18/10/2007

Democrazia è pari dignità

 L'Eguale rispetto per Salvatore Veca

Secondo il filosofo Salvatore Veca la vera stella polare, che indica la strada del nuovo Partito Democratico italiano, è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno.

 

Di Oscar Acciari

 

da "laRegione", 12 ottobre 2007 , Svizzera

Dopo i fatti di Tienanmen (giugno 1989), il Filosofo Salvatore Veca fu, insieme all’economista Michele Salvati, il suggeritore di una nuova prospettiva per il Partito Comunista italiano che doveva passare attraverso un nuovo nome, quello di Partito Democratico della Sinistra. I due, fra i più importanti intellettuali italiani, formularono la loro proposta sull’allora rivista ufficiale del PCI “Rinascita”. Veca venne poi anche nominato membro della direzione generale del nuovo partito (PdS), nato ufficialmente dopo l’avallo del congresso di Rimini nel 1991. Oggi Salvatore Veca si limita a fare il filosofo e il professore universitario, ma non si esime dal fornire suggerimenti e dall’animare il dibattito sul nuovo Partito Democratico italiano. Secondo il suo pensiero, la vera stella polare che indica la strada della nuova formazione partitica è quella della politica che mette al primo posto l’eguale rispetto per ciascuno. Ritiene, infatti, che in un mondo in cui assistiamo ad una crescita vertiginosa delle ineguaglianze, abbiamo bisogno di una risposta politica. A pochi giorni dall’Assemblea costituente del Partito Democratico italiano, abbiamo posto alcune domande al filosofo, incaricato di vigilare sul rispetto del codice etico per i democratici della regione Lombardia.

L’importanza del nome

Professor Veca, nell’ambito di una riflessione sulla costruzione culturale del Partito Democratico, in un articolo intitolato “Eguale rispetto” (pubblicato sul supplemento al periodico della sezione 15 martiri “Marcona 101. Materiali Democratici”) ha scritto che dare nomi alle cose è, dopo tutto, una delle attività più importanti, anche in politica…” Come dire che il nome “Partito Democratico” non è stato scelto per esigenze di estetica linguistica, ma per una ragione di semantica politica, per il contenuto che questa denominazione evoca…

“Io ho cercato di sostenere in questi mesi di discussione intorno al progetto del Partito Democratico che le denominazioni contano molto. I modi in cui ci chiamiamo e ci riconosciamo contano parecchio in tutti gli ambiti, soprattutto in politica, specie sullo sfondo di una democrazia più o meno brillante. I regimi democratici si basano infatti sulla possibilità da parte di chi esercita la sovranità (il popolo) di scegliere e di autorizzare coloro che dovranno governare. Ma per poter scegliere, occorre che vi sia distinzione. Perché vi sia distinzione, è indispensabile che si possa identificare, riconoscere, apprezzare o criticare, accettare o rifiutare certi modi con cui gli attori politici o i partiti si definiscono. Mi sembrava importante formulare una proposta, dal punto di vista intellettuale e culturale, sul significato del termine “Partito Democratico”.

Il termine “Partito Democratico” evoca la realtà politica degli Stati Uniti, spesso vista con un sentimento di ostilità o, perlomeno, con sospetto dalla sinistra italiana…Non è un fatto curioso l’adozione di questa denominazione?

“E’ una bella domanda. Questo partito ha una storia. Nasce come Centro Sinistra. Nasce dall’esperienza dell’Ulivo, dal coalizzarsi del meglio della tradizione di Sinistra e del Cattolicesimo democratico. Le valutazioni nei confronti degli Stati Uniti d’America hanno avuto fasi alterne. Io sono contrario all’antiamericanismo, ma non contrario a criticare chi governa pro tempore gli Stati Uniti o chi decide gli orientamenti del governo americano. Anche all’interno della sinistra italiana c’è sempre stato un doppio atteggiamento: uno viscerale contro gli Stati Uniti e un altro di grande attenzione nei confronti di quella che resta, nel bene e nel male, una delle più grandi democrazie del mondo e che ha le risorse necessarie per cambiare.”

Lei ha scritto che gli obiettivi della politica del Partito Democratico devono consistere in quelle misure e in quei provvedimenti che tutelino l’eguale considerazione e rispetto per chiunque, indipendentemente da un gran numero di differenze (sociali, economiche, culturali, religiose , etiche)…

“Ci possono essere varie interpretazione dell’aggettivo democratico. Ma c’è un aspetto elementare che caratterizza qualsiasi convivenza democratica: la pari dignità, l’eguaglianza di status per chiunque sia cittadina o cittadino. Gli antichi greci, che avevano coniato la parola “democrazia”, definivano questo principio (di eguale dignità) con il termine “isotimia”. E’ chiaro allora che un partito democratico genuino, che onori il proprio nome, deve impegnarsi in tutte quelle circostanze in cui i cittadini sono svantaggiati senza loro responsabilità, cercando di ridurre in qualche modo (se non è possibile azzerare) tutto ciò che impedisce la promessa dell’eguale dignità per le persone. Il grande progetto, difficile da realizzare, è quello dell’equa uguaglianza delle opportunità per tutti. Come ho scritto, un partito democratico si basa sulla convinzione che sia semplicemente inaccettabile che la sorte naturale e sociale, alle spalle delle persone, condanni come un destino inesorabile la qualità della loro vita.”

