16/10/2006

L’identità è multipla

intervista con Salvatore Veca

di Oscar Acciari

(da "la Regione", 13 novembre 2006) 



Il termine “identità” anima sempre di più il dibattito pubblico, ma è ormai piuttosto inflazionato. Per il filosofo Salvatore Veca una via per rendere meno vago l’impiego di questa parola è quella di connetterla al termine di riconoscimento. Perché sia generata identità per qualcuno, dobbiamo presupporre che vi sia, stabile nel tempo, una qualche cerchia di riconoscimento di quell’identità. Ma attenzione: l’identità dominante è ostile. Vi sono molteplici cerchie di riconoscimento da cui dipende l’identità. Sono pensieri questi raccolti nell’ultima opera di Veca “Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli). Il grande filosofo italiano condivide il pensiero di Amartya Sen, suo autorevole collega e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che sul tema ha pubblicato recentemente “Identità e violenza” nel quale ci raccomanda di considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità”, perché gli esseri umani sono multidimensionali”. Sen sostiene che “l’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari”. E aggiunge che “la violenza settaria è una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione." Insomma entrambi i filosofi hanno un’idea comune sul carattere non esclusivo di un tipo di identità rispetto ad altre. Cominciando dal senso dell’abitare, con la sua ultima opera Veca ci fornisce alcuni strumenti del mestiere di vivere che ci permettono di riflettere appunto “sulle cose della vita”, grandi o piccole che siano. E partendo proprio dal termine “identità” gli abbiamo chiesto di esprimersi su alcune cose della vita che ci investono quotidianamente attraverso i mezzi di comunicazione.

Professor Veca, dal 2001 si parla di scontro di civiltà tra il mondo musulmano e quello occidentale o cristiano. Tutto sembra ruotare attorno al concetto di identità. La nostra dimora, con realtà ben precise di cultura e di religione, è un contenitore di identità?

“Negli ultimi anni il termine “identità” ha affollato il dibattito pubblico attraverso i mezzi di informazione. Quando si usa questo termine, occorre esprimersi con una certa precisione. Come Amartya Sen ha sottolineato quella dell’identità può diventare una terribile trappola. L’idea di scontro di civiltà fu lanciata da Samuel Huntington nel 1993 su “Foreign Affaires”, secondo cui esistono civiltà che generano identità escludenti. Chiunque si identifichi in una delle civiltà, culture o forme di vita esaurisce la propria identità nell’appartenenza ad una forma di vita. Secondo me è molto difficile pensare che gli esseri umani possano concepire se stessi, orientarsi nel mondo, avere degli ideali, degli interessi senza una qualche identità. La condizione dell’identità viene prima rispetto alla definizione dei propri interessi. Il punto è che vi può essere una visione escludente e “claustrofiliaca” dell’identità che genera, come esito, il conflitto, quando si confronta con identità alternative. Ma non credo che dobbiamo accettare questo esito come inesorabile. Penso che una delle caratteristiche delle identità delle persone (ma anche dell’identità collettiva) sia quella di essere multipla. Ognuno può vivere la propria vita al centro di una varietà di cerchie di riconoscimento. Una persona può avere identità per una varietà di ruoli, in quanto donna, madre, medico, appartenente ad un ente umanitario, ecc… Dalle diverse cerchie di riconoscimento dipende una gerarchia delle identità che non la ingabbia e congela in una sola dominante che è ostile”.

Lei ha citato Amartya Sen, filosofo e Premio Nobel per l’economia nel 1998, che proprio recentemente ha pubblicato un’opera dal titolo “identità e violenza” nel quale dice sostanzialmente che sono molti i criteri attraverso i quali possiamo definire l’identità e che sbagliamo a focalizzare tutto sulla religione e sulla nazione. Lei, insomma, condivide questo pensiero…

“Esattamente. Io penso che sia fondamentale il carattere non esclusivo di un tipo di identificazione o di identità rispetto ad altre.”

Ma religione e nazione sono elementi che segnano maggiormente l’identità. Altre caratteristiche sembrano avere una forza inferiore per come si sono sedimentate nel tempo.

“Noi dobbiamo riconoscere la varietà e la pluralità delle fonti di identificazione. Ma c’è una sorta di gerarchia delle diverse forme di riconoscimento che può mutare. Nulla è immunizzato rispetto al tempo e alla metamorfosi. Non vedo perché debbano esserlo le nostre multiple identità”.

Non esiste un’identità cristallizzata nel tempo?

“Si possono presentare casi in cui si assiste ad una serie di circostanze che mira a fissare e a cristallizzare l’identità. Quelle sono le circostanze in cui è più probabile che si generi conflitto che cooperazione”.


 L’identità della Svizzera


Due recenti votazioni in Svizzera hanno messo dei chiari paletti nei confronti degli stranieri al di fuori dell’UE (con la quale la Confederazione ha sottoscritto degli accordi bilaterali) e nei confronti dei richiedenti l’asilo. La paura di perdita d’identità e la paura dello straniero sono dunque sempre presenti, anche nel legiferare. Come legge lei questo modo di tutelarsi dei cittadini del nostro Paese?

