23/02/2007

Le casse vuote del Welfare

medium_ferrera-_foto2.jpgSecondo il professor Maurizio Ferrera non ci sarà alcun ridimensionamento della sanità elvetica se il popolo svizzero deciderà a favore di una cassa malati unica. Dove va il welfare europeo? La direzione di marcia principale è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro e alle dinamiche della globalizzazione.

 

di Oscar Acciari da "laRegione Ticino", 23 febbraio 2007

 

Se l’11 marzo i cittadini svizzeri approveranno l’istituzione della cassa malati unica, non dovranno attendersi alcun ridimensionamento della qualità della sanità elvetica. Il professor Maurizio Ferrera non ha dubbi sull’eventuale passaggio della sanità del nostro Paese a un modello universalistico. E proprio sul nostro modello di welfare, in un’intervista pubblicata dal nostro giornale il 14 settembre 2004, affermò che “Rispetto agli altri paesi europei, il caso svizzero spicca  per il ritardo con il quale ha introdotto l’obbligatorietà di copertura assicurativa nell’ambito sanitario. Il settore sanitario oggi è ancora un’anomalia, perché organizzato in forma privatistica e meno ispirato a principi di copertura universale e di accesso equo. Il punto di forza del modello svizzero è il sistema pensionistico, che è “misto”, con una copertura di base (AVS), alla quale si aggiunge una copertura integrativa di carattere professionale.” Ma perché il professor Ferrera definiva anomalo il sistema Svizzero?  Perché “In nessun paese europeo si pagano i premi per la copertura sanitaria. La sanità è finanziata attraverso le imposte o tramite i contributi sociali, che non dipendono dal profilo di rischio individuale.” Ma al di là delle peculiarità svizzere, l’incontro con Ferrera ci fornisce l’occasione per capire in che direzione sta andando il welfare in Europa e con quale difficoltà si sta confrontando in una società che è notevolmente cambiata rispetto a quando furono fissati i primi importanti principi di protezione sociale.

Professor Ferrera, in che direzione va il Welfare europeo? Mira a rendere i sistemi nazionali più compatibili o, addirittura, omogenei?

“La direzione di marcia principale del welfare europeo è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere a due grandi ordini di problemi: uno è di natura interna e riguarda l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro. Il secondo aspetto riguarda invece l’integrazione europea e, più in generale, le dinamiche della globalizzazione. Queste due problematiche esercitano delle pressioni sui vecchi schemi e stimolano tutti i governi europei ad introdurre delle riforme che adattino i vecchi schemi alla nuova struttura dei bisogni e alle nuove logiche di funzionamento dell’economia. Si tratta di una tendenza generale che interessa tutti i modelli europei di welfare. Naturalmente ciascun modello nazionale reagisce alle pressioni di adattamento, in base a quello che già esiste, alle proprie tradizioni istituzionali e organizzative. Insomma, le riforme sono originate da problemi simili, ma le risposte dipendono anche dalle eredità istituzionali di ciascun paese.

Rispetto al passato è cambiata notevolmente l’entità dei tassi di crescita economica. Inoltre, più frequentemente rispetto al passato, periodi di andamento congiunturale positivo si alternano a periodi di contrazione economica. Come si possono pianificare le risorse a beneficio del welfare in un contesto simile?

“La grande sfida della riforma del welfare in Europa è riuscire a mantenere un buon livello di protezione sociale rispetto ai nuovi (ma anche ad alcuni vecchi) bisogni, considerando la compatibilità della globalizzazione e dell’integrazione economica. La formula vincente del modello sociale europeo, fin dalle sue origini e cioè dalla prima metà del Novecento, è stata quella che ci ha permesso di conciliare le ragioni dell’efficienza, della competitività e dalla crescita economica con quelle della giustizia sociale, della protezione e della solidarietà. Grazie ai programmi di welfare si riusciva a stabilizzare il funzionamento dell’economia e a ridistribuire, più o meno equamente, i suoi frutti attraverso la protezione sociale. La sfida di oggi è modernizzare il welfare, rilanciando questo circolo virtuoso con una base finanziaria adeguata. Se la torta non c’è, ovviamente non si possono spartire le fette.”

Appunto, ma oggi ci sono le condizioni economiche?

