché il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha dichiarato che è giunto il momento di concedere la grazia a Sofri. Di parere diverso il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Il problema istituzionale è finito alla Corte costituzionale, nonostante l’ex leader di LC di chiedere la grazia proprio non ne vuole sapere.

Sofri venne condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, poiché considerato il mandante dell’omicidio di Calabresi, il commissario che indagava sulla strage di Piazza Fontana (avvenuta il 12 dicembre 1969 e in cui sedici persone persero la vita e ottantotto rimasero ferite), poi accusato da LC di aver avuto un ruolo nella morte di Pino Pinelli, un anarchico fermato nel corso delle indagini e protagonista di una sospetta caduta mortale dal quarto piano del palazzo della questura di Milano dopo tre giorni di detenzione. La condanna dei tre, dopo processi fatti e rifatti, è stata basata sulla presunta confessione dell’ex militante di LC Leonardo Marino, che raccontò ai giudici, sedici anni dopo i fatti e tra molte contraddizioni, di essere stato una delle due persone ad avere ricevuto l’ordine da Sofri e Pietrostefani di uccidere Calabresi, precisando che a sparare era stato il suo collega Bompressi. Dopo un iter giudiziario molto complesso e impossibile da riassumere, il 24 gennaio del 2000 i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Venezia rigettarono la revisione del processo, nonostante fosse stata dimostrata la non attendibilità di Marino (prosciolto per la prescrizione del reato), nonché la fragilità delle prove delle sentenze di condanna precedenti. I giudici ritennero di riconfermare le pene comminate. A seguito di questa vicenda da anni in Italia si è creato un vasto movimento di opinione a favore della scarcerazione dell’ex leader di LC che ha coinvolto anche personalità del mondo politico che si definiscono di Destra. Di Sofri in Italia si discute per la concessione della grazia a un uomo considerato un raffinato intellettuale (scrittore e giornalista), che testimoniò le atrocità che stavano avvenendo nell’ex Jugoslavia e in Cecenia e che si indignò dinanzi ai massacri dei civili e alla cosiddetta “pulizia etnica”. Tra il ’94 e il ’95 visse a Sarajevo raccontando, da inviato del quotidiano italiano “L’Unità”, l’assedio della capitale bosniaca, dove i cecchini serbi dai tetti delle case e dalle colline circostanti non risparmiarono nessuno, né anziani, né donne e bambini. Con una telecamerina filmò la vita quotidiana, asserendo che quella in atto non era una mera guerra civile e condannando l’ignavia dell’ONU. Molti ricorderanno i reportage di Sofri proposti da “Mixer”, programma all’epoca in onda su Rai Due. Ma qualcuno ricorderà anche le sue testimonianze da Grozny, nel febbraio del 1996. In Cecenia l’ex leader di LC tornò qualche mese dopo per occuparsi direttamente del rilascio di tre volontari italiani (rimasti prigionieri degli indipendentisti per ben 64 giorni), impegnati nell’organizzazione InterSos, sfruttando i suoi contatti, le sue amicizie influenti che aveva stretto mentre girava i suoi reportage.


Il Carcere e la Grazia

E’ tornato alla normale di Pisa. Lavora fuori dal carcere, sente di essere tornato ad una vita normale?

“Sono tornato ad una vita seminormale, nel senso che la mia vita diurna è diventata normale. Ma forse, come diceva un importante autore, le mezze verità sono peggio delle bugie. La vita potrebbe apparire più assurda di prima, nel senso che io passo dodici ore in carcere, in una brutta cella con il caldo e le formiche, mentre di giorno vengo qui e lavoro negli ampi spazi di questo magnifico palazzo rinascimentale con la facciata dipinta dal Vasari…”

Come festeggerà il suo compleanno?

“Da parecchio tempo non sono entusiasta di festeggiare il mio compleanno. Il vantaggio è che avviene in un’estate particolarmente piena di avvenimenti da passare inosservato. Spero che la stessa cosa non accada per la vostra festa nazionale. Ma se le interessa, posso dirle che ho già chiesto un permesso per trascorrere qualche giorno con i miei familiari e non posso averne un altro. Farò le cose che ho fatto nell’ultimo mese. La sera tornerò in carcere, dove un gruppetto di ragazzi “coinquilini” hanno organizzato una festa in un cortiletto di cemento.”