“Io credo che stiamo vivendo un periodo in cui possiamo cercare di dare senso a queste scelte nei termini di un principio di assicurazione contro il rischio o contro ciò che viene percepito come un disvalore. Noi oscilliamo tra un atteggiamento proprio della “curiositas” e un atteggiamento di richiesta di “securitas”. C’è un’ossessione securitaria in Svizzera e anche in altri paesi europei, in cui c’è una sorta di percezione di incertezza minacciosa associata allo straniero. Questo cospira a realizzare quella pericolosa cristallizzazione dell’identità. Io penso che bisognerebbe trovare un equilibrio tra una domanda di stabilità delle aspettative e la capacità di essere aperti e ospitali nei confronti soprattutto di chi chiede asilo".

Che pericolo corre la Svizzera, paese di lunga tradizione umanitaria?

“La Svizzera è confrontata con quella che io definisco la possibilità di un’esperienza di perdita e dissipazione del meglio. La Confederazione rischia di perdere ciò che è riuscita a realizzare nella propria storia. Questo è un caso in cui c’è un paradosso d’identità: i cittadini svizzeri per difendere la loro identità, la snaturano”.

Il Papa e l’Islam

Come legge lei le polemiche attorno a quanto asserito dal Papa all’Università di Ratisbona?

“Io tendo a considerare il discorso del 12 settembre all’Univeristà di Ratisbona a Regensburg come una comunicazione pubblica mancata. Il Papa, oltre che leader religioso, è capo di Stato. La singolare citazione su Maometto, ignota ai più, non può essere decifrata soltanto nel contesto di un seminario accademico o di workshop teologico, ma ribalza su tutti i media e può generare (senza giustificarle) reazioni veementi. Ciò comunque ci deve portare a riflettere sulle grandi differenze interne all’Islam, considerato che le reazioni sono state di diverso tipo. Quello che noi consideriamo un blocco unico ed omogeneo, in realtà è un insieme di prospettive e di valori differenti tra di loro. Dobbiamo renderci conto che con il termine Islam, noi intendiamo una varietà di prospettive, di posizioni, di credenze, di convinzioni e di interessi tra loro diversi e tra loro in conflitto.

Lei nella sua penultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene. Per questa ragione lei riteneva non giustificato l’intervento militare in Iraq, mentre giustificato quello in Afghanistan. Oggi, alla luce di tutto quello che abbiamo saputo, rimane della stessa opinione?

“Sì, continuo a credere che l’intervento in Afghanistan fosse opportuno e che, invece, non vi fossero risorse di legittimità per l’intervento Iraq. Il fatto che l’operazione in Afghanistan si stia rivelando una catastrofe, non vuol dire che non via sia giustificazione per l’intervento avvenuto alla fine del 2001, ma probabilmente vuol dire che le politiche basate esclusivamente sulla forza e sulle armi possono ridurre il male, ma se lasciate da sole, senza altri strumenti oltre a quello militare, possono ritorcersi contro chi le promuove. Penso che l’intervento dell’Onu in Libano sia un buon esempio di risorse di legittimità per l’uso della forza militare al di fuori dei confini”.

Lei dunque ritiene positivo l’impegno italiano in Libano e, in generale, quello dell’Onu?

“La scelta di una strategia multilaterale è un esempio da lodare. E’ chiaro che i compiti della missione sono molto difficili. Ma se dovesse avere un minimo di successo (come il ritiro israeliano o la fine delle azioni offensive hezbollah) nello stabilizzare la situazione, sarebbe un segnale davvero importante: gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un avvio multilaterale e, in seguito, da una drammatica rottura unilateralista dell’amministrazione Bush. Mi è parso, in questa vicenda, di poter cogliere il segnale di una certa tendenza a un possibile ritorno alla vocazione multilaterale. Non è ancora chiarissimo, ma sicuramente raccomandabile”.

Abbiamo veramente tutti gli strumenti per sapere dove abita il male?

“Questo è il grande problema che riguarda il tasso di informazione di cui disponiamo e degli enormi interessi in gioco nel modo con il quale veicolare l’informazione e generare certe reazioni. L’unico spiraglio che intravedo per risolvere questo problema è affidarsi a una pluralità di agenzie di informazioni, che è sempre meglio di un unico grande fratello. Può essere poco, ma rimane la “peggiore delle situazioni, salvo tutte le altre”- per utilizzare una battuta di Winston Churcill sulla democrazia”.

 La dimensione dell’eredità

Nella sua ultima opera “Le cose della vita” dopo una parte di investigazione filosofica, lei traccia dodici ritratti di maestri, colleghi filosofi e di alcune persone di cultura con le quali lei ha avuto modo di istaurare un rapporto di amicizia. Come nasce questa seconda parte?

“Nella prima parte cerco di fare delle prove di autoritratto che riguardano la condivisione del mestiere di vivere. Nella seconda parte propongo una ricognizione delle eredità senza fare però l’elogio del conformismo. Si tratta di tentativi di saggiare e di mettere alla prova alcune lezioni. La dimensione della ricerca alle nostre spalle mi sembra una cosa molto importante, spesso terribilmente sottovalutata. Cerco di comunicare al lettore quanto ci sia di esemplare
in quelle lezioni, senza dimenticare in che modo la mia vita si è intrecciata con quella di queste persone.”

