16/10/2006
L’identità è multipla
intervista con Salvatore Veca
di Oscar Acciari
(da "la Regione", 13 novembre 2006)
Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.
Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?
“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.
Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…
“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”
Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.
“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.
Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?
“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.
L’identità della Svizzera
Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?
“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".
Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?
“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.
Il Papa e l’Islam
Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?
“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.
Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?
“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.
Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?
“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.
Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?
“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.
La dimensione dell’eredità
Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?
“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”
26/11/2005
La priorità del male
di Oscar Acciari
("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )
Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.
“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.
I diritti fondamentali
Professor Veca, lei nella sua ultima opera mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…
“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è: “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.
Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?
“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”
Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?
“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”
E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?
“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”
Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…
“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”
Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…
“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”
Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?
“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.
E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo, si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?
“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante. Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”
In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?
“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”
L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi
Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?
“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”
Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male, purché non si occupi d’altro?
“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”
In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?
“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.
Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…
“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”
Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi invece si offendono…
“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”
Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…
“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”
L’offerta filosofica
Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?
“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.
06/07/2005
Cina: compleanno Dalai Lama, appelli per diritti umani Tibet
PECHINO, 6 lug (ats/ansa) Appelli per il miglioramento della situazione dei diritti umani nel Tibet sono stati diffusi da alcune organizzazioni umanitarie in coincidenza col settantesimo compleanno del Dalai Lama. Alison Reynolds, presidente del gruppo "Free Tibet Campaign" ha affermato che il primo ministro britannico Tony Blair potrebbe fare un "regalo" al leader tibetano in esilio promettendo "uno sforzo organizzato per arrivare a progressi in Tibet nei sei mesi di presidenza britannica dell´Unione Europea".
Blair ospita in Scozia in questi giorni i leader dei paesi industrializzati del G8. Tra gli invitati come "osservatori" sarà presente il presidente cinese, Hu Jintao.
Un altro gruppo, l´International Tibet Support Network, ha invitato le autorità di Pechino a "cambiare radicalmente" la loro politica verso il Tibet. Infine, il gruppo "Reporters Sans Frontieres" ha criticato la mancanza di libertà di espressione sul "tetto del mondo".
Emissari del Dalai Lama, che vive in esilio in India dal 1959, e alti funzionari cinesi si sono incontrati più volte, a partire dal 2002, nel tentativo di instaurare un dialogo. Finora nessuna delle due parti ha commentato l´andamento delle discussioni che, secondo fonti concordanti cinesi e tibetane, proseguono.
Il settantesimo compleanno del leader tibetano, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo impegno nel mantenere non-violento il movimento per l´autonomia del Tibet, è stato festeggiato oggi da diecimila persone a Dharmsala, nel nord dell´India, dove il Dalai Lama risiede.
India: Dalai Lama compie 70 anni
NUOVA DELHI, 6 lug (ats/adnkronos/dpa) Il leader spirituale e terreno dei tibetani, Tenzin Gyatso, meglio conosciuto come il quattordicesimo Dalai Lama, oggi compie 70 anni. Il Dalai Lama, parola che in tibetano significa "oceano di saggezza", vive a Dharamsala, nel nord dell´India dal 1959 insieme a circa centomila rifugiati tibetani e dove ha sede il governo in esilio che non è stato ancora riconosciuto da nessun paese del mondo.
Il Premio Nobel per la Pace, che da decenni predica la non violenza e la tolleranza, dopo aver rinunciato all´indipendenza del Tibet - invaso dai cinesi nel 1950, chiede che la sua regione conquisti una propria autonomia all´interno della Repubblica Popolare Cinese e domanda il permesso di tornare in patria.
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28/06/2005
Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali
(ATS)
Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali. Sono (n. 492) i "principali peccati contro la castita"´, espressione del "vizio della lussuria". Il Compendio del catechismo della Chiesa cattolica se ne occupa nel capitolo dedicato al sesto comandamento, che parte dall´affermazione che (n. 487) "Dio ha creato l´uomo maschio e femmina, con eguale dignità personale, e ha iscritto in lui la vocazione dell´amore e della comunione".
Il Compendio afferma che le autorità civili "sono tenute a promuovere il rispetto della dignità della persona" (n. 494), "anche impedendo, con leggi adeguate, la diffusione delle suddette gravi offese alla castità, per proteggere soprattutto i minori e i più deboli".
Il capitolo si occupa anche dell´amore coniugale "santificato dal sacramento del Matrimonio", i beni del quale sono (n. 495) "unità, fedeltà indissolubilità e apertura alla fecondita"´. Ad "offendere" la dignità del matrimonio sono (n. 502) "adulterio, divorzio, poligamia, incesto, libera unione (convivenza, concubinato), l´atto sessuale prima o al di fuori del matrimonio".