“Il rallentamento generalizzato nei tassi di crescita è connesso con una modificazione strutturale dell’economia europea, che non è più di carattere industriale con forti incrementi di produttività. In Europa assistiamo ad un’economia postindustriale, basata sui servizi, in cui la produttività tende a crescere più lentamente. Non dobbiamo stupirci se i tassi di crescita del PIL dei paesi dell’UE non sono più quelli dell’epoca d’oro dell’economia europea. Tassi di crescita più bassi, che dipendono da fattori strutturali, implicano una riflessione su quei meccanismi di forte crescita delle spese sociali e sugli ampi margini per operazioni di ridistribuzione che sono stati possibili dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi degli anni Settanta. La sfida è ovvia: bisogna cercare di recuperare un po’ di flessibilità nella gestione dei grandi programmi di spesa (soprattutto nell’ambito delle  pensioni e della sanità). Forse soprattutto in alcuni paesi si sono fatte delle promesse un po’ troppo generose, dando per scontato la crescita economica. Oggi sappiamo che non è così e che si possono creare dei seri squilibri. Bisogna rivisitare quelle promesse un po’ troppo generose e, soprattutto, troppo rigide. Occorre rendere i sistemi di welfare diversamente protettivi (e non per questo meno protettivi), considerando i rischi di oggi e non quelli di ieri.”

 

Il costo dell’anzianità

 

Il grande dibattito in altri paesi non è tanto sui costi sanitari, come da noi in Svizzera, ma sul finanziamento delle pensioni. Il sistema svizzero dei tre pilastri ha dimostrato di essere vincente al punto che è stato preso come modello da altri paesi

“Attualmente il sistema misto di finanziamento delle pensioni varia da paese a paese, ma si può sicuramente affermare che la strutturazione in tre pilastri è il futuro dei sistemi pensionistici europei. Non a caso paesi come Spagna e Italia, che non avevano questa struttura, si stanno affrettando a realizzarla. Un sistema a tre pilastri è meglio equipaggiato per assorbire rischi e opportunità legati alle dinamiche demografiche, alla crescita economica, all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipendono criticamente la sostenibilità dei sistemi pensionistici e la loro adeguatezza dal profilo dell’ammontare delle prestazioni. Il modello svizzero era considerato un po’ deviante fino a due decenni fa. C’erano pochi paesi con un sistema pensionistico come il vostro. Oggi è diventato un modello. L’Unione Europea sta spingendo affinché i sistemi pensionistici si riorganizzino verso il modello dei tre pilastri (con una copertura di base garantita, una integrativa di carattere professionale e una privata). E’ possibile che tra alcuni anni il secondo pilastro dei diversi paesi venga uniformato e che nascano dei fondi pensione che possono fornire prestazioni a lavoratori provenienti da paesi diversi.”

Ma lei è d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile?

“Ciascun paese ha una normativa sull’età pensionabile. Dove essa è bassa (come in Italia) è ovvio che bisogna innalzarla. Quando i sistemi pensionistici furono introdotti, nella prima metà del Novecento, la speranza di vita era molto più bassa di oggi. Nel 1950 in Italia l’età di pensionamento era fissata a 65 anni e la speranza di vita di una persona di sesso maschile era 66 anni. Oggi la pensione scatta a 60 anni (in alcuni casi di anzianità di servizio anche a 57), mentre la speranza di vita è salita a 79 anni. Si è creato un lungo periodo in cui ci si ritira dal lavoro e si vive grazie al sussidio pensionistico. E più aumenta la durata del pensionamento, più l’onere contributivo tende a crescere. Non possiamo pensare ad economie, in cui la durata del pensionamento sia più lunga della durata di permanenza nel mercato del lavoro.”

In tutti i paesi europei sta avvenendo l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne …

“Il diritto comunitario prevede la parità anche in questo ambito. La stragrande maggioranza dei paesi europei ha parificato l’età di pensionamento. La differenziazione è in contrasto con il diritto comunitario e con gli orientamenti della strategia di Lisbona. Tra i diversi paesi europei soltanto Polonia, Slovacchia e Italia non hanno ancora deciso di procedere alla parificazione dell’età di pensionamento. Altri paesi come il Belgio e l’Austria sono andati nella direzione di una parificazione con una tabella di marcia su alcuni decenni.”

