05/12/2006
I passi per le città
Perché e come ha senso pedonalizzare i centri storici delle città. Intervista con Patrizia Malgieri, docente di economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano
di Oscar Acciari "laRegione", 5 dicembre 2006
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L’architettura dei moderni centri commerciali è sempre più simile a quella dei centri storici delle città europee. Sono pedonali e contemplano luoghi di incontro e di socializzazione. Hanno piazze e viuzze. Sono dei veri e propri “village” che danno valore aggiunto alle attività commerciali presenti. Mentre chi concepisce i nuovi villaggi degli acquisti non ha dubbi sul fatto che le auto debbano trovare spazio all’esterno in appositi parcheggi, lasciando ai pedoni la massima possibilità di fruire delle aree commerciali, nelle città ticinesi ci si interroga sull’opportunità di pedonalizzare piazze e centri storici. I commercianti spesso temono che la pedonalizzazione porti ad un’inevitabile diminuzione della cifra d’affari per l’impossibilità, da parte del cliente, di raggiungere il luogo degli acquisti con l’automobile.
Ha sempre senso pedonalizzare un centro storico e quali criteri bisogna considerare nel rendere pedonali alcune aree delle città? Sono questi alcuni dei questi posti a Patrizia Malgieri, docente di Pianificazione dell’economia dei trasporti al politecnico di Milano e ricercatrice presso TRT Trasporti e Territorio, società indipendente di pianificazione e ricerca che ha ricevuto importanti mandati dall’Unione Europea. E a proposito dell’impegno dell’UE, va sottolineato che essa intende concentrare i propri sforzi, per i prossimi sette anni, nella riqualifica
La politica dell’UE
Dottoressa Malgieri, uno degli aspetti centrali della politica dell’Unione Europea per i prossimi anni è sicuramente la qualità della vita nei centri urbani, che passa anche attraverso la pedonalizzazione dei centri storici. Ci può spiegare qual è l’obiettivo della politica comunitaria?
"La politica comunitaria (“La politica di coesione e le città: il contributo delle città e degli agglomerati urbani alla crescita e all’occupazione all’interno delle regioni”, 13 luglio 2006) individua nelle città uno degli assi strategici per rafforzare la coesione e la crescita dell’Unione nei prossimi sette anni (2007-2013). Rendere le città più attrattive, significa puntare sulla qualità degli spazi urbani e dei servizi di trasporto, favorendo ad esempio modelli di mobilità sostenibile (quelli a basso impatto ambientale e sociale) in modo da rendere più vivibile ed attrattivo un patrimonio culturale e storico non riproducibile, e che ci invidiano nel resto del mondo."
Ma ha sempre senso pedonalizzare i centri storici?
“Per rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci che vantaggio ha una comunità a perdere la ricchezza di funzioni pregiate che tradizionalmente si insediano nei centri storici, lasciando che le automobili occupino strade, piazze per la sosta, funzione questa non certamente di valore. Occorre infatti considerare che il centro storico è la parte della città più ricca di funzioni. La sua vivacità (economica, sociale e culturale) è tanto maggiore quanto più vi si ritrovano funzioni pregiate, capaci di renderlo attrattivo non solo per poche ore durante la giornata. Va ricordato che i centri storici sono il sedimento di modelli urbani stratificati nel tempo, in cui non vi era di certo traccia della motorizzazione di massa. Mi pare evidente che, con piazze e strade strette, non siano adatti alle automobili.”
L’uomo per sua natura preferisce muoversi e socializzare senza doversi preoccupare delle automobili. I commercianti si preoccupano, quando sentono parlare di pedonalizzazione, ma i grandi centri commerciali vengono concepiti con delle vaste aree pedonali per chi fa acquisti e con dei grandi parcheggi sotterranei per le auto…
"Sì, i grandi centri commerciali riprendono l’ architettura dei centri storici. Anche nei centri commerciali si assiste ad un allontanamento delle automobili in zone a loro appositamente destinate. Occorre considerare il fatto che lo shopping non è un semplice “fare la spesa”, ma presenta componenti emotive, irrazionali e anche aspettative di socializzazione”.
Ma perché allora sono i commercianti ad opporsi alle pedonalizzazioni?
“Il processo di pedonalizzazione è quasi sempre avvenuto contemporaneamente a una riqualificazione dei tessuti urbani. Non si elimina soltanto il traffico, ma si fa un intervento più complessivo di valorizzazione dell’area. Personalmente ho potuto rilevare che le opposizioni dei commercianti sono sempre state opposizioni di primo livello, dovute al cambiamento. Ma, alla fine, gli esiti degli interventi sono sempre stati molto positivi. Quasi sempre, infatti, chi si è opposto alla pedonalizzazione non è disposto a tornare indietro.”
Ma vi sono attività commerciali che sono più adatte ad un contesto pedonale, oppure esso rappresenta un’oasi di benessere per tutti?
“Nelle aree pedonali traggono vantaggio soprattutto le attività del piccolo commercio con un alto valore aggiunto (che offrono prodotti di qualità e rari) o le grandi catene commerciali in franchising.
E quali sono gli aspetti da considerare per non commettere errori, quando si introducono delle aree pedonali?