04/04/2006

Lo schermo delle regole

 

Intervista con Aldo Grasso

 

di Oscar Acciari

Tratto da "laRegione", 3 aprile 2006

L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”. A sostenerlo è Aldo Grasso, docente di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano e critico del Corriere della Sera. Aldo Grasso pensa infatti che non sia mai bello far capo a degli organi di vigilanza, a delle authority che dettino le regole alle televisioni. In Italia però c’era un grande bisogno di regole per affrontare la campagna elettorale per le elezioni politiche che si terranno il 9 aprile, una campagna dai toni aspri e dallo scontro spesso fuori dalle righe. Per questa ragione Grasso riesce a cogliere degli aspetti positivi nelle nuove regole che disciplinano i confronti elettorali a livello televisivo. “Per lo meno- dice il critico radiotelevisivo- è stata sconfitta la logorrea italiana e ciò rappresenta sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”

Politica e Tivù


Professor Grasso, a causa del conflitto di interessi di  Silvio Berlusconi, da anni in Italia non si parla che di confronto politico al livello di mass media. C’è chi sostiene che oggi i media hanno meno potere rispetto al recente passato e che l’elettore alla fine non si lascia influenzare più di tanto, perché ha maturato una propria indipendenza, una propria convinzione politica. Lei che ne pensa?
“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”

Il nuovo modo di condurre i dibattiti, con un moderatore neutrale che conteggia soltanto il tempo e che non pone domande, lasciate a due giornalisti di due testate diverse, fa sì che la politica vinca sulla televisione o che semplicemente perda la tivù dal punto di vista dello spettacolo?


“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (Clemente Mimun, ndr) che di fatto fa il vigile urbano. E’ molto strano vedere dei giornalisti che pongono delle domande abbastanza innocue. Nonostante ciò ci sono dei segnali che invece sono rivoluzionari: alludo al fatto che i giornalisti debbano formulare delle domande in trenta secondi e che i politici debbano rispondere in due minuti e mezzo. La sconfitta della logorrea italiana è sicuramente un fatto sensazionale e straordinario che dà speranza per il futuro.”


Chi ha vinto il confronto Berlusconi-Prodi e come sarà il prossimo moderato da Bruno Vesta?
“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”
Come si è comportata secondo lei Lucia Annunziata nell’intervista con Berlusconi nel programma su Rai3 “Mezz’ora”?
“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

“Questo è uno degli argomenti più dibattuti dagli studiosi di politica e di media. E’ un azzardo affermare che cosa avviene in realtà. La prima impressione è che tutta la politica si giochi in televisione. Se noi analizziamo quello che è successo negli anni Novanta in tutto il mondo, scopriamo che la politica ha rappresentato se stessa nei modi delle televisione. La politica ha saputo corteggiare i generi principali della televisione, ha saputo entrare nella televisione non più come corpo estraneo, ma come soggetto a pieno titolo. L’impressione immediata è che tutto si giochi in tivù. Nel caso specifico dell’Italia, è avvenuto che il padrone di metà delle televisioni italiane nel 1994 è sceso in politica e ha conquistato l’altro 50% delle televisioni (e cioè la Rai). Berlusconi sembrerebbe quindi essere completamente nel regime televisivo. Poi scavando più a fondo, attraverso ricerche, scopriamo che questi grandi fuochi d’artificio non hanno degli effetti così sicuri sull’elettorato. Un esempio è rappresentato dalla Lega, che  raggiunse il suo massimo di consenso elettorale, quando non appariva in tivù, quando era osteggiata, rifiutata. Berlusconi vinse la prima volta quando non deteneva il controllo della Rai e possedeva soltanto (si fa per dire) Mediaset. Perse invece alle sue seconde elezioni, quando cioè il suo polo controllava anche la Rai. Poi vinse di nuovo quando stava all’opposizione. Il rapporto tra televisione e politica è complesso e non è di causa ed effetto immediato come comunemente si crede.”“Diciamo che hanno vinto le regole. E in questo momento c’era un grande bisogno che vincessero le regole. Perché altrimenti si corre il rischio che a vincere è colui che urla più forte, come in certi programmi televisivi. Certo è strano vedere il conteggio dei tempi, assistere a questo clima asettico, da gelateria. E’ molto strano vedere un direttore di un telegiornale (“Il primo confronto non l’ha vinto nessuno. Se vogliamo essere un po’ più analitici, l’ha perso Berlusconi. Nel senso che a metà dibattito ha perso il controllo della situazione, è “andato in confusione”. Gli stava stretta quella prigione in cui era capitato. Per il secondo confronto immagino che Berlusconi si farà trovare preparato, avrà fatto delle prove per questo tipo di interventi. Sarà più aggressivo e con a fianco Bruno Vespa si sentirà più nel proprio territorio e recupererà quel poco che ha perso nel primo confronto.”“E’ stato un programma che non mi è piaciuto per diverse ragioni. Innanzitutto per il comportamento di Berlusconi: un capo di governo non può usare certi toni, comportarsi in certe maniere. Ma ad essere sincero non mi è piaciuto neppure il modo con cui Lucia Annunziata ha posto le domande. Si vedeva chiaramente che cercava lo scontro, la provocazione. Ha pronunciato una frase molto infelice, riferendosi alla Rai (“”Qui a casa mia…”), ledendo l’essenza stessa del servizio pubblico, che è la casa di tutti. E’ stata proprio un’intervista che non mi è piaciuta…”