Maurizio Martina, segretario DS della Regione Lombardia ha comunicato che lei coordinerà un comitato di garanzia che vigilerà sul rispetto del codice etico…

“Sì, mi è stato chiesto, nella fase che precede le primarie di presiedere un gruppo di lavoro che dovrebbe stendere un codice etico, espressione dei democratici lombardi. Mi sembra un modo per ricostruire un rapporto di fiducia nei confronti della politica che si sta sfilacciando in maniera preoccupante.”

Ma in realtà non pensa che gli strumenti normativi esistano per definire i comportamenti corretti da parte dei politici, ma che è la loro applicazione ad essere lacunosa?

“L’applicazione delle leggi è una cosa diversa del codice etico. Quando le leggi non vengono applicate, siamo in presenza di un deficit di legalità. Con il codice etico si va oltre: esso fa riferimento a comportamenti che non sono vietati e che non violano la legge, ma che violano però quella promessa di trasparenza e di fiducia nei confronti dei cittadini. Se poniamo dei vincoli sui mandati, sui rapporti tra politica e affari, e su tutte quelle forme che permettono di utilizzare una risorsa per ottenere vantaggi in altri ambiti, possiamo ricostruire la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.”

Lei sente le alte sfere del costituendo Partito Democratico?

“Io ho dato molti consigli molti anni fa. Quando ci fu la trasformazione del Partito Comunista italiano in Partito democratico della Sinistra. Negli ultimi anni ho però anche teorizzato una relativa autonomia tra chi fa politica e chi fa teoria politica. Tutto ciò non esclude l’interazione tra le due parti, anche se ciascuno deve fare al meglio il proprio mestiere.”

In termini di diritto di voto e di eleggibilità, eguale rispetto nei confronti di chiunque cosa significa?  Il pronome indefinito è riferito ai cittadini di una certa comunità politica, delimitata da confini stabili, o il concetto è estensibile agli immigrati che danno il loro contributo, lavorando e pagando le tasse?

“Sarebbe arbitrariamente escludente una politica che non desse a parità di doveri anche parità di diritti. Penso che pagare le tasse sia il patto di cittadinanza fondamentale.”

L’Italia, la casta e il fenomeno Grillo

In Italia si sta discutendo molto della cosiddetta casta, alla luce del successo editoriale di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (“ La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”, Rizzoli. Ndr). Ciò significa che oltre ad esserci un problema di eguale rispetto, c’è un problema di inclusività, di accesso alla politica…

“L’Italia non è un paese in cui è presente una sola casta, come quella identificata dal celebre libro di Stella e Rizzo che ha avuto un successo clamoroso. In realtà ci sono molte caste. Quella italiana è una società che ha perso moltissimo in mobilità sociale. La realtà italiana, tra ordini professionali, corporazioni di vario tipo e genere, interessi particolari assomiglia molto ad una società castale, dove quella dei politici, o degli addetti alla politica, è una tra le varie caste.  Esse spesso esse colludono e si incrociano tra loro. Anche per questa ragione l’idea di promuovere l’eguaglianza delle opportunità è una maniera per aprire le porte che sembrano essere chiuse, per essere inclusivi, anziché esclusivi.”

Che cosa ne pensa della provocazione di Beppe Grillo, volta a minare il sistema dei partiti, intenzionato a promuovere delle liste civiche?

“Credo che l’esplosione del fenomeno Grillo sia la punta di un iceberg nel panorama della società italiana. Rappresenta una forma ciclica definita oggi “antipolitica”. In realtà il fenomeno esprime un insieme di ragioni di protesta (o reclami) nei confronti di un uso della politica che, in primo luogo, si occupa degli interessi di chi fa politica, piuttosto che degli interessi di coloro per cui si fa politica. Personalmente, anche se non apprezzo molto lo stile di Grillo, credo che questa modalità espressiva faccia parte di quel ricorso alla voce, quando la distanza e la revoca di fiducia nei confronti della politica o delle istituzioni sono diventate importanti. E’ un segnale di allarme che va preso sul serio. Credo, però che, affinché tutto si traduca in incisiva azione politica, occorra non solo criticare la politica, ma anche farla…La protesta va dispersa, se chi la manifesta non trova un modo per esprimerla nell’arena politica.”

Appunto, le liste civiche possono essere un modo per esprimere l’azione politica?

“Allestendo delle liste civiche, si può tradurre una forma di protesta  e di reclamo in una forma di partecipazione politica. In questo senso non ci vedo nulla di male.”

Il controesempio ticinese

Alla fine degli anni Ottanta lei e Michele Salvati avete suggerito ai vertici del Partito Comunista di cambiare nome alla formazione politica. In Ticino il Partito del Lavoro ha deciso di tornare alle origini, modificando il proprio nome in Partito Comunista. Cosa ne pensa?”

“Ho letto. E’ una cosa curiosa. Non ho elementi sufficienti di giudizio. Immagino che all’origine del cambiamento di nome vi sia un’esigenza di marcare la propria radicalità nei confronti dei competitori politici. Ricordiamoci sempre che come ci si nomina è come si vuole essere riconosciuti.”