“Bisogna capire quali sono le funzioni insediate e qual è la loro compatibilità con il flusso veicolare. Vi devono essere delle alternative di accesso all’area, attraverso il trasporto pubblico o le piste ciclabili. Inoltre occorre prevedere la possibilità di lasciare le auto in parcheggi più o meno distanti dell’area pedonalizzata. Tutto ciò deve essere accompagnato da una chiara informazione per l’automobilista. Infine, ci deve essere la condivisione della proposta dalla comunità locale, che non è costituita soltanto dai commercianti, ma da un complessità di attori che partecipano alla ricchezza di una città. Occorre, insomma, dare voce anche al resto della popolazione.”
Ma cosa in realtà contribuisce all’espulsione dei piccoli commercianti dal centro storico di una città?
“Penso che tra le prime causa dell’espulsione delle attività commerciali dal centro storico vi sia l’incremento dei prezzi degli immobili, in stretta relazione con la rendita fondiaria. Certo la riqualificazione degli spazi pubblici spesso porta a far crescere i valori fondiari di vendita/affitto degli immobili a tutto vantaggio dei proprietari degli immobili. Il problema è stabilire quali strumenti si possono utilizzare per riequilibrare la situazione…
Le città ticinesi e le autorità
Che ne pensa del modo di gestire i centri cittadini delle autorità ticinesi?
"Ho una conoscenza diretta delle città ticinesi, ma non come studiosa. La sensazione è di un contesto per certi versi pianificato (dove la sosta è controllata e tariffati), ma in cui è lasciato grande spazio all’uso dell’auto. Vi sono ancora pochi esempi di pedonalizzazione dei centri storici. C’è poca attenzione all’uso della bicicletta, alla messa in sicurezza degli spostamenti pedonali, ecc…"
A Bellinzona le autorità cittadine hanno condotto in porto la pedonalizzazione del centro storico con un ampio consenso della popolazione. A Locarno il dibattito è aperto, anche se sarà inevitabile pedonalizzare Piazza Grande. Lei conosce queste realtà e cosa suggerisce?
“Credo che considerata la notorietà di Piazza Grande occorrerebbe lanciare un concorso di idee a livello internazionale, che conferirebbe ancora maggiore prestigio alla vostra piazza. Si tratta probabilmente di ripensare ad un disegno unitario, in cui la piazza possa fare da cerniera tra la parte storica della città e il lungo lago, dando qualità ad un impianto urbanistico non comune anche nel panorama delle belle città ticinesi”.
Ma quale contributo può dare l’ente pubblico per rendere, anche inizialmente, meno dolorose le pedonalizzazioni?
“Le autorità cittadine e, in generale, l’ente pubblico possono partecipare alla riqualifica degli edifici e possono abbassare i costi della localizzazione. Il potere politico può, insomma, sfruttare le sinergie con l’imprenditoria privata."
E che ne pensa di concedere sgravi fiscali comunali alle attività che si insediano e riqualificano un centro storico?
“Si tratta di un’ottima idea che può essere applicata concretamente in un paese come il vostro, dove esiste il federalismo fiscale”.
Il caso italiano
Lei sa citare un caso analogo di cittadina italiana, tra i 15 e 50mila abitanti, in cui la pedonalizzazione ha avuto esiti positivi, nonostante le riserve iniziali di cittadini e commercianti e le difficoltà di trovare soluzioni idonee all’assetto urbano della città?
“In Italia, la maggior parte dei capoluoghi di provincia ha un’area completamente pedonale. Si tratta di iniziative che si stanno diffondendo e che trovano applicazione in occasione della redazione di strumenti di pianificazione del traffico. Si tenga conto che dalla metà degli anni Novanta tutti i comuni con popolazione superiore ai 30 mila abitanti hanno l’obbligo di redigere i Piani urbani del traffico. Personalmente ho avuto modo di lavorare a Lecco, cittadina di 40mila abitanti che si affaccia sul lago. Le piazze sono state tutte pedonalizzate con ottimi risultati.”
Ma ci sono delle statistiche che mostrano gli effetti della pedonalizzazione sulla cifra d’affari?
“No, non ci sono statistiche in tal senso. In Italia, inoltre, ci sarebbe qualche problema, considerato l’importante tasso di evasione fiscale. Ci sono delle statistiche che riguardano il prodotto interno lordo delle città. Dal punto di vista quantitativo, può essere utile la statistica sull’apertura e sulla chiusura degli esercizi e delle attività commerciali. Esse mostrano che le pedonalizzazioni rendono le aree cittadine molto più pregiate. A livello empirico posso affermare che, in linea di massima, aumenta la cifra d’affari. Ma occorre non sbilanciarsi toppo su questo aspetto, visto che le variabili in gioco sono davvero molte.”
16/10/2006
L’identità è multipla
intervista con Salvatore Veca
di Oscar Acciari
(da "la Regione", 13 novembre 2006)
Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.
Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?
“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.
Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…
“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”
Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.
“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.
Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?
“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.
L’identità della Svizzera
Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?
“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".
Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?
“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.
Il Papa e l’Islam
Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?
“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.
Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?
“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.
Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?
“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.
Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?
“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.
La dimensione dell’eredità
Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?