 

Le nuove realtà

 

Nel nuovo modello di welfare vanno considerate le coppie di fatto?

Sì, in questo ambito la riflessione riguarda i diritti civili, ma anche il funzionamento della famiglia. Per quanto riguarda il primo aspetto, credo che sia iniquo, nei confronti di chi decide di non sposarsi, negare il diritto di vedersi riconosciuta una convivenza e i diritti derivati (in termini di reversibilità della pensione, di diritti alla successione, ecc…). Inoltre, bisogna considerare il fatto che le unioni di fatto tendono ormai ed essere il modo attraverso il quale i giovani escono dalla famiglia. Le nuove generazioni esitano a formare unioni forti, nel senso tradizionale, e tendono ad unirsi prima attraverso la convivenza e a sposarsi dopo il primo figlio. Dove succede questo, c’è una transizione all’età adulta più dolce e più precoce nel tempo. Essa avviene già a partire dai 18/20 anni. Nei paesi in cui questo invece non accade (come in Italia ed in altri paesi dell’Europa meridionale), il distacco dalla famiglia originaria avviene molto tardi, dopo i trent’anni, in alcuni casi verso i quarant’anni. Tutto ciò crea dei problemi dal punto di vista sociale, perché ha effetti negativi sulla fertilità, sulla demografia, sulla mobilità e sulle dinamiche di funzionamento del mercato del lavoro.”

Ma questo fenomeno non è legato piuttosto alla disponibilità finanziaria dei giovani che in alcuni paesi è decisamente inferiore rispetto ad altri?

“Quello che dice lei è vero soltanto in parte. Quando i giovani escono da casa, devono essere pronti ad una diminuzione del tenore di vita, rispetto a quando vivevano nella loro famiglia di origine.  All’università ho chiesto ad alcuni studenti di indicare il tenore di vita necessario per lasciare i genitori. Hanno risposto tra i 1'500 e i 2000 mila euro a testa. E’ un’aspettativa esagerata per compiere il primo passa verso l’indipendenza…”

 

La Svizzera e la sanità

 

L’11 marzo in Svizzera si voterà per l’istituzione di una cassa malati unica. I cittadini elvetici si trovano confrontati con il continuo incremento dei premi degli assicuratori malattia e con la preoccupazione dell’eventuale ridimensionamento del sistema sanitario, ritenuto oggi qualitativo. Optando per un sistema universalistico, si corre il rischio di un peggioramento della qualità e della tempestività delle cure?

“Non credo assolutamente che in Svizzera l’istituzione di una cassa malati unica abbia implicazioni negative sui livelli qualitativi della sanità. Paesi come la Svezia, la Danimarca hanno un sistema universalistico, finanziano la sanità attraverso le imposte, ma hanno un sistema altamente qualitativo. Si può comunque rispondere ad aspettative più elevate (penso soprattutto al comfort maggiore offerto da alcune strutture ospedaliere) attraverso un contributo aggiuntivo privato (assicurazione complementare). Il passaggio da un sistema di casse malati, frammentate e finanziate attraverso premi, a una cassa federale unica, finanziata attraverso contributi o imposte, non avrà come conseguenza quella di far scendere il livello qualitativo della sanità svizzera. Ci sono molti strumenti e accorgimenti che possono permettere di gestire questo passaggio senza compromessi sul piano della qualità della sanità. Lo dimostrano importanti studi europei.”

Ma non è che poi si creano lunghe liste d’attesa? In Svizzera si temono realtà come quelle che mostrano spesso i telegiornali italiani…

“Il tema delle liste di attesa è sempre stato molto dibattuto in Inghilterra, paese pioniere del servizio sanitario negli anni Cinquanta e Sessanta. Le notizie dei telegiornali italiani riguardano regioni, in cui la sanità funziona meno bene, perché confrontate con dei deficit di infrastrutture e di organizzazione difficilmente colmabili nel tempo. Ma nelle città medie del Nord d’Italia la sanità funziona bene anche per quanto riguarda i tempi di attesa. Vi sono diverse opzioni per non dover far capo a strutture congestionate da pazienti. E’ vero che, in termini di tempestività delle cure, la Svizzera batte ogni record, ma le assicuro che il problema dei tempi di attesa non è legato alle modalità di finanziamento della sanità.”