In Svizzera esiste un articolo del codice penale (261 bis) che permette di sanzionare chi, anche verbalmente, è reo di discriminazione razziale. La ritiene una cosa giusta o è un limite alla libertà di espressione?

“E’ una domanda alla quale è difficile rispondere. La discussione è presente in molte democrazie costituzionali. Essa riguarda il divieto di utilizzare, anche verbalmente, espressioni che violino il rispetto dovuto a minoranze sulla base razziale. Il principio di rispetto delle minoranze si può tradurre effettivamente in una restrizione della libertà di espressione. In questi casi bisogna saper bilanciare le ragioni a favore della maggiore libertà di espressione con le ragioni a favore del rispetto e della tutela di chi da essa potrebbe venire offeso o svantaggiato. Il dibattito negli USA è stato molto acceso e ha riguardato non soltanto la discriminazione razziale, ma soprattutto la disparità di trattamento nei confronti delle donne. Di una cosa occorre essere convinti: tutte le volte che noi limitiamo la libertà di qualcuno, dobbiamo avere delle ragioni molto forti che devono mettere su un piatto della bilancia la riduzione delle opzioni delle persone e sull’altro il beneficio sociale che ne risulta per altri.”

Ma come si fa poi a tradurre questa riflessione in strumenti di legge che siano applicabili?

“E’ molto difficile. In questo caso non si può utilizzare la logica del “sì e del no”, ma occorre utilizzare la logica, più difficile da applicare, del “più e del meno”. Chi deve verificare la violazione o meno della prescrizione della norma, deve esercitare il buon senso caso per caso.”

 

 

 

16/10/2006

L’identità è multipla

intervista con Salvatore Veca

di Oscar Acciari

(da "la Regione", 13 novembre 2006) 



Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.

Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?

“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.

Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…

“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”

Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.

“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.

Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?

“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.


 L’identità della Svizzera


Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?

“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".

Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?

“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.

Il Papa e l’Islam

Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?

“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.

Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?

“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.

Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?

“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.

Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?

“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.

 La dimensione dell’eredità

Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?

“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”

04/04/2006

Lo schermo delle regole

 

Intervista con Aldo Grasso

 

di Oscar Acciari

Tratto da "laRegione", 3 aprile 2006

L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”. A sostenerlo è Aldo Grasso, docente di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano e critico del Corriere della Sera. Aldo Grasso pensa infatti che non sia mai bello far capo a degli organi di vigilanza, a delle authority che dettino le regole alle televisioni. In Italia però c’era un grande bisogno di regole per affrontare la campagna elettorale per le elezioni politiche che si terranno il 9 aprile, una campagna dai toni aspri e dallo scontro spesso fuori dalle righe. Per questa ragione Grasso riesce a cogliere degli aspetti positivi nelle nuove regole che disciplinano i confronti elettorali a livello televisivo. “Per lo meno- dice il critico radiotelevisivo- è stata sconfitta la logorrea italiana e ciò rappresenta sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”

Politica e Tivù


Professor Grasso, a causa del conflitto di interessi di  Silvio Berlusconi, da anni in Italia non si parla che di confronto politico al livello di mass media. C’è chi sostiene che oggi i media hanno meno potere rispetto al recente passato e che l’elettore alla fine non si lascia influenzare più di tanto, perché ha maturato una propria indipendenza, una propria convinzione politica. Lei che ne pensa?
“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”

Il nuovo modo di condurre i dibattiti, con un moderatore neutrale che conteggia soltanto il tempo e che non pone domande, lasciate a due giornalisti di due testate diverse, fa sì che la politica vinca sulla televisione o che semplicemente perda la tivù dal punto di vista dello spettacolo?


“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (Clemente Mimun, ndr) che di fatto fa il vigile urbano. E’ molto strano vedere dei giornalisti che pongono delle domande abbastanza innocue. Nonostante ciò ci sono dei segnali che invece sono rivoluzionari: alludo al fatto che i giornalisti debbano formulare delle domande in trenta secondi e che i politici debbano rispondere in due minuti e mezzo. La sconfitta della logorrea italiana è sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”


Chi ha vinto il confronto Berlusconi-Prodi e come sarà il prossimo moderato da Bruno Vesta?
“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”
Come si è comportata secondo lei Lucia Annunziata nell’intervista con Berlusconi nel programma su Rai3 “Mezz’ora”?
“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