“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”
26/11/2005
La priorità del male
di Oscar Acciari
("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )
Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.
“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.
I diritti fondamentali
Professor Veca, lei nella sua ultima opera mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…
“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è: “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.
Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?
“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”
Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?
“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”
E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?
“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”
Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…
“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”
Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…
“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”
Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?
“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.
E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo, si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?
“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante. Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”
In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?
“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”
L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi
Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?
“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”
Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male, purché non si occupi d’altro?
“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”
In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?
“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.
Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…
“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”
Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi invece si offendono…
“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”
Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…
“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”
L’offerta filosofica
Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?
“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.
01/08/2005
Il primo agosto di Adriano Sofri
Il primo agosto di Adriano Sofri
di Oscar Acciari
(da "La Regione", 20 luglio-1° agosto 2005)
Festeggerà anche lui il primo di Agosto. La Festa nazionale svizzera non c’entra nulla. Adriano Sofri lunedì compie 63 anni. Dopo otto anni di reclusione totale nel carcere Don Bosco di Pisa, forse questo compleanno avrà un gusto un po’ diverso. Da poco più di un mese Sofri esce dal carcere il mattino per recarsi alla biblioteca della Scuola Normale Superiore. La sera torna a dormire in carcere. Il giudice di sorveglianza di Pisa ha dato all’ex leader di Lotta Continua il nulla osta per il lavoro esterno. Condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano, Sofri, che si è sempre proclamato innocente, ha già scontato un terzo della pena. Proprio questo requisito ha permesso che venisse applicato l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che disciplina il lavoro al di fuori del carcere. Un articolo applicato anche se l’ex massimo esponente del disciolto gruppo extraparlamentare di sinistra formalmente non ha inoltrato nessuna richiesta, come per la grazia, di cui si discute tanto in Italia. Sì, perché il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ha dichiarato che è giunto il momento di concedere la grazia a Sofri. Di parere diverso il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Il problema istituzionale è finito alla Corte costituzionale, nonostante l’ex leader di LC di chiedere la grazia proprio non ne vuole sapere.
Sofri venne condannato, con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, poiché considerato il mandante dell’omicidio di Calabresi, il commissario che indagava sulla strage di Piazza Fontana (avvenuta il 12 dicembre 1969 e in cui sedici persone persero la vita e ottantotto rimasero ferite), poi accusato da LC di aver avuto un ruolo nella morte di Pino Pinelli, un anarchico fermato nel corso delle indagini e protagonista di una sospetta caduta mortale dal quarto piano del palazzo della questura di Milano dopo tre giorni di detenzione. La condanna dei tre, dopo processi fatti e rifatti, è stata basata sulla presunta confessione dell’ex militante di LC Leonardo Marino, che raccontò ai giudici, sedici anni dopo i fatti e tra molte contraddizioni, di essere stato una delle due persone ad avere ricevuto l’ordine da Sofri e Pietrostefani di uccidere Calabresi, precisando che a sparare era stato il suo collega Bompressi. Dopo un iter giudiziario molto complesso e impossibile da riassumere, il 24 gennaio del 2000 i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Venezia rigettarono la revisione del processo, nonostante fosse stata dimostrata la non attendibilità di Marino (prosciolto per la prescrizione del reato), nonché la fragilità delle prove delle sentenze di condanna precedenti. I giudici ritennero di riconfermare le pene comminate. A seguito di questa vicenda da anni in Italia si è creato un vasto movimento di opinione a favore della scarcerazione dell’ex leader di LC che ha coinvolto anche personalità del mondo politico che si definiscono di Destra. Di Sofri in Italia si discute per la concessione della grazia a un uomo considerato un raffinato intellettuale (scrittore e giornalista), che testimoniò le atrocità che stavano avvenendo nell’ex Jugoslavia e in Cecenia e che si indignò dinanzi ai massacri dei civili e alla cosiddetta “pulizia etnica”. Tra il ’94 e il ’95 visse a Sarajevo raccontando, da inviato del quotidiano italiano “L’Unità”, l’assedio della capitale bosniaca, dove i cecchini serbi dai tetti delle case e dalle colline circostanti non risparmiarono nessuno, né anziani, né donne e bambini. Con una telecamerina filmò la vita quotidiana, asserendo che quella in atto non era una mera guerra civile e condannando l’ignavia dell’ONU. Molti ricorderanno i reportage di Sofri proposti da “Mixer”, programma all’epoca in onda su Rai Due. Ma qualcuno ricorderà anche le sue testimonianze da Grozny, nel febbraio del 1996. In Cecenia l’ex leader di LC tornò qualche mese dopo per occuparsi direttamente del rilascio di tre volontari italiani (rimasti prigionieri degli indipendentisti per ben 64 giorni), impegnati nell’organizzazione InterSos, sfruttando i suoi contatti, le sue amicizie influenti che aveva stretto mentre girava i suoi reportage.
Il Carcere e la Grazia
E’ tornato alla normale di Pisa. Lavora fuori dal carcere, sente di essere tornato ad una vita normale?