Tra tivù, seni e glutei


In un paese tradizionalista, cattolico e moralista come l’Italia, il fatto che alcuni giovani siano disposti a fare qualunque cosa pur di riuscire a lavorare in tivù, significa che la televisione ha sostituito Dio?
“No, significa che la televisione ha sostituito, molto più modestamente, l’ufficio anagrafe. Nel senso che in Italia si ha la sensazione che per essere certificati su questa Terra, per dimostrare di esistere, occorra apparire in televisione. Spesso essa ha anche sostituito l’ufficio di collocamento: ci sono infatti tantissimi giovani che non sanno che tipo di lavoro fare e che  ambiscono al cattivo modello di televisione, che mostra come si possa raggiungere, con facilità e semplicità, il successo e quindi i soldi, le belle donne, la bella vita. Di conseguenza la televisione è diventata qualcosa che occupa i sogni di molti giovani.”
Questa ossessione della tivù, dell’immagine e dell’apparire a tutti i costi, nasce da Berlusconi o ha altre radici?
“No, ha tutte altre radici. Berlusconi è uno che ha saputo cavalcare questa ossessione della televisione. Imputargli anche questa colpa, mi sembrerebbe molto sciocco. Quello che succede in Italia, accade in molti paesi. I fenomeni mi sembrano più o meno uguali dappertutto.”
Sì, ma non le pare che proporre in tutte le trasmissioni glutei e seni di ragazze, che non sembrano mostrare altre qualità, faccia apparire l’Italia come un paese che non si è evoluto molto negli ultimi anni?
“Sì, questa è una colpa del sistema televisivo italiano, fintamente concorrenziale e rimasto bloccato in altre pastoie. Il problema va ricercato sostanzialmente nella quantità. La televisione italiana dà l’impressione di “velinismo” totale, cioè che ogni programma abbia un senso soltanto se ci sono delle ragazze spogliate. Nelle televisioni di altri paesi trasmissioni di questo tipo sono bilanciate da altri programmi, di conseguenza l’impressione di fondo non è così pesante. Ma se dobbiamo parlare delle anomalie della tivù italiana, le posso dire che a me scandalizza di più il fatto che nel momento in cui la Rai, grazie a Bonolis, stava facendo una seria concorrenza a Mediaset, questa ha strapagato Bonolis per portarlo a casa propria e fargli fare un programma secondario, pur di eliminare quel poco di concorrenza che esisteva. Questo è il vero scandalo, la vera pochezza della televisione italiana. Il resto mi sembra soprattutto folclore.”
Lei condivide la riflessione di  Karl R. Popper in “Cattiva maestra televisione”, secondo la quale talvolta la censura sarebbe raccomandabile, ma siccome viviamo in liberaldemocrazie, essa non la si può attuare?
“Detta così, la cosa mi convince di più, rispetto ad altre interpretazioni. Le confesserò, infatti, che non amo molto quel libro. O meglio non amo l’interpretazione di quel libro, che è diventato un po’ il cavallo di battaglia di quelle persone che invece si sentono “buone maestre della televisione”. La televisione ha una sua “selvaggeria” di fondo, una sua “eversività” moderna che non possono essere contrastate certo con le buone intenzioni. Se il servizio pubblico facesse una televisione alternativa a quella commerciale, il discorso di Popper sarebbe quasi inutile. Il servizio pubblico dovrebbe avere un ruolo di bilanciamento. Invece ci troviamo in una situazione in cui talvolta la televisione pubblica fa un prodotto peggiore di quello della televisione commerciale. E allora invochiamo dei controlli, delle censure che sono sempre qualcosa di negativo nell’espressività e nel mondo della comunicazione. L’essere adulto del mondo della comunicazione dipende dalla sua capacità di “autoregolarsi”, senza dover far capo a delle authority, a delle vigilanze, a dei sistemi di controllo. Affidandoci ad essi diamo l’impressione di essere dei bambini che giocano con un giocattolo più grande di loro.”