Tra tivù, seni e glutei


In un paese tradizionalista, cattolico e moralista come l’Italia, il fatto che alcuni giovani siano disposti a fare qualunque cosa pur di riuscire a lavorare in tivù, significa che la televisione ha sostituito Dio?
“No, significa che la televisione ha sostituito, molto più modestamente, l’ufficio anagrafe. Nel senso che in Italia si ha la sensazione che per essere certificati su questa Terra, per dimostrare di esistere, occorra apparire in televisione. Spesso essa ha anche sostituito l’ufficio di collocamento: ci sono infatti tantissimi giovani che non sanno che tipo di lavoro fare e che  ambiscono al cattivo modello di televisione, che mostra come si possa raggiungere, con facilità e semplicità, il successo e quindi i soldi, le belle donne, la bella vita. Di conseguenza la televisione è diventata qualcosa che occupa i sogni di molti giovani.”
Questa ossessione della tivù, dell’immagine e dell’apparire a tutti i costi, nasce da Berlusconi o ha altre radici?
“No, ha tutte altre radici. Berlusconi è uno che ha saputo cavalcare questa ossessione della televisione. Imputargli anche questa colpa, mi sembrerebbe molto sciocco. Quello che succede in Italia, accade in molti paesi. I fenomeni mi sembrano più o meno uguali dappertutto.”
Sì, ma non le pare che proporre in tutte le trasmissioni glutei e seni di ragazze, che non sembrano mostrare altre qualità, faccia apparire l’Italia come un paese che non si è evoluto molto negli ultimi anni?
“Sì, questa è una colpa del sistema televisivo italiano, fintamente concorrenziale e rimasto bloccato in altre pastoie. Il problema va ricercato sostanzialmente nella quantità. La televisione italiana dà l’impressione di “velinismo” totale, cioè che ogni programma abbia un senso soltanto se ci sono delle ragazze spogliate. Nelle televisioni di altri paesi trasmissioni di questo tipo sono bilanciate da altri programmi, di conseguenza l’impressione di fondo non è così pesante. Ma se dobbiamo parlare delle anomalie della tivù italiana, le posso dire che a me scandalizza di più il fatto che nel momento in cui la Rai, grazie a Bonolis, stava facendo una seria concorrenza a Mediaset, questa ha strapagato Bonolis per portarlo a casa propria e fargli fare un programma secondario, pur di eliminare quel poco di concorrenza che esisteva. Questo è il vero scandalo, la vera pochezza della televisione italiana. Il resto mi sembra soprattutto folclore.”
Lei condivide la riflessione di  Karl R. Popper in “Cattiva maestra televisione”, secondo la quale talvolta la censura sarebbe raccomandabile, ma siccome viviamo in liberaldemocrazie, essa non la si può attuare?
“Detta così, la cosa mi convince di più, rispetto ad altre interpretazioni. Le confesserò, infatti, che non amo molto quel libro. O meglio non amo l’interpretazione di quel libro, che è diventato un po’ il cavallo di battaglia di quelle persone che invece si sentono “buone maestre della televisione”. La televisione ha una sua “selvaggeria” di fondo, una sua “eversività” moderna che non possono essere contrastate certo con le buone intenzioni. Se il servizio pubblico facesse una televisione alternativa a quella commerciale, il discorso di Popper sarebbe quasi inutile. Il servizio pubblico dovrebbe avere un ruolo di bilanciamento. Invece ci troviamo in una situazione in cui talvolta la televisione pubblica fa un prodotto peggiore di quello della televisione commerciale. E allora invochiamo dei controlli, delle censure che sono sempre qualcosa di negativo nell’espressività e nel mondo della comunicazione. L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”, senza dover far capo a delle authority, a delle vigilanze, a dei sistemi di controllo. Affidandoci ad essi diamo l’impressione di essere dei bambini che giocano con un giocattolo più grande di loro.”


Tra satira, informazione e illegalità


In Italia hanno grande successo le trasmissioni che fanno sorridere, anche se esse fra di loro sono molto diverse. Tutte però sembrano percorrere la strada dell’illegalità, proponendo spezzoni e fuori onda per i quali non vi sono autorizzazioni (“Blob” e “Striscia la notizia”). In Italia c’è qualche speranza di ripristinare la legalità a livello televisivo?
“E’ una bella domanda. Io personalmente è da parecchio tempo che segnalo questo problema, pur amando moltissimo una trasmissione come “Blob” che è un’invenzione. Mi rendo conto però che è un’invenzione totalmente illegale. Chi ha cercato di esportare all’estero il modello di Blob, ha capito che non avrebbe mai potuto fare un programma del genere, perché in qualsiasi paese prima bisogna chiedere il permesso per utilizzare degli spezzoni e poi, eventualmente, pagarne i diritti. E invece l’Italia, patria del diritto romano, sembra aver dimenticato delle norme elementari. Lo stesso discorso vale per “Striscia la Notizia”. Va detto, inoltre, che tutto ciò che riesce ad ottenere questa grande satira ed eversità è fare processare Vanna Marchi che comunque avrebbe dovuta essere processata dal primo pretore che un pomeriggio accende la televisione e vede quello che fa. Mi sembra che sia tutto un sistema "autoconsolatorio" e autogratificante. La nostra è una satira che fa il solletico.”
Qual è la trasmissione televisiva che la diverte di più?
“Le trasmissioni che mi divertono di più sono quelle casuali, non quelle che si propongono di far ridere. Io mi diverto abbastanza davanti alla televisione. Certo ci sono alcuni comici come Piero Chiambretti, Gene Gnocchi e Luciana Littizzetto che mi divertono parecchio.”
Ma qual è il vero genio?
“Non c’è dubbio, Fiorello.”
Non crede che Emilio fede e Michele Santoro, nella loro diversità, appartengano alla stessa cultura politica del fare televisione, che nasce da lontano, dalla lottizzazione partitica e che mostra come i giornalisti debbano avere rapporti con qualche formazione politica?
“Non c’è dubbio, anche se la cosa  può scandalizzare qualcuno. In effetti Michele Santoro ed Emilio Fede sono due facce della stessa ed identica medaglia. Ed è la medaglia dell’informazione televisiva italiana, che è il vero anello debole del sistema televisivo italiano. E da anni che continuo a ripeterlo. In altri paesi l’informazione ha sempre fatto da compensazione a programmi anche peggiori di quelli italiani, dando dignità alla televisione. Invece in Italia l’informazione ha sempre viaggiato a rimorchio della politica, è una sorta di megafono, di protesi che, a poco e a poco, si è mangiata la politica. Questa è la vera debolezza della televisione italiana.”