“Sono tornato ad una vita seminormale, nel senso che la mia vita diurna è diventata normale. Ma forse, come diceva un importante autore, le mezze verità sono peggio delle bugie. La vita potrebbe apparire più assurda di prima, nel senso che io passo dodici ore in carcere, in una brutta cella con il caldo e le formiche, mentre di giorno vengo qui e lavoro negli ampi spazi di questo magnifico palazzo rinascimentale con la facciata dipinta dal Vasari…”
Come festeggerà il suo compleanno?
“Da parecchio tempo non sono entusiasta di festeggiare il mio compleanno. Il vantaggio è che avviene in un’estate particolarmente piena di avvenimenti da passare inosservato. Spero che la stessa cosa non accada per la vostra festa nazionale. Ma se le interessa, posso dirle che ho già chiesto un permesso per trascorrere qualche giorno con i miei familiari e non posso averne un altro. Farò le cose che ho fatto nell’ultimo mese. La sera tornerò in carcere, dove un gruppetto di ragazzi “coinquilini” hanno organizzato una festa in un cortiletto di cemento.”
Continuerà a rifiutarsi di chiedere la grazia? Il suo comportamento va giustificato con il fatto che chi si ritiene innocente, non chiede la grazia che, in sostanza, è un provvedimento di clemenza?
“Io non mi ritengo innocente, sono innocente. La mia chiaramente non è un’opinione. Il problema non è la compatibilità fra la grazia e l’innocenza. Ugo Foscolo scrisse: “…Né muover l’erba mi parea danzando”. La grazia è qualcosa che quando balla, non muove nemmeno l’erba. E’ talmente nobile e al di sopra di tutto che si può sposare con altre cose nobili della vita, come l’innocenza. Non ho nessuna intenzione di chiederla, perché non ne ho voglia. Perché mi sembra che la mia storia vada bene così e che abbia una sua “coerenza alla rovescia” che non intendo turbare troppo”.
Da Srebrenica a oggi
Lei in passato, parlando dell’esperienza di coloro che avevano aderito con lei a Lotta Continua, disse che avevate un’ideologia che avrebbe consentito ad alcuni dei militanti di arrivare sino al punto di uccidere. In un’altra circostanza dichiarò che si trattava di riconoscere un passato in cui la responsabilità collettiva aveva prevalso su quella individuale. Può accadere così spesso? E’ quello che accade ad un terrorista islamico?
“Io penso che succeda abbastanza spesso che il sentimento di responsabilità collettiva prevalga su quella individuale, ma non penso si possano fare confronti tra situazioni diverse. Estendere un ragionamento del genere, ci porterebbe a tragedie immani, come è avvenuto per chi ha abbracciato il nazismo o lo stalinismo. Si tratta di fissare il limite entro il quale si decide questo comportamento. Credo che nel terrorismo islamista ci sia un sentimento di abnegazione, non tanto per ragioni religiose, ma per ragioni ideologiche e, prima ancora, psicologiche. E utilizzo la parola “abnegazione”, perché la lingua italiana ci ha fornito un temine adatto per esprimere questa condizione: ovvero la devozione assoluta per una causa fino alla negazione, alla cancellazione di sé stessi per essa. Il kamikaze non è il martire disposto a morire per la propria verità, ma è il martire, lo shahid, che brama di morire e di ammazzare gli altri per conquistarsi un posto nel proprio immaginario e stupidissimo paradiso.”
Lei fu il protagonista indignato di un deciso appello per l’intervento delle forze internazionali all’epoca dell’assedio di Sarajevo e di Srebrenica. Esse furono incredibilmente assenti di fronte al martirio di milioni di persone. Nel corso del tempo le organizzazioni internazionali sono intervenute in casi diversi e con modalità differenti (si pensi al Kosovo, all’Afghanistan e all’Iraq). Lei cosa pensa di quegli interventi?
“Io distinguerei drasticamente le situazioni. L’intervento in Iraq ai miei occhi era assolutamente ingiustificato. E’ stata una decisione sbagliata e- temo- disastrosa. Ora il problema è quello di misurarsi con le sue conseguenze e con la situazione attuale. Non bisogna fare diventare il rifiuto di condividere quella scelta una ragione per sentirsi fuori gioco anche oggi e per rinunciare ad essere coinvolti e impegnati nella difesa della possibilità di libertà, di democrazia e della stessa sopravvivenza delle persone di quel disgraziatissimo paese. Per l’Afghanistan la situazione era diversa. E ancora differente era la situazione per i due interventi nei paesi della ex Jugoslavia. Io invocai per anni l’intervento in Bosnia, dov’era in corso l’assedio e il bombardamento di intere città, come a Sarajevo e a Srebrenica. Non intervenne l’ONU (che si macchiò di vergogna e infamia), ma la Nato per una decisione essenzialmente americana e dopo l’assedio cittadino più lungo della storia contemporanea. Fu un disastro per le Nazioni Unite e per l’Europa. In quella circostanza ero favorevole all’intervento, giunto troppo in ritardo. Per il Kosovo io credo che l’intervento fosse giustificato, ma non il modo. C’è differenza tra un intervento di guerra e un intervento di polizia. E non considero questa differenza un facile gioco di parole per addormentare la coscienza. Credo infatti che l’azione di polizia internazionale debba rendere conto a una legge esistente ed esercitare una forza proporzionata all’obiettivo. Ma in Kosovo l’ingerenza internazionale raggiunse il livello dell’intervento militare, passando la mano ai generali. In realtà nessuno aveva dichiarato guerra a nessuno. Io penso che affrontare la questione della polizia internazionale, sia un dovere prioritario.