Ma allora perché in Svizzera persiste un sistema sanitario finanziato attraverso i premi?

"Non ho studiato a fondo il sistema elvetico, mentre conosco molto bene il sistema sanitario americano, che è simile a quello elvetico. Posso affermare con certezza che la ragione per la quale negli Stati Uniti non si è sviluppato un sistema sanitario pubblico obbligatorio, basato su un finanziamento di carattere contributivo o fiscale, è per il potere di veto esercitato dalle compagnie di assicurazione e della professione medica.  Se nel dibattito pubblico svizzero vi sono delle voci che imputano la responsabilità dell’incremento dei premi agli assicuratori malattia, io credo che l’onere della prova, nel confutare queste tesi, sia proprio a carico delle casse malati.”

 

La scheda

 

Chi è Maurizio Ferrera

Il Professor Maurizio Ferrera è nato a Napoli nel 1955. E’ professore ordinario di Politiche Sociali e del Lavoro presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Teoria e Politiche dello Stato Sociale nell'ambito del corso di laurea magistrale in Scienze del Lavoro e Politiche del Welfare al Master Europeo in Scienze del Lavoro. Dal 1985 al 2003 ha tenuto il corso di Scienza dell'Amministrazione all'Università di Pavia. E' stato inoltre visiting professor all'Università di California, Berkeley, alla London School of Economics and Political Science (LSE),  al Juan March Institute di Madrid e all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.

 

Collaboratore de “Il Corriere della Sera”, è vice-direttore del Centro Studi e Ricerche di Politica Comparata (POLEIS) dell'Università Bocconi di Milano. Dal 2004 dirige l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea (URGE).   E' membro del comitato scientifico di numerose riviste fra cui il Journal of European Social Policy e Rivista Italiana di Scienza Politica. Tra le sue molteplici cariche è presidente della Graduate School in Social, Economic and Political Sciences, dell'Università di Milano, e membro dell'Executive Committee dell'European Consortium for Political Research (ECPR) e del Research Council dell'Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze.

 

I campi di ricerca principali del professor Ferrera sono le politiche pubbliche in prospettiva comparata, con particolare attenzione allo sviluppo, alla crisi e alle prospettive del welfare state nei paesi occidentali.

16/10/2006

L’identità è multipla

intervista con Salvatore Veca

di Oscar Acciari

(da "la Regione", 13 novembre 2006) 



Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.

Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?

“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.

Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…

“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”

Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.

“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.

Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?

“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.


 L’identità della Svizzera


Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?

“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".

Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?

“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.

Il Papa e l’Islam

Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?

“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.

Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?

“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.

Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?

“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.

Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?

“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.

 La dimensione dell’eredità

Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?

“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”

26/11/2005

La priorità del male

di Oscar Acciari

("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )

Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.

“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.

I diritti fondamentali

Professor Veca, lei nella sua ultima opera  mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…

“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati  molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è:  “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.

Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori  da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?

“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”

Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?

“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”

E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?

“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”

Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…

“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”

Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…

“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin  Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare  “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”

Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?

“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.

E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo,  si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?

“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante.  Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo  però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”

In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare  le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?

“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”

L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi

Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?

“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del  confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”

Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male,  purché non si occupi d’altro?

“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”

In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?

“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della  spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.

Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…

“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte  consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”

Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi  invece si offendono…

“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”

Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…

“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”

L’offerta filosofica

Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?

“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni  alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.

13/07/2005

Tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche: ordinanza per maggior protezione a inizio 2006


BERNA, 13 lug (ats) L´Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) intende emanare norme per ridurre i rischi per la salute derivanti da tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche e make up permanente. Stando a Michel Donat dell´UFSP, un´ordinanza che regoli questa materia dovrebbe entrare in vigore entro il primo trimestre del 2006.
Al momento, le norme elaborate da un gruppo di lavoro sono in procedura di consultazione fino al 17 luglio, si legge nel rapporto 2004 dell´UFSP sulla sicurezza delle derrate alimentari.

Stando alle novità contenute nel progetto di ordinanza, l´UFSP prevede valori massimi per piercing contenenti nickel. Inoltre, gli strumenti per compiere tatuaggi e piercing dovranno essere sterili. Per quanto attiene ai tatuaggi e al make-up permanente, si prevede di stabilire quali sostanze - per esempio determinati aromi - non potranno essere contenute nei colori.