Ma è l´apertura alla fecondità a prevedere particolari possibili "comportamenti immorali". Tali sono (n. 498) "ogni azione, come, per esempio la sterilizzazione diretta o la contraccezione, che, o in previsione dell´atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione".
Sono immorali anche inseminazione e fecondazione artificiali, perchè (n. 499) "dissociano la procreazione dall´atto con cui gli sposi si donano mutualmente, instaurando così un dominio della tecnica sull´origine e sul destino della persona umana". Inoltre l´inseminazione e la fecondazione eterologa "ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l´uno attraverso l´altro".
10/06/2005
Deplorare l´antisemitismo e stabilire relazioni di stima con il popolo ebraico
CITTA´ DEL VATICANO, 9 giu (ats/ansa) Il Papa intende proseguire il cammino dei suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II nel deplorare l´antisemitismo e stabilire relazioni di stima con il popolo ebraico. Lo ha detto durante un´udienza a 25 esponenti dei tre rami dell´ebraismo mondiale, ricevuti nella sala dei Papi in Vaticano.
Benedetto XVI, che si è mostrato molto cordiale con i suoi ospiti, come essi hanno costatato con gioia, ha anche invitato a non dimenticare il passato di "persecuzioni e antisemitismo" e a condividere il patrimonio spirituale che accomuna ebrei e cristiani, per costruire "un futuro di pace in accordo con il disegno divino".
L´udienza con gli esponenti dell´Internationale Jewish Committee, che raggruppa i rami ortodosso, conservatore e riformista liberale dell´ebraismo mondiale, si è svolta in un clima caloroso. Il saluto iniziale è stato affidato al rabbino Israel Singer, presidente dell´International Jewish Committee, che ha rimarcato la "speranza" con cui la delegazione entrava nei palazzi vaticani, ha ricordato che tra tre giorni il mondo ebraico festeggia la ricorrenza della consegna delle tavole della Legge, che uniscono ebrei e cristiani, e ha osservato che "viviamo tempi fecondi nelle relazioni ebraico-cristiane". Il Papa ha risposto ricordando il cammino della Chiesa culminato nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate. "All´inizio del mio pontificato - ha detto - desidero assicurarvi che la Chiesa resta fermamente impegnata, nella catechesi e in ogni aspetto della sua vita, a praticare questo insegnamento decisivo". "È mia intenzione continuare questo cammino", ha poi detto citando l´opera di Paolo VI e Giovanni Paolo II contro l´antisemitismo e per migliorare le relazioni ebraico-cristiane.
Le parole del Papa agli esponenti dell´IJC sono state riprese con grande evidenza sulla prima pagina dell´Osservatore romano,a segnalare l´importanza attribuita in Vaticano all´incontro di oggi. Anche il mondo ebraico ha dato molta importanza e un giudizio favorevole dell´udienza con il Papa. Un "incontro cordialissimo" e davvero "significativo", visto che il primo incontro interreligioso del nuovo Papa è stato con una delegazione "che rappresenta l´ebraismo mondiale". Questo il commento del rabbino David Rosen, direttore internazionale per gli affari interreligiosi dell´American Jewish Commitee.
Il rabbino ha anche sottolineato come l´udienza sia stata "tutt´altro che formale" e come il Pontefice abbia salutato personalmente ogni ospite, scambiando una breve conversazione con ognuno. Una udienza davvero "calorosa", ha sottolineato il rabbino, in cui per il Papa "è stato davvero facile mostrarsi addirittura più caloroso del suo predecessore: il predecessore ha reso possibile e naturale questo calore, perchè ha fatto i passi da gigante necessari perchè oggi il Vaticano possa accettare che il Papa mostri questo calore".
Rosen ha anche condannato le critiche al presunto passato nazista del Papa ("spazzatura") e ha ribadito la posizione del mondo ebraico sulla beatificazione di Pio XII: "non è nostro compito dettare alla Chiesa cattolica chi sono i suoi santi, ma se la Chiesa dice che occorre rispetto reciproco, allora c´è ragione di aspettarsi che la Chiesa sia sensibile alla nostra posizione. Non diamo alcun giudizio sui fatti storici - ha precisato Rosen - perchè sono ancora sotto esame, però molti nel mondo ebraico vedrebbero nella beatificazione di Pio XII un atto di deliberata insensibilita"´.
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