Tra satira, informazione e illegalità


In Italia hanno grande successo le trasmissioni che fanno sorridere, anche se esse fra di loro sono molto diverse. Tutte però sembrano percorrere la strada dell’illegalità, proponendo spezzoni e fuori onda per i quali non vi sono autorizzazioni (“Blob” e “Striscia la notizia”). In Italia c’è qualche speranza di ripristinare la legalità a livello televisivo?
“E’ una bella domanda. Io personalmente è da parecchio tempo che segnalo questo problema, pur amando moltissimo una trasmissione come “Blob” che è un’invenzione. Mi rendo conto però che è un’invenzione totalmente illegale. Chi ha cercato di esportare all’estero il modello di Blob, ha capito che non avrebbe mai potuto fare un programma del genere, perché in qualsiasi paese prima bisogna chiedere il permesso per utilizzare degli spezzoni e poi, eventualmente, pagarne i diritti. E invece l’Italia, patria del diritto romano, sembra aver dimenticato delle norme elementari. Lo stesso discorso vale per “Striscia la Notizia”. Va detto, inoltre, che tutto ciò che riesce ad ottenere questa grande satira ed eversità è fare processare Vanna Marchi che comunque avrebbe dovuta essere processata dal primo pretore che un pomeriggio accende la televisione e vede quello che fa. Mi sembra che sia tutto un sistema "autoconsolatorio" e autogratificante. La nostra è una satira che fa il solletico.”
Qual è la trasmissione televisiva che la diverte di più?
“Le trasmissioni che mi divertono di più sono quelle casuali, non quelle che si propongono di far ridere. Io mi diverto abbastanza davanti alla televisione. Certo ci sono alcuni comici come Piero Chiambretti, Gene Gnocchi e Luciana Littizzetto che mi divertono parecchio.”
Ma qual è il vero genio?
“Non c’è dubbio, Fiorello.”
Non crede che Emilio fede e Michele Santoro, nella loro diversità, appartengano alla stessa cultura politica del fare televisione, che nasce da lontano, dalla lottizzazione partitica e che mostra come i giornalisti debbano avere rapporti con qualche formazione politica?
“Non c’è dubbio, anche se la cosa  può scandalizzare qualcuno. In effetti Michele Santoro ed Emilio Fede sono due facce della stessa ed identica medaglia. Ed è la medaglia dell’informazione televisiva italiana, che è il vero anello debole del sistema televisivo italiano. E da anni che continuo a ripeterlo. In altri paesi l’informazione ha sempre fatto da compensazione a programmi anche peggiori di quelli italiani, dando dignità alla televisione. Invece in Italia l’informazione ha sempre viaggiato a rimorchio della politica, è una sorta di megafono, di protesi che, a poco e a poco, si è mangiata la politica. Questa è la vera debolezza della televisione italiana.”

07/07/2005

Usa: Cia-Gate, giornalista nyt andrà in carcere


NEW YORK, 6 lug (ats/ansa) Judith Miller, la giornalista del New York Times andrà in carcere per non aver voluto rivelare la sua fonte nel caso Cia-gate.
Judith Miller, una delle grandi firme del ´Times´, è stata trasferita immediatamente in un carcere federale della zona di Washington dove resterà fino a quattro mesi se non accetterà di collaborare con la magistratura.

Mandarla in carcere "crea la possibilità concreta che accetti di testimoniare ha detto il giudice Thomas Hogan che ha preso la decisione.

Miller, che paradossalmente non aveva scritto una riga sul Cia-gate, ha abbracciato il suo avvocato ed è stata scortata fuori dalla Corte.

06/07/2005

Media: le famiglie svizzere spendono 3000 franchi all´anno, crescita soprattutto nell´elettronica

ZURIGO, 6 lug (ats) Le famiglie svizzere hanno speso l´anno scorso 10 miliardi di franchi per il consumo di mezzi di comunicazione. Il dato, che comprende anche l´acquisto di materiale e supporti elettronici come i computer o i DVD, si traduce in un consumo medio di 3000 franchi per famiglia.

In base ad uno studio - il primo del genere in Svizzera - presentato oggi a Zurigo dell´associazione degli editori "Stampa svizzera", per ogni franco speso dalle famiglie svizzere per i media, 24,7 centesimi sono serviti a finanziare i PC e internet, mentre 27,5 centesimi sono stati destinati alla televisione e alla radio.

La parte destinata alla carta stampata (sotto forma di abbonamenti e acquisti nelle edicole di giornali e periodici) è pari a 20,2 centesimi. Le quote rimanenti del cosiddetto "franco per i media" comprendono 15,5 centesimi destinati all´elettronica d´intrattenimento, 9,4 centesimi per i libri e 2,7 per il cinema.

Lo studio ha pure evidenziato che la spesa delle famiglie svizzere per i media è cresciuta nel 2004 del 3,5% rispetto all´anno precedente. L´incremento ha però riguardato quasi esclusivamente i media elettronici. L´associazione degli editori sottolinea in proposito che "soltanto per le concessioni e le reti via cavo, con i loro prezzi fissi, gli svizzeri spendono un quinto in più rispetto alla somma destinata ai media stampati".

Realizzato partendo da una ventina di fonti statistiche settoriali già esistenti, lo studio sarà ripetuto di anno in anno. Stampa svizzera intende in tal modo fornire una "base di riferimento" per le discussioni sulla politica dei media.

28/06/2005

Usa: giornalisti a rischio, corte suprema non li tutela


WASHINGTON, 27 giu (ats/ansa) Nell´anno in cui l´America ha finalmente scoperto l´identità di ´gola profondà, la fonte anonima del Watergate che permise ai giornalisti del Washington Post di far cadere il presidente Richard Nixon, dalla Corte Suprema arriva un monito alla stampa: non aspettatevi tutele speciali, nell´epoca della guerra al terrorismo il governo ha il diritto di far cadere le barriere del segreto professionale.
Nel suo ultimo giorno di attività prima della pausa estiva, i giudici di Washington hanno respinto l´appello di due giornalisti, Judith Miller, del New York Times, e Matthew Cooper, del settimanale Time, che si sono rifiutati di rivelare le loro fonti nell´ambito dell´inchiesta sul cosidetto ´Cia-Gatè, la fuga di notizie probabilmente dalla Casa Bianca sull´identità di un agente sotto copertura della Cia.

Miller e Cooper, appoggiati da tutte le principali organizzazioni dei media americane e da 34 Stati degli Usa che chiedono chiarezza su questa materia, avevano chiesto alla Corte Suprema di tornare a pronunciarsi sul tema del segreto professionale dei giornalisti per la prima volta da più di 30 anni.