Continuerà a rifiutarsi di chiedere la grazia? Il suo comportamento va giustificato con il fatto che chi si ritiene innocente, non chiede la grazia che, in sostanza, è un provvedimento di clemenza?

“Io non mi ritengo innocente, sono innocente. La mia chiaramente non è un’opinione. Il problema non è la compatibilità fra la grazia e l’innocenza. Ugo Foscolo scrisse: “…Né muover l’erba mi parea danzando”. La grazia è qualcosa che quando balla, non muove nemmeno l’erba. E’ talmente nobile e al di sopra di tutto che si può sposare con altre cose nobili della vita, come l’innocenza. Non ho nessuna intenzione di chiederla, perché non ne ho voglia. Perché mi sembra che la mia storia vada bene così e che abbia una sua “coerenza alla rovescia” che non intendo turbare troppo”.

 Da Srebrenica a oggi 

Lei in passato, parlando dell’esperienza di coloro che avevano aderito con lei a Lotta Continua, disse che avevate un’ideologia che avrebbe consentito ad alcuni dei militanti di arrivare sino al punto di uccidere. In un’altra circostanza dichiarò che si trattava di riconoscere un passato in cui la responsabilità collettiva aveva prevalso su quella individuale. Può accadere così spesso? E’ quello che accade ad un terrorista islamico?

“Io penso che succeda abbastanza spesso che il sentimento di responsabilità collettiva prevalga su quella individuale, ma non penso si possano fare confronti tra situazioni diverse. Estendere un ragionamento del genere, ci porterebbe a tragedie immani, come è avvenuto per chi ha abbracciato il nazismo o lo stalinismo. Si tratta di fissare il limite entro il quale si decide questo comportamento. Credo che nel terrorismo islamista ci sia un sentimento di abnegazione, non tanto per ragioni religiose, ma per ragioni ideologiche e, prima ancora, psicologiche. E utilizzo la parola “abnegazione”, perché la lingua italiana ci ha fornito un temine adatto per esprimere questa condizione: ovvero la devozione assoluta per una causa fino alla negazione, alla cancellazione di sé stessi per essa. Il kamikaze non è il martire disposto a morire per la propria verità, ma è il martire, lo shahid, che brama di morire e di ammazzare gli altri per conquistarsi un posto nel proprio immaginario e stupidissimo paradiso.”

Lei fu il protagonista indignato di un deciso appello per l’intervento delle forze internazionali all’epoca dell’assedio di Sarajevo e di Srebrenica. Esse furono incredibilmente assenti di fronte al martirio di milioni di persone. Nel corso del tempo le organizzazioni internazionali sono intervenute in casi diversi e con modalità differenti (si pensi al Kosovo, all’Afghanistan e all’Iraq). Lei cosa pensa di quegli interventi?

“Io distinguerei drasticamente le situazioni. L’intervento in Iraq ai miei occhi era assolutamente ingiustificato. E’ stata una decisione sbagliata e- temo- disastrosa. Ora il problema è quello di misurarsi con le sue conseguenze e con la situazione attuale. Non bisogna fare diventare il rifiuto di condividere quella scelta una ragione per sentirsi fuori gioco anche oggi e per rinunciare ad essere coinvolti e impegnati nella difesa della possibilità di libertà, di democrazia e della stessa sopravvivenza delle persone di quel disgraziatissimo paese. Per l’Afghanistan la situazione era diversa. E ancora differente era la situazione per i due interventi nei paesi della ex Jugoslavia. Io invocai per anni l’intervento in Bosnia, dov’era in corso l’assedio e il bombardamento di intere città, come a Sarajevo e a Srebrenica. Non intervenne l’ONU (che si macchiò di vergogna e infamia), ma la Nato per una decisione essenzialmente americana e dopo l’assedio cittadino più lungo della storia contemporanea. Fu un disastro per le Nazioni Unite e per l’Europa. In quella circostanza ero favorevole all’intervento, giunto troppo in ritardo. Per il Kosovo io credo che l’intervento fosse giustificato, ma non il modo. C’è differenza tra un intervento di guerra e un intervento di polizia. E non considero questa differenza un facile gioco di parole per addormentare la coscienza. Credo infatti che l’azione di polizia internazionale debba rendere conto a una legge esistente ed esercitare una forza proporzionata all’obiettivo. Ma in Kosovo l’ingerenza internazionale raggiunse il livello dell’intervento militare, passando la mano ai generali. In realtà nessuno aveva dichiarato guerra a nessuno. Io penso che affrontare la questione della polizia internazionale, sia un dovere prioritario.