E oggi secondo lei cosa non va sottovalutato?
“Oggi c’è un problema che nessuno di noi può considerare prerogativa esclusiva di Bush o di Blair… E’ il problema del nucleare militare (o della bomba atomica) in Iran. Esso riguarda ognuno di noi. Che fare di fronte a un governo, come quello guidato da Mahmoud Ahmadinejad, da un vincitore di elezioni palesemente squadrista ed eccitatore della parte più frustrata del paese? La polizia internazionale che vuole occuparsi di nucleare, non può certo andare in Iran con una squadra di vigili urbani. Ma la difficoltà non deve impedire di affrontare il problema, anzi deve forzare ad affrontarlo nel modo più chiaro e concreto.”
Sul tema dell’intervento, lei aprì un vero e proprio dibattito all’interno della Sinistra italiana. Nel maggio ‘95 scrisse sull’Unità che “….Una Sinistra che stia dalla parte del pronto soccorso, del diritto e delle libertà, dovrebbe incatenarsi nelle piazze, non per accettare, ma per rivendicare l’impiego della forza Onu e Nato contro le bande serbo-bosniache, a difesa dei cittadini bosniaci e della Repubblica di Bosnia Erzegovina…”
“A me sembra molto grave che le persone che sono convinte di amare la pace e di impegnare sé stesse fino all’ultima risorsa per essa, non capiscano che la condizione essenziale di una fattiva difesa della pace è il soccorso agli inermi, agli aggrediti, a coloro che vedono minacciata l’incolumità fisica e la dignità personale. Così facendo si lascia campo libero non tanto ai militari, ma ai militaristi, a quelli che hanno una ragione per intervenire con lo spiegamento di una forza esuberante. Penso che desiderare un impiego legale, misurato e moderato della forza sia una condizione per amare la pace.”
Lei sostiene che spesso la Sinistra non propone nessuna alternativa all’interventismo…
“Io penso che la Sinistra non si ponga il problema di un’alternativa. C’è una Sinistra che ignora il problema con esiti catastrofici. Per esempio, quando gli Stati Uniti insistevano per l’intervento militare in Iraq e in Europa erano in corso la magnifiche e mirabolanti manifestazioni per la pace, non trovò nessuno spazio l’opposizione a Saddam Hussein e l’auspicio che il dittatore iracheno se ne andasse. Alla fine queste manifestazione rischiarono di tramutarsi in una sorta di sostegno al delirio di onnipotenza del tiranno iracheno, che immaginò di trovare in esse una sponda a cui appoggiarsi per rendere più debole la minaccia dell’intervento. Si tratta di un comportamento gravissimo che pregiudica la bontà dei sentimenti dei pacifisti.”
Sappiamo che politologi e filosofi ritengono insostenibile la giustificazione, secondo la quale l’intervento in Iraq è stato voluto per esportare la democrazia. Ma come sarebbe stato possibile, con il senno di poi, intervenire per impedire il massacro degli sciiti e dei curdi?
“Il massacro degli sciiti e dei Curdi fu dovuto alla ritirata, avvenuta nella prima Guerra del Golfo, degli Americani e dei loro alleati, che avevano promesso di arrivare sino a Bagdad, alimentando la loro speranza di liberazione. Vennero abbandonati proprio quando scesero in piazza, provocando la repressione del regime di Saddam. Ci fu ancora una volta l’opportunismo della comunità internazionale sconfinata nella vigliaccheria. E’ molto difficile dire cosa sarebbe giusto fare. Bisognerebbe combinare tutti gli strumenti, fino all’impiego di una forza legittima e proporzionata. In ogni caso c’è un confine che non bisogna superare, ed è quello del pronto soccorso. Ci sono circostanze in cui non si può considerare in discussione la necessità di un intervento. Quando è palesemente in corso un genocidio, occorre intervenire. Il problema è che quella che noi chiamiamo comunità internazionale non esiste o esiste in forma caricaturale.”
L’immagine della Svizzera
Che immagine si è fatto della Svizzera?
“Io ho un’immagine della Svizzera quasi idilliaca. Talvolta incontro degli cittadini svizzeri che mi disilludono, raccontando che il vostro Paese è una sorta di sentina per tutti gli affarismi. Io ho iniziato a pensare seriamente alla Svizzera, cantando “Addio Lugano bella”. Conosco troppo poco la Svizzera e difficilmente potrei dire qualcosa con cognizione di causa. Comunque ultimamente ho maturato l’idea, pensando alle sue posizioni verso l’Europa e l’immigrazione, che sia un museo vivente.
17:58 Scritto in commenti, Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto, Libertà di espressione, Libertà di movimento | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
06/07/2005
Cina: compleanno Dalai Lama, appelli per diritti umani Tibet
PECHINO, 6 lug (ats/ansa) Appelli per il miglioramento della situazione dei diritti umani nel Tibet sono stati diffusi da alcune organizzazioni umanitarie in coincidenza col settantesimo compleanno del Dalai Lama. Alison Reynolds, presidente del gruppo "Free Tibet Campaign" ha affermato che il primo ministro britannico Tony Blair potrebbe fare un "regalo" al leader tibetano in esilio promettendo "uno sforzo organizzato per arrivare a progressi in Tibet nei sei mesi di presidenza britannica dell´Unione Europea".