Oltre a ciò si dovrà conoscere provenienza e contenuto degli strumenti utilizzati per il piercing, come anche i colori per i tatuaggi o per il il make up permanente. Ciò vale anche per le lenti a contatto cosmetiche. In quest´ultimo caso, produttori e importatori dovranno indicare sulle confezioni che le lenti rispettano le disposizioni dell´UFSP.

Il 20 giugno scorso, l´UFSP aveva messo in guardia gli utilizzatori di lenti a contatto cosmetiche, poiché vi è il rischio di una riduzione della vista. In particolare gli automobilisti dovrebbero rinunciare a queste lenti che modificano il colore e la forma dell´iride. A dipendenza della densità della parte colorata e del contorno della pupilla, queste lenti possono infatti ridurre il campo visivo.

Stando al rapporto dell´UFSP, la popolazione dovrebbe venir informata entro la fine dell´anno sui rischi potenziali legati a queste pratiche di bellezza

06/07/2005

Cina: compleanno Dalai Lama, appelli per diritti umani Tibet

PECHINO, 6 lug (ats/ansa) Appelli per il miglioramento della situazione dei diritti umani nel Tibet sono stati diffusi da alcune organizzazioni umanitarie in coincidenza col settantesimo compleanno del Dalai Lama. Alison Reynolds, presidente del gruppo "Free Tibet Campaign" ha affermato che il primo ministro britannico Tony Blair potrebbe fare un "regalo" al leader tibetano in esilio promettendo "uno sforzo organizzato per arrivare a progressi in Tibet nei sei mesi di presidenza britannica dell´Unione Europea".

Blair ospita in Scozia in questi giorni i leader dei paesi industrializzati del G8. Tra gli invitati come "osservatori" sarà presente il presidente cinese, Hu Jintao.

Un altro gruppo, l´International Tibet Support Network, ha invitato le autorità di Pechino a "cambiare radicalmente" la loro politica verso il Tibet. Infine, il gruppo "Reporters Sans Frontieres" ha criticato la mancanza di libertà di espressione sul "tetto del mondo".

Emissari del Dalai Lama, che vive in esilio in India dal 1959, e alti funzionari cinesi si sono incontrati più volte, a partire dal 2002, nel tentativo di instaurare un dialogo. Finora nessuna delle due parti ha commentato l´andamento delle discussioni che, secondo fonti concordanti cinesi e tibetane, proseguono.

Il settantesimo compleanno del leader tibetano, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nel mantenere non-violento il movimento per l´autonomia del Tibet, è stato festeggiato oggi da diecimila persone a Dharmsala, nel nord dell´India, dove il Dalai Lama risiede.

28/06/2005

Discriminazione sessuale: uomini si organizzano a livello federale



BERNA, 28 giu (ats) L´uguaglianza dei sessi non vale solo per le donne. Lo hanno sostenuto oggi a Berna quindici organizzazioni - 2800 affiliati in totale - per la difesa degli interessi dei maschi che hanno deciso di istituire l´organizzazione männer.ch per dare maggior peso alle loro rivendicazioni.
Tra gli obiettivi che l´associazione si propone vi è la possibilità del tempo lavorativo parziale per i papà, affinché anch´essi possano avere voce in capitolo nell´educazione dei figli, o per una maggior presenza di maestri nelle scuole elementari e negli asili.

Al momento l´organizzazione - che si dice indipendente dai partiti politici e vive grazie ai contributi dei suoi membri - si rivolge soprattutto alla Svizzera tedesca. Ma l´obiettivo è di estendersi a tutto il Paese.

Nota: per maggiori informazioni, www.männer.ch.

06/06/2005

La legge svizzera sull'unione domestica

05.06.2005. Domenica la legge sull'unione domestica

registrata è stata accettata in votazione popolare. Tuttavia prima
che le coppie omosessuali possano registrare la loro unione occorre
che diversi atti legislativi federali e cantonali siano sottoposti a
revisione, le banche dei dati siano adeguate e il personale dello
stato civile segua la necessaria formazione. La legge sullunione
domestica registrata entrerà presumibilmente in vigore il 1 gennaio
2007.