26/11/2005

La priorità del male

di Oscar Acciari

("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )

Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.

“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.

I diritti fondamentali

Professor Veca, lei nella sua ultima opera  mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…

“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati  molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è:  “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.

Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori  da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?

“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”

Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?

“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”

E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?

“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”

Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…

“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”

Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…

“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin  Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare  “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”

Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?

“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.

E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo,  si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?

“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante.  Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo  però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”

In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare  le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?

“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”

L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi

Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?

“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del  confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”

Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male,  purché non si occupi d’altro?

“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”

In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?

“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della  spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.

Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…

“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte  consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”

Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi  invece si offendono…

“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”

Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…

“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”

L’offerta filosofica

Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?

“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni  alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.

01/08/2005

Il primo agosto di Adriano Sofri

 

Il primo agosto di Adriano Sofri

di Oscar Acciari

(da "La Regione", 20 luglio-1° agosto 2005)

Festeggerà anche lui il primo di Agosto. La Festa nazionale svizzera non c’entra nulla. Adriano Sofri lunedì compie 63 anni. Dopo otto anni di reclusione totale nel carcere Don Bosco di Pisa, forse questo compleanno avrà un gusto un po’ diverso. Da poco più di un mese Sofri esce dal carcere il mattino per recarsi alla biblioteca della Scuola Normale Superiore. La sera torna a dormire in carcere. Il giudice di sorveglianza di Pisa ha dato all’ex leader di Lotta Continua il nulla osta per il lavoro esterno. Condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano, Sofri, che si è sempre proclamato innocente, ha già scontato un terzo della pena. Proprio questo requisito ha permesso che venisse applicato l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che disciplina il lavoro al di fuori del carcere. Un articolo applicato anche se l’ex massimo esponente del disciolto gruppo extraparlamentare di sinistra formalmente non ha inoltrato nessuna richiesta, come per la grazia, di cui si discute tanto in Italia. Sì, perché il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha dichiarato che è giunto il momento di concedere la grazia a Sofri. Di parere diverso il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Il problema istituzionale è finito alla Corte costituzionale, nonostante l’ex leader di LC di chiedere la grazia proprio non ne vuole sapere.

Sofri venne condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, poiché considerato il mandante dell’omicidio di Calabresi, il commissario che indagava sulla strage di Piazza Fontana (avvenuta il 12 dicembre 1969 e in cui sedici persone persero la vita e ottantotto rimasero ferite), poi accusato da LC di aver avuto un ruolo nella morte di Pino Pinelli, un anarchico fermato nel corso delle indagini e protagonista di una sospetta caduta mortale dal quarto piano del palazzo della questura di Milano dopo tre giorni di detenzione. La condanna dei tre, dopo processi fatti e rifatti, è stata basata sulla presunta confessione dell’ex militante di LC Leonardo Marino, che raccontò ai giudici, sedici anni dopo i fatti e tra molte contraddizioni, di essere stato una delle due persone ad avere ricevuto l’ordine da Sofri e Pietrostefani di uccidere Calabresi, precisando che a sparare era stato il suo collega Bompressi. Dopo un iter giudiziario molto complesso e impossibile da riassumere, il 24 gennaio del 2000 i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Venezia rigettarono la revisione del processo, nonostante fosse stata dimostrata la non attendibilità di Marino (prosciolto per la prescrizione del reato), nonché la fragilità delle prove delle sentenze di condanna precedenti. I giudici ritennero di riconfermare le pene comminate. A seguito di questa vicenda da anni in Italia si è creato un vasto movimento di opinione a favore della scarcerazione dell’ex leader di LC che ha coinvolto anche personalità del mondo politico che si definiscono di Destra. Di Sofri in Italia si discute per la concessione della grazia a un uomo considerato un raffinato intellettuale (scrittore e giornalista), che testimoniò le atrocità che stavano avvenendo nell’ex Jugoslavia e in Cecenia e che si indignò dinanzi ai massacri dei civili e alla cosiddetta “pulizia etnica”. Tra il ’94 e il ’95 visse a Sarajevo raccontando, da inviato del quotidiano italiano “L’Unità”, l’assedio della capitale bosniaca, dove i cecchini serbi dai tetti delle case e dalle colline circostanti non risparmiarono nessuno, né anziani, né donne e bambini. Con una telecamerina filmò la vita quotidiana, asserendo che quella in atto non era una mera guerra civile e condannando l’ignavia dell’ONU. Molti ricorderanno i reportage di Sofri proposti da “Mixer”, programma all’epoca in onda su Rai Due. Ma qualcuno ricorderà anche le sue testimonianze da Grozny, nel febbraio del 1996. In Cecenia l’ex leader di LC tornò qualche mese dopo per occuparsi direttamente del rilascio di tre volontari italiani (rimasti prigionieri degli indipendentisti per ben 64 giorni), impegnati nell’organizzazione InterSos, sfruttando i suoi contatti, le sue amicizie influenti che aveva stretto mentre girava i suoi reportage.