Blair ospita in Scozia in questi giorni i leader dei paesi industrializzati del G8. Tra gli invitati come "osservatori" sarà presente il presidente cinese, Hu Jintao.
Un altro gruppo, l´International Tibet Support Network, ha invitato le autorità di Pechino a "cambiare radicalmente" la loro politica verso il Tibet. Infine, il gruppo "Reporters Sans Frontieres" ha criticato la mancanza di libertà di espressione sul "tetto del mondo".
Emissari del Dalai Lama, che vive in esilio in India dal 1959, e alti funzionari cinesi si sono incontrati più volte, a partire dal 2002, nel tentativo di instaurare un dialogo. Finora nessuna delle due parti ha commentato l´andamento delle discussioni che, secondo fonti concordanti cinesi e tibetane, proseguono.
Il settantesimo compleanno del leader tibetano, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nel mantenere non-violento il movimento per l´autonomia del Tibet, è stato festeggiato oggi da diecimila persone a Dharmsala, nel nord dell´India, dove il Dalai Lama risiede.
22/06/2005
Torno alla Normale che mi cacciò
Dal Corriere della Sera (articolo di Alessandra Arachi)
Intervista all'ex leader di Lotta continua, al primo giorno di lavoro esterno Sofri: «Torno alla Normale che mi cacciò» «Fui allontanato per una donna: portai mia moglie nella camerata. Era il '63». E oggi? «Sono felice, ho ritrovato i compagni di allora»
Alessandra Arachi
Adriano Sofri al suo primo giorno di lavoro fuori dal carcere (Ansa)
PISA - E’ un frastuono che non fa rumore quel martello pneumatico che non smette mai sopra le impalcature del restauro. Non per lui. Non oggi. Non qui. Adriano Sofri è tornato alla Normale di Pisa, per quello che in gergo si chiama articolo 21 e che per un detenuto vuol dire il permesso di uscire tutto il giorno dal carcere per andare a lavorare. Sono dieci i detenuti in articolo 21 al carcere di Pisa, tredici quelli in semilibertà. Adriano ieri mattina è uscito insieme con Stefano, il suo vicino di cella, tutti e due al loro primo giorno di lavoro. Stefano è andato alla cooperativa, farà il guardiano. Adriano alla Normale si occuperà della biblioteca, dei libri, dei nuovi fondi arrivati alla storica università. La finestra del suo piccolo studio può rimanere spalancata: è l’aria che ha la meglio su un frastuono che oggi non può fare rumore.
Un ritorno il suo, Sofri, alla Normale di Pisa. Lei qui ha studiato, vero?
«Sì, ma ben poco in realtà. Non ho fatto in tempo a prendere il diploma. Ero già laureato all’università, ma il diploma qui alla Normale non sono riuscito a prenderlo».
Perché?
«Mi hanno espulso prima».
Come mai?
«Ragioni disciplinari. Diciamo di donne. Portavo le donne nella camera del residence. Una donna, in realtà. Mia moglie Alessandra. Ma non significava nulla questo. Erano altri tempi, era il 1963».
Ma lei non è stato espulso forse per motivi politici?
«Forse, alla fine. Però mi sembra più onorevole parlare di donne».
Era il 1963: lei era già un rivoluzionario? Eppure il Sessantotto era lontano.
«Io nel Sessantotto ero già sposato, avevo due figli, molti anni di attività politica alle spalle. Avevo scelto l’idea di fare il rivoluzionario. Mi occupavo dei consigli di fabbrica».
Però frequentava la Normale...
«Frequentavo la Normale e contestavo la carriera accademica. Ero un moralista, uno dei pochi: la carriera accademica mi sembrava una compromissione con il potere».
E adesso?
«Sono molto felice di stare qui. E adesso a ripensarci sono stati davvero anni belli. I maestri di allora erano buoni maestri. Contestavamo la carriera accademica, ma con loro personalmente i rapporti erano buoni. Ricordo con piacere Cantimori: per lui io all’epoca ero inesistente. Lui per me rimane un punto di riferimento. Poi ci sono i maestri di oggi, fantastici. Molti sono i miei compagni di allora. Li ho incontrati stamattina».
Chi ha incontrato?
«Carlo Ginzburg, Adriano Prosperi, Umberto Carpi. Poi tanti altri, magari meno noti, ma altrettanto cari».
Che sensazione le dà questo cambio di vita?
«Quale cambio?».
La possibilità di uscire fuori dal carcere, di lavorare qui. Di poter tenere la finestra spalancata...
«Vogliamo parlare della vita intesa come i mutamenti del corpo? Allora certo è cambiato molto. Ma se per vita intendiamo qualcosa di più intimo: cosa è cambiato?».
Lei è in permesso di articolo 21: esce dal carcere dalle otto del mattino alle otto di sera e torna soltanto per dormire. Un permesso che ha chiesto lei, era difficile aspettarselo...