Si prevede che il Consiglio federale adotti le pertinenti
disposizioni esecutive relative alla legge sullunione domestica
registrata nellambito di una revisione dellordinanza sullo stato
civile (segnatamente disciplinando i dettagli circa la registrazione
dellunione presso lufficio dello stato civile). Anche a livello
cantonale è indispensabile sottoporre a revisione diversi atti
legislativi. Al fine di poter concretizzare la legge sullunione
domestica registrata, vanno inoltre adeguati in modo pertinente i
registri informatizzati dello stato civile nonché le banche dei dati
delle autorità fiscali e degli uffici del controllo degli abitanti.
Infine anche gli impiegati dello stato civile devono seguire una
formazione e avere la possibilità di familiarizzarsi con la
documentazione del nuovo stato civile.

17/05/2005

Omossesualità e diritti

La Spagna dà via libera ai "matrimoni" omosessuali
di Stefano Doroni - 14 maggio 2005

I gay, all'interno del Parlamento spagnolo, hanno avuto il loro momento per assaporare una vittoria gravida di conseguenze negative per l'Occidente intero e il suo ordinamento sociale. Possono sposarsi, e perfino adottare bambini; insomma formare famiglie a tutti gli effetti, come le donne e gli uomini che si sposano e i bambini possono anche generarli. Su uno striscione si poteva leggere: «Habemus matrimonium», parafrasando nel modo più irriverente e blasfemo possibile la frase che annuncia al mondo la scelta di un nuovo Pontefice (e guarda caso proprio alcuni giorni dopo l'elezione di Papa Benedetto XVI, considerato «razzista» e «retrogrado» negli ambienti «progressisti» dove tutto è lecito per tutti): «Habemus Papam».

Zapatero, non c'è che dire, mantiene le promesse, purtroppo. Aveva annunciato, appena eletto premier grazie alle bombe sui treni di Madrid, che avrebbe abbandonato l'Iraq: detto, fatto. Adesso ha pensato a correre lungo la via di quello che chiamano «progresso», mascherando così una pericolosa deriva culturale e, di conseguenza, sociale e morale. Non a caso sui nostri giornali di sinistra si affrettano ad incensarlo. Vladimir Luxuria (come nome è un programma) aveva scritto, su Liberazione dello scorso 23 aprile, che la scelta spagnola dimostra che «un mondo migliore è possibile». A parte il richiamo allo slogan noglobal pacifista sull'utopia realizzabile, quale mondo migliore sarebbe quello in cui si rinchiude il concetto della naturale complementarità dei sessi nel confine del «bigottismo» e della «rozzezza»?

Quale mondo migliore sarebbe quello in cui un bambino potrà avere due genitori con la barba o con la minigonna? E non si tratta di semplici elementi esteriori: qui quello che conta è il contenuto. Il bambino ha bisogno di riconoscere le due figure, del padre e della madre. Si obietterà: ma i figli di genitori divorziati, o peggio ancora di madre vedova, o abbandonata? I figli cresciuti dai soli padri? Nella sfortuna, meglio che il bambino percepisca e subisca la mancanza di uno dei genitori, piuttosto che vivere in una situazione «spostata» rispetto alla normalità.

E finalmente, con buona pace dei «progressisti» e degli «emancipati», sfatiamo un tabù dei nostri tempi (insieme a «guerra» e a «male»), citando una parola ritenuta impronunciabile: «normalità»; essa esiste, ed è tracciata dal percorso naturale della vita umana. La sfera affettiva che mette in gioco i rapporti della sessualità è infatti orientata alla compartecipazione di mascolinità e di femminilità, in un rapporto di compenetrazione orientato alla generazione di nuova vita. Se il solo scopo dell'attività sessuale fosse stato quello della soddisfazione delle proprie voglie (qualunque esse siano), potevamo essere ermafroditi, quanto alla sfera riproduttiva. Ma non è così: è necessario un completamento reciproco, un concorso di affetti, per generare una vita in più. Il rapporto omosessuale può essere compreso (come la Chiesa ci insegna), ma resta fuori dall'ordine naturale del mondo. Invocare la religione, in specie quella cattolica, che più spiace alla sinistra progressista, come elemento dell'oscurantismo è un errore, o almeno una consapevole scorciatoia ideologica; il problema è di ordine naturale, e religioso lo diventa dal momento in cui la religione rispetta e promuove la collocazione della creatura nel contesto della natura che la ospita (e che fa comunque parte del piano divino espresso nel creato).