Il Carcere e la Grazia

E’ tornato alla normale di Pisa. Lavora fuori dal carcere, sente di essere tornato ad una vita normale?

“Sono tornato ad una vita seminormale, nel senso che la mia vita diurna è diventata normale. Ma forse, come diceva un importante autore, le mezze verità sono peggio delle bugie. La vita potrebbe apparire più assurda di prima, nel senso che io passo dodici ore in carcere, in una brutta cella con il caldo e le formiche, mentre di giorno vengo qui e lavoro negli ampi spazi di questo magnifico palazzo rinascimentale con la facciata dipinta dal Vasari…”

Come festeggerà il suo compleanno?

“Da parecchio tempo non sono entusiasta di festeggiare il mio compleanno. Il vantaggio è che avviene in un’estate particolarmente piena di avvenimenti da passare inosservato. Spero che la stessa cosa non accada per la vostra festa nazionale. Ma se le interessa, posso dirle che ho già chiesto un permesso per trascorrere qualche giorno con i miei familiari e non posso averne un altro. Farò le cose che ho fatto nell’ultimo mese. La sera tornerò in carcere, dove un gruppetto di ragazzi “coinquilini” hanno organizzato una festa in un cortiletto di cemento.”

Continuerà a rifiutarsi di chiedere la grazia? Il suo comportamento va giustificato con il fatto che chi si ritiene innocente, non chiede la grazia che, in sostanza, è un provvedimento di clemenza?

“Io non mi ritengo innocente, sono innocente. La mia chiaramente non è un’opinione. Il problema non è la compatibilità fra la grazia e l’innocenza. Ugo Foscolo scrisse: “…Né muover l’erba mi parea danzando”. La grazia è qualcosa che quando balla, non muove nemmeno l’erba. E’ talmente nobile e al di sopra di tutto che si può sposare con altre cose nobili della vita, come l’innocenza. Non ho nessuna intenzione di chiederla, perché non ne ho voglia. Perché mi sembra che la mia storia vada bene così e che abbia una sua “coerenza alla rovescia” che non intendo turbare troppo”.

 Da Srebrenica a oggi 

Lei in passato, parlando dell’esperienza di coloro che avevano aderito con lei a Lotta Continua, disse che avevate un’ideologia che avrebbe consentito ad alcuni dei militanti di arrivare sino al punto di uccidere. In un’altra circostanza dichiarò che si trattava di riconoscere un passato in cui la responsabilità collettiva aveva prevalso su quella individuale. Può accadere così spesso? E’ quello che accade ad un terrorista islamico?

“Io penso che succeda abbastanza spesso che il sentimento di responsabilità collettiva prevalga su quella individuale, ma non penso si possano fare confronti tra situazioni diverse. Estendere un ragionamento del genere, ci porterebbe a tragedie immani, come è avvenuto per chi ha abbracciato il nazismo o lo stalinismo. Si tratta di fissare il limite entro il quale si decide questo comportamento. Credo che nel terrorismo islamista ci sia un sentimento di abnegazione, non tanto per ragioni religiose, ma per ragioni ideologiche e, prima ancora, psicologiche. E utilizzo la parola “abnegazione”, perché la lingua italiana ci ha fornito un temine adatto per esprimere questa condizione: ovvero la devozione assoluta per una causa fino alla negazione, alla cancellazione di sé stessi per essa. Il kamikaze non è il martire disposto a morire per la propria verità, ma è il martire, lo shahid, che brama di morire e di ammazzare gli altri per conquistarsi un posto nel proprio immaginario e stupidissimo paradiso.”

Lei fu il protagonista indignato di un deciso appello per l’intervento delle forze internazionali all’epoca dell’assedio di Sarajevo e di Srebrenica. Esse furono incredibilmente assenti di fronte al martirio di milioni di persone. Nel corso del tempo le organizzazioni internazionali sono intervenute in casi diversi e con modalità differenti (si pensi al Kosovo, all’Afghanistan e all’Iraq). Lei cosa pensa di quegli interventi?

“Io distinguerei drasticamente le situazioni. L’intervento in Iraq ai miei occhi era assolutamente ingiustificato. E’ stata una decisione sbagliata e- temo- disastrosa. Ora il problema è quello di misurarsi con le sue conseguenze e con la situazione attuale. Non bisogna fare diventare il rifiuto di condividere quella scelta una ragione per sentirsi fuori gioco anche oggi e per rinunciare ad essere coinvolti e impegnati nella difesa della possibilità di libertà, di democrazia e della stessa sopravvivenza delle persone di quel disgraziatissimo paese. Per l’Afghanistan la situazione era diversa. E ancora differente era la situazione per i due interventi nei paesi della ex Jugoslavia. Io invocai per anni l’intervento in Bosnia, dov’era in corso l’assedio e il bombardamento di intere città, come a Sarajevo e a Srebrenica. Non intervenne l’ONU (che si macchiò di vergogna e infamia), ma la Nato per una decisione essenzialmente americana e dopo l’assedio cittadino più lungo della storia contemporanea. Fu un disastro per le Nazioni Unite e per l’Europa. In quella circostanza ero favorevole all’intervento, giunto troppo in ritardo. Per il Kosovo io credo che l’intervento fosse giustificato, ma non il modo. C’è differenza tra un intervento di guerra e un intervento di polizia. E non considero questa differenza un facile gioco di parole per addormentare la coscienza. Credo infatti che l’azione di polizia internazionale debba rendere conto a una legge esistente ed esercitare una forza proporzionata all’obiettivo. Ma in Kosovo l’ingerenza internazionale raggiunse il livello dell’intervento militare, passando la mano ai generali. In realtà nessuno aveva dichiarato guerra a nessuno. Io penso che affrontare la questione della polizia internazionale, sia un dovere prioritario.