E oggi secondo lei cosa non va sottovalutato?

“Oggi c’è un problema che nessuno di noi può considerare prerogativa esclusiva di Bush o di Blair… E’ il problema del nucleare militare (o della bomba atomica) in Iran. Esso riguarda ognuno di noi. Che fare di fronte a un governo, come quello guidato da Mahmoud Ahmadinejad, da un vincitore di elezioni palesemente squadrista ed eccitatore della parte più frustrata del paese? La polizia internazionale che vuole occuparsi di nucleare, non può certo andare in Iran con una squadra di vigili urbani. Ma la difficoltà non deve impedire di affrontare il problema, anzi deve forzare ad affrontarlo nel modo più chiaro e concreto.”

Sul tema dell’intervento, lei aprì un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana. Nel maggio ‘95 scrisse sull’Unità che “….Una Sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e delle libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l’impiego della forza Onu e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia Erzegovina…”

“A me sembra molto grave che le persone che sono convinte di amare la pace e di impegnare sé stesse fino all’ultima risorsa per essa, non capiscano che la condizione essenziale di una fattiva difesa della pace è il soccorso agli inermi, agli aggrediti, a coloro che vedono minacciata l’incolumità fisica e la dignità personale. Così facendo si lascia campo libero non tanto ai militari, ma ai militaristi, a quelli che hanno una ragione per intervenire con lo spiegamento di una forza esuberante. Penso che desiderare un impiego legale, misurato e moderato della forza sia una condizione per amare la pace.”

Lei sostiene che spesso la Sinistra non propone nessuna alternativa all’interventismo…

“Io penso che la Sinistra non si ponga il problema di un’alternativa. C’è una Sinistra che ignora il problema con esiti catastrofici. Per esempio, quando gli Stati Uniti insistevano per l’intervento militare in Iraq e in Europa erano in corso la magnifiche e mirabolanti manifestazioni per la pace, non trovò nessuno spazio l’opposizione a Saddam Hussein e l’auspicio che il dittatore iracheno se ne andasse. Alla fine queste manifestazione rischiarono di tramutarsi in una sorta di sostegno al delirio di onnipotenza del tiranno iracheno, che immaginò di trovare in esse una sponda a cui appoggiarsi per rendere più debole la minaccia dell’intervento. Si tratta di un comportamento gravissimo che pregiudica la bontà dei sentimenti dei pacifisti.”

Sappiamo che politologi e filosofi ritengono insostenibile la giustificazione, secondo la quale l’intervento in Iraq è stato voluto per esportare la democrazia. Ma come sarebbe stato possibile, con il senno di poi, intervenire per impedire il massacro degli sciiti e dei curdi?

“Il massacro degli sciiti e dei Curdi fu dovuto alla ritirata, avvenuta nella prima Guerra del Golfo, degli Americani e dei loro alleati, che avevano promesso di arrivare sino a Bagdad, alimentando la loro speranza di liberazione. Vennero abbandonati proprio quando scesero in piazza, provocando la repressione del regime di Saddam. Ci fu ancora una volta l’opportunismo della comunità internazionale sconfinata nella vigliaccheria. E’ molto difficile dire cosa sarebbe giusto fare. Bisognerebbe combinare tutti gli strumenti, fino all’impiego di una forza legittima e proporzionata. In ogni caso c’è un confine che non bisogna superare, ed è quello del pronto soccorso. Ci sono circostanze in cui non si può considerare in discussione la necessità di un intervento. Quando è palesemente in corso un genocidio, occorre intervenire. Il problema è che quella che noi chiamiamo comunità internazionale non esiste o esiste in forma caricaturale.”