L´ultima volta in cui il massimo organo giudiziario aveva espresso il proprio parere in materia era stato nel 1972, l´anno in cui era cominciato lo scandalo del Watergate. In quell´occasione, a un cronista del Kentucky era stato ordinato di rivelare le proprie fonti riguardo a un´inchiesta su narcotrafficanti, perché c´era un interesse superiore dello Stato e la circostanza non violava il Primo emendamento alla Costituzione, cioè la tutela della libertà di stampa.

La Corte di Washington ha deciso di non aver niente da precisare su questa materia e ha chiuso la porta in faccia alla Miller, a Cooper e alla coalizione dei media che cercava tutele nei confronti del governo. "Informazioni importanti - avevano scritto gli avvocati degli organi d´informazione, nel loro parere comune per i giudici - andranno perdute per il pubblico se i giornalisti non possono promettere con certezza l´anonimato alle loro fonti".

Miller e Cooper rischiano ora fino a 18 anni di prigione, se non diranno tutto ciò che sanno a un grand jury federale di fronte al quale li ha citati il procuratore federale Patrick Fitzgerald, il magistrato che con l´Fbi sta indagando sulla fuga di notizie che bruciò l´identità segreta di Valerie Plame, la moglie dell´ex ambasciatore Joseph Wilson, un diplomatico molto critico nei confronti della Casa Bianca riguardo alla guerra in Iraq.

La Plame era un´analista della Cia e la violazione della sua identità è un reato federale. Secondo le ipotesi investigative, qualcuno nell´amministrazione Bush avrebbe deciso di colpire la Plame per vendicarsi delle posizioni di Wilson, poi diventato un consigliere nella campagna elettorale del senatore democratico John Kerry.

Fitzgerald e l´Fbi sembrano non essere stati in grado di individuare la ´talpà e si apprestano a chiudere l´inchiesta, ma l´unico capitolo aperto - come il procuratore ha spiegato alla Corte Suprema - riguarda la posizione dei due reporter. Cooper riportò l´identità della Plame, mentre la Miller raccolse informazioni, ma non scrisse una riga sulla vicenda. Più che sulla fuga di notizie, ormai in gran parte svuotata di significato, l´inchiesta ha finito per diventare un test sul Primo emendamento e un braccio di ferro tra i media e il governo federale in tema di libertà d´informazione.

Il tutto proprio nei mesi in cui si è scoperto che il numero due dell´Fbi nei primi anni Settanta, Mark Felt, era stato la fonte segreta che aveva permesso a Bob Woodward e Carl Bernstein di svelare gli intrighi della Casa Bianca di Nixon. I due giornalisti hanno mantenuto il segreto sulla fonte per oltre 30 anni, fino a quando è stato lo stesso Felt a farsi avanti.

24/06/2005

Polemica sul web: violato il segreto militare? Oscurata la Casa Bianca, non Villa Certosa

Dal Corriere della Sera, 24 giugno 2005


Luca Gelmini


Scoppia la polemica sul web: violato il segreto militare? Oscurata la Casa Bianca, non Villa Certos. Le Mappe di Google proteggono gli obiettivi sensibili americani ma non quelli di altri Paesi. E infatti da Palazzo Chigi alla villa del premier.
L'occhio è indiscreto ma non si può dire che sia totalmente democratico. Per Google, per esempio, Stati Uniti e Italia pari non sono. Almeno quando si tratta di proteggere obiettivi sensibili, quali palazzi della politica, stazioni ferroviarie o installazioni militari.

WHITE HOUSE NASCOSTA - Sta facendo discutere sul web l'ambiziosa e, va detto, di sicuro impatto nuova sezione del motore di ricerca che è stata denominata «maps» ( www.maps.google.com). Quel grande cannocchiale che consente di vedere immagini digitali dal satellite di ogni più sperduto angolo del pianeta. O quasi. Già perché nel servizio messo online da Google a un certo punto scatta la censura. La Casa Bianca o il Campidoglio a Washington appaiono infatti oscurati - nel gergo l'immagine è patchata – per ragioni di sicurezza nazionale. Ragioni che però non valgono per tutti gli altri edifici del potere delle altre Nazioni che non siano gli Usa, ovviamente. Rimanendo all'Italia, si possono facilmente rintracciare - a colpi di zoom - Montecitorio o Palazzo Chigi (sede rispettivamente del Parlamento o del governo), così come il Quirinale, la dimora del capo dello Stato.