«E perché?».
Ma forse per il suo modo di porsi rispetto a questa condanna. Lei che ha sempre detto che non chiederà mai la grazia...
«Cosa c’entra? Non ho mai detto: "Io non chiederò mai permessi". Per un sacco di tempo non li ho chiesti, semplicemente».
E non è strano? Lei poteva chiedere permessi per uscire già da tempo, ma non l’ha mai fatto. Un detenuto che ha la possibilità di uscire non è la prima cosa che chiede di fare? «Ah sì? Pensate questo? Si pensa questo? Un detenuto non è un concetto astratto: ci sono migliaia e migliaia di detenuti nelle carceri. Ci sono migliaia e migliaia di storie dietro di loro. Bisogna starci dentro ad un carcere per capire. Mi mancherà».
Che cosa?
«La vita del carcere. Ma non fraintendiamo: non mi mancherà il bugigattolo dove ho passato più di otto anni, non sono folle. Mi mancherà il legame con le storie di chi ci vive dentro al carcere».
Parla della galera come se fosse davvero fuori?
«Assolutamente no. Sono un detenuto e la mia fine pena è nel 2016. Stavo soltanto spiegando la differenza tra un dormitorio e la vita in una galera con la gente che soffre, piange».
Lei ha sofferto? Soffre?
«Sono stato imputato, poi condannato da innocente, anche se questo è un dettaglio che non importa più a nessuno. Adesso a distanza di un numero di anni di galera non certo infimo, otto anni e mezzo, ho scoperto, ad esempio, di essere additato come nemico pubblico numero uno del popolo padano. Questo, ad esempio, mi fa soffrire. E molto. Anche se...».
Anche se? «Anche se capisco che per molti di quelli che gridano "Sofri assassino", non sono altro che uno slogan. Non credo che quelli del popolo padano sappiano chi sia Adriano Sofri. Che conoscano la mia storia. Ma non si fa così. Non si trasforma una persona in uno slogan».
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17/06/2005
Carta identità elettronica fa discutere /privacy
PARIGI, 17 giu (ats/ansa) Alcune associazioni di difesa dei diritti umani chiedono di rivedere il progetto della nuova carta d´identità elettronica (Ines), accusato di essere un affronto "alle tradizioni repubblicane del paese", ma un recente sondaggio Ipsos mostra che i francesi non sarebbero contrari: il 74% delle persone intervistate, infatti, dicono sì alla Ines.
Ancora inquietudini e polemiche in Francia per il progetto di una carta d´identità elettronica obbligatoria contenente - grazie ad un microchip - alcuni dati biometrici, come le impronte digitali e la firma elettronica.
Eppure queste preoccupazioni verrebbero esposte soprattutto da associazioni attente ai diritti del cittadino. Infatti, secondo i risultati del sondaggio Ipsos, i francesi non si oppongono al progetto della nuova carta. Il 75% degli intervistati sarebbe anche favorevole alla costituzione di dossier informatizzati delle impronte digitali, mentre il 69% di loro ritiene che la carta dovrebbe essere obbligatoria.
Un risultato che "può sembrare paradossale" ha detto al quotidiano Le Monde uno dei membri del Forum dei diritti su Internet, che ha consegnato oggi al ministero dell´Interno un rapporto generale per la revisione del progetto. "I risultati del sondaggio - ha spiegato il Forum - dipendono dalla differenza tra le persone che sono state sensibilizzate al progetto e quelle che invece non hanno ricevuto una buona informazione".
Il rapporto del Forum è categorico: la nuova carta mette in pericolo "il rispetto della vita privata" del cittadino. Se la carta entrasse in vigore, ci sarebbe, il rischio di "un´utilizzazione abusiva da parte dell´amministrazione" dei dati personali, con una moltiplicazione dei controlli della polizia.
Il Forum chiede di verificare che "non ci siano rischi di prelievo di informazioni all´insaputa del cittadino". Jean Goniè, giurista al Forum dei diritti du Internet e autore del rapporto, chiede la creazione di un "nuovo patto sociale, che permetta ai cittadini di accedere, via Internet e in modo permanente, ai loro dossier amministrativi".
Il carattere obbligatorio della carta comporterebbe, inoltre un "cambiamento di prima importanza nelle tradizioni repubblicane" della Francia. Infine, "le motivazioni avanzate dal governo - ha detto ancora Jean Goniè - cioè la lotta contro la frode dell´identità e il terrorismo, non ci hanno convinto".
In risposta alle numerose critiche, Nicolas Sarkozy, ministro dell´Interno, ha fatto sapere oggi che il rapporto del Forum sarà "una base solida sulla quale il governo si appoggerà per approfondire le riflessioni sul progetto Ines".
09:34 Scritto in Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto, Libertà di movimento, Libertà e tecnologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
14/06/2005
Turisti cinesi potranno entrare in Svizzera con un visto rilasciato dall´Unione europea
Con l´entrata in vigore dell´accordo di Schengen, prevista nel 2008, i turisti cinesi potranno entrare in Svizzera con un visto rilasciato dall´Unione europea (Ue). Il Consiglio nazionale ha ritenuto oggi che questa scadenza sia troppo lontana.