L’immagine della Svizzera

Che immagine si è fatto della Svizzera?

“Io ho un’immagine della Svizzera quasi idilliaca. Talvolta incontro degli cittadini svizzeri che mi disilludono, raccontando che il vostro Paese è una sorta di sentina per tutti gli affarismi. Io ho iniziato a pensare seriamente alla Svizzera, cantando “Addio Lugano bella”. Conosco troppo poco la Svizzera e difficilmente potrei dire qualcosa con cognizione di causa. Comunque ultimamente ho maturato l’idea, pensando alle sue posizioni verso l’Europa e l’immigrazione, che sia un museo vivente.


12/07/2005

Swiss: sospesi 52 piloti Saab che avevano scritto lettera aperta


BASILEA, 12 lug (ats) Swiss ha sospeso con effetto immediato i 52 piloti dei velivoli Saab che venerdì scorso avevano inviato alla direzione e al cda una lettera aperta in cui si sostenevano che le incertezze legate al loro avvenire professionale possono in casi estremi mettere in pericolo la sicurezza. La compagnia aerea ha pure aperto un procedimento disciplinare nei loro confronti e previsto una riduzione temporanea dei voli.
In un comunicato l´aviolinea si era difesa dicendo che i collegamenti del Saab 2000 sono perfettamente affidabili e non sussistono problemi, ma che è sempre pronta a discutere della situazione. Ieri sera, in una seconda nota, la compagnia ha indicato che le argomentazioni dei piloti sono state oggetto di profondi studi durante la fine settimana.

Risultato: Swiss ha deciso di far verificare da esperti le capacità di volo dei piloti che hanno firmato la lettera. Saranno perciò sospesi immediatamente. Potranno riprendere il servizio in funzione del risultato della valutazione, precisa la nota. Contro di loro sono pure stati aperti procedimenti disciplinari. Swiss annuncia di conseguenza sospensioni temporanee dei voli. Informerà rapidamente la clientela sull´evoluzione della situazione.

Swiss opera attualmente con una flotta di 7 Saab 2000 in partenza da Basilea e 72 piloti specializzati in questo tipo di velivolo. I Saab 2000 non effettuano voli né da Ginevra, né da Zurigo.

07/07/2005

Usa: Cia-Gate, giornalista nyt andrà in carcere


NEW YORK, 6 lug (ats/ansa) Judith Miller, la giornalista del New York Times andrà in carcere per non aver voluto rivelare la sua fonte nel caso Cia-gate.
Judith Miller, una delle grandi firme del ´Times´, è stata trasferita immediatamente in un carcere federale della zona di Washington dove resterà fino a quattro mesi se non accetterà di collaborare con la magistratura.

Mandarla in carcere "crea la possibilità concreta che accetti di testimoniare ha detto il giudice Thomas Hogan che ha preso la decisione.

Miller, che paradossalmente non aveva scritto una riga sul Cia-gate, ha abbracciato il suo avvocato ed è stata scortata fuori dalla Corte.

06/07/2005

Cina: compleanno Dalai Lama, appelli per diritti umani Tibet

PECHINO, 6 lug (ats/ansa) Appelli per il miglioramento della situazione dei diritti umani nel Tibet sono stati diffusi da alcune organizzazioni umanitarie in coincidenza col settantesimo compleanno del Dalai Lama. Alison Reynolds, presidente del gruppo "Free Tibet Campaign" ha affermato che il primo ministro britannico Tony Blair potrebbe fare un "regalo" al leader tibetano in esilio promettendo "uno sforzo organizzato per arrivare a progressi in Tibet nei sei mesi di presidenza britannica dell´Unione Europea".

Blair ospita in Scozia in questi giorni i leader dei paesi industrializzati del G8. Tra gli invitati come "osservatori" sarà presente il presidente cinese, Hu Jintao.

Un altro gruppo, l´International Tibet Support Network, ha invitato le autorità di Pechino a "cambiare radicalmente" la loro politica verso il Tibet. Infine, il gruppo "Reporters Sans Frontieres" ha criticato la mancanza di libertà di espressione sul "tetto del mondo".