LA CERTOSA SVELATA - Persino i luoghi ritenuti più top secret vengano svelati dall'occhio digitale. Che fotografa pure la villa del premier Berlusconi a Punta Lada, in Sardegna, dichiarata lo scorso dicembre dal Consiglio dei ministri «sede alternativa di massima sicurezza per l'incolumità del presidente del Consiglio e dei suoi famigliari, dei suoi collaboratori e per la continuità dell'azione di governo». Insomma la White House no e Villa Certosa sì.
ALL'ESTERO - E fuori dall'Italia vale la stessa regola. Google porta i navigatori sul recinto del Cremlino a Mosca o sul Palazzo dell'Eliseo a Parigi, sede della presidenza della repubblica, ma anche al numero 10 di Downing street, a Londra, la residenza ufficiale del primo ministro inglese o nel Palazzo della Zarzuela, nelle vicinanze di Madrid, dove è di stanza il re di Spagna.
IL CASO - Da qui le polemiche. Su diversi blog di casa nostra si fa notare come le mappe di Google rendano possibile vedere zone particolari del nostro territorio che l'Atlante Italiano del Ministero dell'Ambiente, servizio cartografico ufficiale online disponibile già da mesi, non mostra. Una verifica effettuata da alcuni bloggers ha evidenziato come la Caserma De Gennaro di Forlì risulti visibile dalle mappe digitali e invece oscurata nelle carte ufficiali di Atlante Italiano. Non solo. Per fare altri esempi, online si ha la completa visione dell'intera area della Caserma Vincenzo Monti a Milano o della base militare di Aviano con un livello di dettaglio incredibile. Che il comportamento di Google si configuri come una violazione della normativa italiana sul segreto militare, che vieta espressamente la riproduzione di obiettivi sensibili e militari, comprese le foto aeree? E' vero, non si tratta di immagini in tempo reale, quindi in alcuni casi le dislocazioni di eventuali mezzi militari, risalgono a diverso tempo fa, ma l'interrogativo, in Rete, rimbalza.

Luca Gelmini

22/06/2005

CF: i neocastellani potranno votare per Internet


BERNA, 22 giu (ats) Circa 2000 cittadini neocastellani potranno esprimersi via Internet sull´estensione della libera circolazione delle persone, in occasione della votazione federale del 25 settembre prossimo. Dopo Ginevra, il Consiglio federale ha accolto oggi una richiesta in questo senso del Cantone di Neuchâtel.
Il cantone collabora sin dall´inizio al progetto "Voto elettronico" della Cancelleria federale. La prova permetterà di testare in condizioni reali il sistema originale messo a punto a Neuchâtel, dove il voto elettronico è proposto quale prestazione del "Guichet Unique" (sportello unico) aperto agli abitanti del Cantone dal 5 maggio 2005.

Contrariamente alle sperimentazioni realizzate nel Cantone di Ginevra dal settembre 2004, il progetto neocastellano non sarà limitato a un certo numero di comuni, bensì ai primi 2000 elettori che si iscriveranno al "Guichet Unique". Per esercitare il loro diritto di voto, quest´ultimi riceveranno, oltre al certificato di legittimazione, anche una parola chiave.

Il Consiglio federale ha ora definito le condizioni legali e organizzative del test. Esse si applicheranno sia alla votazione federale che agli eventuali scrutini cantonali e comunali che si svolgeranno alla stessa data. Il sistema neocastellano è già stato messo alla prova a più riprese per votazioni fittizie in seno all´amministrazione cantonale e comunale.

I risultati positivi di queste prove hanno ora convinto i responsabili a compiere un ulteriore passo. L´autorizzazione di test su oggetti federali rientra nella strategia del Consiglio federale volta ad accertare e a valutare la fattibilità del voto elettronico tramite Internet.

08/06/2005

Violazione del segreto militare

SCHWARZENBURG (BE), 7 giu (ats) Sei mesi di detenzione con la condizionale. Questa la pena inflitta dal Tribunale d´appello militare a un giornalista del "SonntagsBlick", responsabile della pubblicazione, il 6 luglio 2003, di un servizio su una base sotterranea dell´aeronautica militare a Buochs, nel canton Nidvaldo.
Il Tribunale ha giudicato che l´uomo abbia coscientemente violato il segreto militare, ha dichiarato questa sera Martin Immenhauser, portavoce l´Ufficio dell´uditore in capo dell´esercito, senza fornire ulteriori informazioni.

In prima istanza, nel dicembre 2004, l´imputato era stato condannato dal Tribunale militare 6 a dieci giorni di detenzione con la condizionale. Nell´articolo pubblicato, il giornalista aveva tra l´altro dato precise indicazioni relative a depositi di munizioni. Sia il giornalista che l´ufficio dell´uditore in capo dell´esercito avevano fatto ricorso.

Nel corso del processo in seconda istanza, tenutosi dal 2 al 7 giugno a porte chiuse, l´accusa ha chiesto nuovamente una pena detentiva di 45 giorni, mentre il giornalista ha sostenuto l´assoluzione.

18/05/2005

Il prestigio dei media, il caso Newsweek

Guantanamo: Corano; adesso anche Newsweek nella latrina
Punto 1 (di Cristiano Del Riccio, ansa)
WASHINGTON, 17 MAG (ats/ansa) Una copia del settimanale Newsweek in una latrina. L´immagine, pubblicata oggi sulla prima pagina del quotidiano ´New York Post´, sintetizza in modo efficace la perdita di prestigio subita da Newsweek per la falsa notizia, ritrattata dopo qualche esitazione, di una copia del Corano profanata in una toilette a Guantanamo e la ferocia del dibattito esploso sui media americani sulla legittimità dell´uso di fonti anonime.

Il Dipartimento di Stato ha inviato un messaggio a tutte le sue ambasciate nel mondo chiedendo di sottolineare con i governi ed i media locali la ritrattazione di Newsweek, ritrattazione definita "un buon passo iniziale" dalla Casa Bianca che ha sparato a zero nei giorni scorsi sul settimanale ("Hanno danneggiato la nostra immagine nel mondo. Hanno causato la perdita di vite umane").