Quando inoltre Papa Benedetto XVI parla di pericolo della «dissoluzione» dell'ordine sociale naturale ha del tutto ragione. In effetti, dal punto di vista politico (perché solo questo conta per quelli che scrivono sui giornali della sinistra radicale o fanno pubblicamente mostra di progressismo illuminato), la promozione delle unioni gay ufficialmente riconosciute ha una inquietante portata rivoluzionaria, nel senso proprio del termine: cioè operazione volta a distruggere ogni ordinamento presente e tradizionale per sostituirvi una propria struttura utopica che si ritiene in grado di trasferire sulla terra la perfetta giustizia. La critica e la voglia di demolizione dell'istituzione familiare era già un vessillo del Sessantotto, dalle nostre parti; il nuovo rifiuto di questa struttura fondante della società corrisponde ad un ritorno di spinta rivoluzionaria di sinistra, che da sempre ha bisogno di un gruppo umano in difficoltà da trasformare in massa ubbidiente utilizzabile come baluardo demolitorio. Inoltre distruggere l'istituzione familiare, naturalmente intesa come unione eterosessuale volta alla trasmissione della vita e individuabile come «cellula» sociale fondamentale, significa attaccare alla radice tutto un complesso di valori morali e spirituali che costituiscono un bagaglio culturale residuo all'affermazione della società comunisticamente ordinata.

Echeggiando la frase dello striscione spagnolo dobbiamo dire: «habemus scelerem», ecco qua il delitto. L'Occidente, che un tempo fu cristianità, già ha imparato abbastanza bene a odiare se stesso e le sue basi morali e spirituali. Questa ennesima carica esplosiva non farà che indebolire ulteriormente le sue già fragili membra. È la «dittatura del relativismo» evocata da Papa Ratzinger il male del nostro tempo: un morbo nato nel delirio di autosufficienza della ragione illuminista e incubato nel pensiero materialista indirizzato da Marx verso l'aberrazione comunista. Non abbiamo conquistato un vero e proprio progresso, ma abbiamo soltanto - e terribilmente - confuso il progresso con l'abbattimento dei principi generali, con il pressappochismo che fa accettare qualunque orientamento, purché si autoqualifichi «buono» e «non razzista».

Solo chi è ispirato dalla malafede può riconoscere nel provvedimento spagnolo un segno di civiltà. Nessuno, sia chiaro, intende bollare come eretici da bruciare gli omosessuali; ma non si può fare dell'anormalità una norma, quasi l'essere gay rappresentasse una sorta di gesto liberatorio dalle «pastoie» di una morale restrittiva. Non si tratta infatti di morale, come si è detto, ma di ordine naturale delle cose. Ma nemmeno deve essere lecito impastoiare certe ragioni ideologiche nella melassa sentimentalista del «povero gay ghettizzato» che si prende la sua rivincita contro la bigotta società borghese. Strappiamo la maschera: l'ultima strada alternativa dell'ideologia rivoluzionaria che tende all'abbattimento della società occidentale negando il valore della famiglia in nome di un generico egualitarismo sentimentale è una via molto pericolosa, perché nasconde la sua matrice ideologica dietro un'abile truffa umanitaria. Per ora anche i gay italiani potranno coronare il loro sogno con un matrimonio spagnolo; ma se i comunisti andranno al governo, anche qui rischieremo il giovanotto in abito da sposa.

Sarebbe l'ora che chi non si sente a suo agio nell'abito di questo modernismo un tanto al chilo smettesse di sentirsi, come vogliono farlo credere, una retroguardia culturale, e cominciasse piuttosto a vedersi come una «prima linea» della resistenza in difesa di un'identità che la nuova offensiva rivoluzionaria cerca di cancellare. Le guerre, dalle nostre parti, non si combattono più con le bombe ma dentro le coscienze: e non è detto che queste guerre siano meno pericolose delle altre: ma nondimeno vanno combattute.

Stefano Doroni
doroni@ragionpolitica.it