"Dobbiamo agevolare l´arrivo dei Cinesi in Svizzera già prima dell´entrata in viore dell´accordo di Schengan", ha auspicato Christophe Darbellay (PPD/VS). Contro il parere del consigliere federale Christoph Blocher, la mozione del vallesano è stata trasmessa con 151 voti a 13.
L´argomento economico ha dato frutti. "I turisti cinesi godono di un enorme potere d´acquisto. Essi rappresentano dunque una clientela molto interessante per gli ambienti turistici", ha sottolineato Darbellay.
Per Blocher, l´abolizione dell´obbligo del visto svizzero per i cittadini della Repubblica popolare di Cina non cambierà nulla rispetto alla situazione attuale. "Da quando la Svizzera è riconosciuta quale destinazione turistica ufficiale, il numero dei Cinesi è raddoppiato", ha aggiunto. Inoltre, è stato firmato un memorandum che agevola il rilascio del visto. Contro la mozione, il consigliere federale ha anche addotto motivi di sicurezza.
09:25 Scritto in Libertà di movimento | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
06/06/2005
Schengen: in vigore solo se Svizzera accetta circolazione persone
Schengen: in vigore solo se Svizzera accetta circolazione persone
BRUXELLES, 6 giu (ats) La Svizzera potrà partecipare agli accordi di Schengen e Dublino sulla sicurezza interna e sull´asilo solo se l´elettorato elvetico, nel referendum del 25 settembre, dirà di "sì" all´estensione della libera circolazione delle persone ai nuovi stati dell´UE. Se la Svizzera dovesse dire di "no", ha dichiarato oggi la commissaria europea alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, gli accordi "non potrebbero entrare in vigore".
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20/05/2005
Communiqué de presse de la Coordination asile Vaud
Communiqué de presse de la Coordination asile Vaud
Vendredi 20 mai 2005
La droite bourgeoise et chrétienne a choisi son camp
Blocher impose sa politique néo-libérale en commençant par l’asile. Dans le canton de Vaud, la droite bourgeoise gouvernementale a décidé de rejoindre son camp, faisant le choix du côté obscur de la force.
La Coordination Asile Vaud dénonce le reniement d’une politique humaniste menée jusqu’à présent par le canton. Elle dénonce aussi l’augmentation des mesures de contrainte et de chantage qui brisent les destins des requérant-e-s d’asile.
Le Conseiller d’Etat Jean-Claude Mermoud confirme sa politique : ils doivent tous partir ! Le travail du Groupe d’analyse n’a pas fait changer d’un iota la politique de la majorité du Conseil d’Etat.
Radicaux et libéraux ont fait tomber leur masque : ils s’alignent clairement et ouvertement sur la politique de Blocher. Cela révèle un choix politique important et grave, qui ne va pas toucher uniquement le dossier de la migration. C’est un choix politique lourd de conséquences sur le plan humain.
Radicaux et libéraux qui se réclamaient de valeurs humanistes et chrétiennes, s’allient avec Blocher pour expulser des femmes, des hommes et des enfants, réfugié-e-s de la violence, qui vivent en Suisse depuis des années.
Le même sort sera réservé aux personnes sans-papiers… sans aucun préavis.
Seules les femmes kosovares isolées ne risquent pas les mesures de contrainte… Jusqu’à quand ?
C’est la deuxième fois que la majorité du Conseil d’Etat jette aux orties les conclusions d’un groupe de travail qu’il avait pourtant lui-même mis sur pied. Le Gouvernement préfère adopter coûte que coûte une politique blochérienne, qui ne fait qu’alimenter le nid de la xénophobie et du racisme.
Après presque une année de luttes et de courage des personnes concernées, la réponse face à l’arbitraire des administrations fédérale et cantonale est : expulsion ! Avec toujours le même air : aide au retour, si refus, mesures de contrainte et expulsion.
La Coordination asile Vaud dénonce tout particulièrement le recours à l’interdiction de travailler comme nouveau moyen de contrainte et de chantage destiné à arracher des décisions de « départ volontaire » chez les personnes déboutées.
La Coordination Asile Vaud a développé un large réseau de soutien parmi la population habitant dans le canton. Des personnes, des partis politiques, des associations, des syndicats, des églises ont prouvé leur refus des expulsions de migrantEs présentéEs sous l’angle de la Circulaire Metzler. Cela a également permis de mettre en lumière les conséquences du traitement arbitraire des dossiers de l’asile, les conditions de vie dramatiques de ces personnes ainsi que les conséquences désastreuses des renvois forcés après des mois, voire des années de violence d’Etat. C’est pour ces raisons que les différentes coordinations asile régionales ont fait le choix d’accueillir également des personnes pas présentées à Berne sous l’angle de la circulaire Metzler.
Cette décision est aussi un cinglant mépris pour les résolutions claires de soutiens aux personnes déboutées prises par le Grand Conseil.
Nous appelons toutes les personnes et organisations qui nous ont soutenus à se mobiliser et manifester leur opposition à la hauteur des décisions iniques d’un gouvernement qui plie sous le joug bernois.
Nos armes ont toujours été l’imagination et les résistances.
Nos luttes continuent !
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