Il Pentagono ha spiegato oggi, tramite il portavoce Lawrence Dirita, che in passato l´episodio del ´Corano nella latrina´ non era mai stato oggetto di indagine interna perchè ritenuto ´non credibilè. Ma adesso, dopo il clamore suscitato dall´articolo di Newsweek, i militari hanno deciso di aprire una indagine, pur continuando a non ritenere credibile l´accusa.

Sul New York Times è emerso oggi il testo di un memorandum diffuso due anni fa dal Pentagono a Guantanamo con dettagliate istruzioni su come maneggiare le copie del Corano, in modo da non urtare la sensibilità religiosa dei detenuti (evitando ad esempio che il testo sacro potesse finire in zone giudicate improprie come "il pavimento, le latrine e i lavandini, vicino ai piedi, in aree sporche o umide").

Il breve articolo di Newsweek sulla profanazione del Corano durante gli interrogatori dei detenuti islamici a Guantanamo (confermata da una inchiesta interna del Pentagono, secondo una fonte anonima usata dal giornale) aveva sollevato indignazione e manifestazioni violente in alcuni paesi islamici, causando la morte di almeno una quindicina di persone in Afghanistan. Il giornalista Michael Isikoff, autore del breve articolo e garante per la fonte anonima citata, avrebbe offerto le dimissioni al settimanale (secondo il sito Internet ´Drudge Report´) ma sarebbero state rifiutate.

Isikoff è uno stimato reporter investigativo autore tra l´altro dello scoop sulle relazioni intime tra Bill Clinton e Monica Lewinsky. Oltre che dalla Casa Bianca, dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato, il settimanale è stato criticato anche dai media americani per la lentezza della sua retromarcia avvenuta in due tempi, prima ammettendo che la fonte anonima ´fidatà aveva cambiato la sua versione e quindi diramando una ritrattazione formale della storia.

Il capo dell´ufficio di Washington di Newsweek, Daniel Klaidman, ha detto che non saranno prese iniziative contro Isikoff. "È stato un errore fatto in buona fede - ha spiegato Klaidman in una raffica di interviste televisive - stiamo continuando a studiare cosa è accaduto perchè vogliamo imparare il più possibile da questo errore e prendere tutte le misure possibili perchè questo non possa ripetersi in futuro".

La vicenda ha scatenato sui media americani un acceso dibattito sulla legittimità dell´uso di fonti anonime animato anche da recenti sondaggi che mostrano una flessione progressiva della fiducia dei lettori (solo il 17 per cento degli americani ha detto di credere a ´gran partè di quello che scrivono i loro giornali preferiti).

Il New York Times ha invitato di recente i suoi giornalisti a limitare più possibile l´uso di fonti anonime. Il Los Angeles Times ritiene che debbano essere usate solo come ´risorsa estremà. Il Wall Street Journal scoraggia l´uso delle fonti anonime ma non lo proibisce. Il quotidiano Usa Today ha messo al bando l´uso di fonti anonime consentendo eccezioni solo in circostanze eccezionali. La radice del problema è che in molti casi, come nelle vicende di sicurezza nazionale o di illegalità finanziarie, per i giornalisti l´unico modo per ottenere informazioni è quello di ricorrere a fonti anonime, nota oggi il Wall Street Journal in un articolo dedicato al problema.

"Come è possibile raccontare ciò che accade a Washington senza usare fonti anonime?", chiede Tom Bowman, uno specialista in questioni militari del Baltimore Sun. Un nome prestigioso del giornalismo americano come Bob Woodward (uno dei due reporters del Watergate) sostiene a sua volta che "occorre fare un uso ancora maggiore delle fonti anonime" se si vuole squarciare il velo di segretezza delle vicende governative. Proprio Woodward fu guidato nella sua famosa indagine giornalistica dalla più famosa fonte anonima della storia del giornalismo, quel ´Deep Throat´ (Gola Profonda) diventato il simbolo stesso di questo modo di fare informazione (la cui identità è ancora oggi misteriosa).

SSR e futuro si Swissinfo

COMUNICATO STAMPA

L’Associazione Ticinese dei Giornalisti (ATG) deplora la decisione di Armin Walpen, direttore generale della SRG SSR Idée Suisse, che ha imposto al portale Swissinfo di stralciare dal proprio sito il dossier sul progetto di smantellamento della piattaforma.

L’ATG giudica pretestuosi e ingiustificati gli argomenti utilizzati a questo scopo, secondo i quali il dossier «pregiudicava gli interessi della SSR». Pretestuosi perché nascondono l’evidente imbarazzo della Direzione generale e ingiustificati perché il dossier rispettava appieno i parametri deontologici dell’informazione, con la presentazione della posizione di tutte le parti. Il dossier, inoltre, non conteneva alcun elemento diffamatorio.

L’ATG giudica grave la decisione di Armin Walpen perché va considerata una vera e propria censura priva di fondamento che colpisce non solo l’attività dei colleghi di Swissinfo, ma anche e soprattutto la libertà d’informazione. Tanto più grave che tale censura giunga dal massimo dirigente di un ente pubblico che ha come mandato il più ampio e democratico pluralismo dell’informazione.


p. il Comitato ATG
Aldo Bertagni