Emissari del Dalai Lama, che vive in esilio in India dal 1959, e alti funzionari cinesi si sono incontrati più volte, a partire dal 2002, nel tentativo di instaurare un dialogo. Finora nessuna delle due parti ha commentato l´andamento delle discussioni che, secondo fonti concordanti cinesi e tibetane, proseguono.

Il settantesimo compleanno del leader tibetano, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nel mantenere non-violento il movimento per l´autonomia del Tibet, è stato festeggiato oggi da diecimila persone a Dharmsala, nel nord dell´India, dove il Dalai Lama risiede.

28/06/2005

Vietata la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni

LUCERNA, 28 giu (ats) In futuro, nel canton Lucerna dovrebbe essere vietata la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni. È quanto prevede la nuova legge sulla sanità accettata oggi a forte maggioranza dal Gran consiglio. La normativa dovrà passare ancora una volta al vaglio dei deputati prima di poter entrare in vigore.
Il divieto di vendita si estende anche agli apparecchi automatici. Il tentativo fatto durante i dibattiti di imporre il divieto di fumare ai ragazzi sotto i 16 anni non è stato accettato. Fumare rimarrà quindi permesso.

La nuova legge non conteneva nella proposta elaborata dal governo proposte ad hoc riguardanti il fumo. I suggerimenti sono venuti durante la discussione in parlamento. La maggioranza, nonché lo stesso responsabile della sanità lucernese Markus Dürr, ha infatti giudicato alto il pericolo per la salute causato dal tabagismo. Dürr ha definito il fumo un "perfido attacco alla salute".

Durante la discussione ha avuto la meglio la proposta di Patricia Schaller (PPD), che ha lanciato l´idea di proibire la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni allo scopo di impedire che incomincino a fumare.

Dal 2004 sette cantoni compreso Lucerna hanno adottato - o stanno adottando - provvedimenti simili a quelli lucernesi. A Turgovia, Berna e Zurigo, i parlamenti locali hanno approvato mozioni in tal senso del partito evangelico. Nei Grigioni sono stati i socialisti, con successo, a fare il primo passo. A Basilea Campagna, il governo cantonale ha inviato in consultazione una legge volta a vietare la vendita di sigarette ai minorenni. Nel canton Vaud, a fine maggio il Gran consiglio ha approvato l´idea di vietare la vendita di "bionde" ai giovani sotto i 18 anni.

Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali

(ATS)

Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali. Sono (n. 492) i "principali peccati contro la castita"´, espressione del "vizio della lussuria". Il Compendio del catechismo della Chiesa cattolica se ne occupa nel capitolo dedicato al sesto comandamento, che parte dall´affermazione che (n. 487) "Dio ha creato l´uomo maschio e femmina, con eguale dignità personale, e ha iscritto in lui la vocazione dell´amore e della comunione".
Il Compendio afferma che le autorità civili "sono tenute a promuovere il rispetto della dignità della persona" (n. 494), "anche impedendo, con leggi adeguate, la diffusione delle suddette gravi offese alla castità, per proteggere soprattutto i minori e i più deboli".

Il capitolo si occupa anche dell´amore coniugale "santificato dal sacramento del Matrimonio", i beni del quale sono (n. 495) "unità, fedeltà indissolubilità e apertura alla fecondita"´. Ad "offendere" la dignità del matrimonio sono (n. 502) "adulterio, divorzio, poligamia, incesto, libera unione (convivenza, concubinato), l´atto sessuale prima o al di fuori del matrimonio".

Ma è l´apertura alla fecondità a prevedere particolari possibili "comportamenti immorali". Tali sono (n. 498) "ogni azione, come, per esempio la sterilizzazione diretta o la contraccezione, che, o in previsione dell´atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione".

Sono immorali anche inseminazione e fecondazione artificiali, perchè (n. 499) "dissociano la procreazione dall´atto con cui gli sposi si donano mutualmente, instaurando così un dominio della tecnica sull´origine e sul destino della persona umana". Inoltre l´inseminazione e la fecondazione eterologa "ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l´uno attraverso l´altro".

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