E oggi secondo lei cosa non va sottovalutato?

“Oggi c’è un problema che nessuno di noi può considerare prerogativa esclusiva di Bush o di Blair… E’ il problema del nucleare militare (o della bomba atomica) in Iran. Esso riguarda ognuno di noi. Che fare di fronte a un governo, come quello guidato da Mahmoud Ahmadinejad, da un vincitore di elezioni palesemente squadrista ed eccitatore della parte più frustrata del paese? La polizia internazionale che vuole occuparsi di nucleare, non può certo andare in Iran con una squadra di vigili urbani. Ma la difficoltà non deve impedire di affrontare il problema, anzi deve forzare ad affrontarlo nel modo più chiaro e concreto.”

Sul tema dell’intervento, lei aprì un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana. Nel maggio ‘95 scrisse sull’Unità che “….Una Sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e delle libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l’impiego della forza Onu e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia Erzegovina…”

“A me sembra molto grave che le persone che sono convinte di amare la pace e di impegnare sé stesse fino all’ultima risorsa per essa, non capiscano che la condizione essenziale di una fattiva difesa della pace è il soccorso agli inermi, agli aggrediti, a coloro che vedono minacciata l’incolumità fisica e la dignità personale. Così facendo si lascia campo libero non tanto ai militari, ma ai militaristi, a quelli che hanno una ragione per intervenire con lo spiegamento di una forza esuberante. Penso che desiderare un impiego legale, misurato e moderato della forza sia una condizione per amare la pace.”

Lei sostiene che spesso la Sinistra non propone nessuna alternativa all’interventismo…

“Io penso che la Sinistra non si ponga il problema di un’alternativa. C’è una Sinistra che ignora il problema con esiti catastrofici. Per esempio, quando gli Stati Uniti insistevano per l’intervento militare in Iraq e in Europa erano in corso la magnifiche e mirabolanti manifestazioni per la pace, non trovò nessuno spazio l’opposizione a Saddam Hussein e l’auspicio che il dittatore iracheno se ne andasse. Alla fine queste manifestazione rischiarono di tramutarsi in una sorta di sostegno al delirio di onnipotenza del tiranno iracheno, che immaginò di trovare in esse una sponda a cui appoggiarsi per rendere più debole la minaccia dell’intervento. Si tratta di un comportamento gravissimo che pregiudica la bontà dei sentimenti dei pacifisti.”

Sappiamo che politologi e filosofi ritengono insostenibile la giustificazione, secondo la quale l’intervento in Iraq è stato voluto per esportare la democrazia. Ma come sarebbe stato possibile, con il senno di poi, intervenire per impedire il massacro degli sciiti e dei curdi?

“Il massacro degli sciiti e dei Curdi fu dovuto alla ritirata, avvenuta nella prima Guerra del Golfo, degli Americani e dei loro alleati, che avevano promesso di arrivare sino a Bagdad, alimentando la loro speranza di liberazione. Vennero abbandonati proprio quando scesero in piazza, provocando la repressione del regime di Saddam. Ci fu ancora una volta l’opportunismo della comunità internazionale sconfinata nella vigliaccheria. E’ molto difficile dire cosa sarebbe giusto fare. Bisognerebbe combinare tutti gli strumenti, fino all’impiego di una forza legittima e proporzionata. In ogni caso c’è un confine che non bisogna superare, ed è quello del pronto soccorso. Ci sono circostanze in cui non si può considerare in discussione la necessità di un intervento. Quando è palesemente in corso un genocidio, occorre intervenire. Il problema è che quella che noi chiamiamo comunità internazionale non esiste o esiste in forma caricaturale.”

L’immagine della Svizzera

Che immagine si è fatto della Svizzera?

“Io ho un’immagine della Svizzera quasi idilliaca. Talvolta incontro degli cittadini svizzeri che mi disilludono, raccontando che il vostro Paese è una sorta di sentina per tutti gli affarismi. Io ho iniziato a pensare seriamente alla Svizzera, cantando “Addio Lugano bella”. Conosco troppo poco la Svizzera e difficilmente potrei dire qualcosa con cognizione di causa. Comunque ultimamente ho maturato l’idea, pensando alle sue posizioni verso l’Europa e l’immigrazione, che sia un museo vivente.


22/07/2005

Primo matrimonio tra lesbiche

MADRID, 22 lug (ats/ansa) Dopo quello tra gay a Madrid, oggi c´è stato il primo matrimonio tra lesbiche in una loclaità della provincia di Barcellona, Mollet del Valles, grazie alla nuova legge spagnola che equipara le nozze omosessuali a quelli tradizionali.

Il matrimonio odierno, riferisce l´agenzia Efe, è stato celebrato dal giudice Jorge Vergara fra una donna spagnola e una argentina in mezzo ad una grande attenzione mediatica.

20/07/2005

Canada: Senato approva legge su matrimoni gay

OTTAWA, 20 LUG (ats/adnkronos/dpa) Il Senato canadese ha approvato, con 47 voti a favore e 21 contrari, la legge sui matrimoni tra omosessuali. Il progetto di legge sull´unione coniugale per le coppie formate da persone dello stesso sesso presentato dal governo la scorsa primavera, era stato votato dalla Camera il 28 giugno. Il voto del Senato chiude definitivamente il dibattito, che ha avuto forti ripercussioni sulla società civile, determinando fratture e polemiche.

13/07/2005

Tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche: ordinanza per maggior protezione a inizio 2006


BERNA, 13 lug (ats) L´Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) intende emanare norme per ridurre i rischi per la salute derivanti da tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche e make up permanente. Stando a Michel Donat dell´UFSP, un´ordinanza che regoli questa materia dovrebbe entrare in vigore entro il primo trimestre del 2006.
Al momento, le norme elaborate da un gruppo di lavoro sono in procedura di consultazione fino al 17 luglio, si legge nel rapporto 2004 dell´UFSP sulla sicurezza delle derrate alimentari.

Stando alle novità contenute nel progetto di ordinanza, l´UFSP prevede valori massimi per piercing contenenti nickel. Inoltre, gli strumenti per compiere tatuaggi e piercing dovranno essere sterili. Per quanto attiene ai tatuaggi e al make-up permanente, si prevede di stabilire quali sostanze - per esempio determinati aromi - non potranno essere contenute nei colori.

Oltre a ciò si dovrà conoscere provenienza e contenuto degli strumenti utilizzati per il piercing, come anche i colori per i tatuaggi o per il il make up permanente. Ciò vale anche per le lenti a contatto cosmetiche. In quest´ultimo caso, produttori e importatori dovranno indicare sulle confezioni che le lenti rispettano le disposizioni dell´UFSP.

Il 20 giugno scorso, l´UFSP aveva messo in guardia gli utilizzatori di lenti a contatto cosmetiche, poiché vi è il rischio di una riduzione della vista. In particolare gli automobilisti dovrebbero rinunciare a queste lenti che modificano il colore e la forma dell´iride. A dipendenza della densità della parte colorata e del contorno della pupilla, queste lenti possono infatti ridurre il campo visivo.

Stando al rapporto dell´UFSP, la popolazione dovrebbe venir informata entro la fine dell´anno sui rischi potenziali legati a queste pratiche di bellezza

12/07/2005

Swiss: sospesi 52 piloti Saab che avevano scritto lettera aperta


BASILEA, 12 lug (ats) Swiss ha sospeso con effetto immediato i 52 piloti dei velivoli Saab che venerdì scorso avevano inviato alla direzione e al cda una lettera aperta in cui si sostenevano che le incertezze legate al loro avvenire professionale possono in casi estremi mettere in pericolo la sicurezza. La compagnia aerea ha pure aperto un procedimento disciplinare nei loro confronti e previsto una riduzione temporanea dei voli.
In un comunicato l´aviolinea si era difesa dicendo che i collegamenti del Saab 2000 sono perfettamente affidabili e non sussistono problemi, ma che è sempre pronta a discutere della situazione. Ieri sera, in una seconda nota, la compagnia ha indicato che le argomentazioni dei piloti sono state oggetto di profondi studi durante la fine settimana.

Risultato: Swiss ha deciso di far verificare da esperti le capacità di volo dei piloti che hanno firmato la lettera. Saranno perciò sospesi immediatamente. Potranno riprendere il servizio in funzione del risultato della valutazione, precisa la nota. Contro di loro sono pure stati aperti procedimenti disciplinari. Swiss annuncia di conseguenza sospensioni temporanee dei voli. Informerà rapidamente la clientela sull´evoluzione della situazione.

Swiss opera attualmente con una flotta di 7 Saab 2000 in partenza da Basilea e 72 piloti specializzati in questo tipo di velivolo. I Saab 2000 non effettuano voli né da Ginevra, né da Zurigo.

07/07/2005

Usa: Cia-Gate, giornalista nyt andrà in carcere


NEW YORK, 6 lug (ats/ansa) Judith Miller, la giornalista del New York Times andrà in carcere per non aver voluto rivelare la sua fonte nel caso Cia-gate.
Judith Miller, una delle grandi firme del ´Times´, è stata trasferita immediatamente in un carcere federale della zona di Washington dove resterà fino a quattro mesi se non accetterà di collaborare con la magistratura.

Mandarla in carcere "crea la possibilità concreta che accetti di testimoniare ha detto il giudice Thomas Hogan che ha preso la decisione.

Miller, che paradossalmente non aveva scritto una riga sul Cia-gate, ha abbracciato il suo avvocato ed è stata scortata fuori dalla Corte.

Tutti gli articoli