23/02/2007
Le casse vuote del Welfare
Secondo il professor Maurizio Ferrera non ci sarà alcun ridimensionamento della sanità elvetica se il popolo svizzero deciderà a favore di una cassa malati unica. Dove va il welfare europeo? La direzione di marcia principale è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro e alle dinamiche della globalizzazione.
di Oscar Acciari da "laRegione Ticino", 23 febbraio 2007
Se l’11 marzo i cittadini svizzeri approveranno l’istituzione della cassa malati unica, non dovranno attendersi alcun ridimensionamento della qualità della sanità elvetica. Il professor Maurizio Ferrera non ha dubbi sull’eventuale passaggio della sanità del nostro Paese a un modello universalistico. E proprio sul nostro modello di welfare, in un’intervista pubblicata dal nostro giornale il 14 settembre 2004, affermò che “Rispetto agli altri paesi europei, il caso svizzero spicca per il ritardo con il quale ha introdotto l’obbligatorietà di copertura assicurativa nell’ambito sanitario. Il settore sanitario oggi è ancora un’anomalia, perché organizzato in forma privatistica e meno ispirato a principi di copertura universale e di accesso equo. Il punto di forza del modello svizzero è il sistema pensionistico, che è “misto”, con una copertura di base (AVS), alla quale si aggiunge una copertura integrativa di carattere professionale.” Ma perché il professor Ferrera definiva anomalo il sistema Svizzero? Perché “In nessun paese europeo si pagano i premi per la copertura sanitaria. La sanità è finanziata attraverso le imposte o tramite i contributi sociali, che non dipendono dal profilo di rischio individuale.” Ma al di là delle peculiarità svizzere, l’incontro con Ferrera ci fornisce l’occasione per capire in che direzione sta andando il welfare in Europa e con quale difficoltà si sta confrontando in una società che è notevolmente cambiata rispetto a quando furono fissati i primi importanti principi di protezione sociale.
Professor Ferrera, in che direzione va il Welfare europeo? Mira a rendere i sistemi nazionali più compatibili o, addirittura, omogenei?
“La direzione di marcia principale del welfare europeo è quella di modificare i sistemi dei singoli paesi per rispondere a due grandi ordini di problemi: uno è di natura interna e riguarda l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni della famiglia e del mercato del lavoro. Il secondo aspetto riguarda invece l’integrazione europea e, più in generale, le dinamiche della globalizzazione. Queste due problematiche esercitano delle pressioni sui vecchi schemi e stimolano tutti i governi europei ad introdurre delle riforme che adattino i vecchi schemi alla nuova struttura dei bisogni e alle nuove logiche di funzionamento dell’economia. Si tratta di una tendenza generale che interessa tutti i modelli europei di welfare. Naturalmente ciascun modello nazionale reagisce alle pressioni di adattamento, in base a quello che già esiste, alle proprie tradizioni istituzionali e organizzative. Insomma, le riforme sono originate da problemi simili, ma le risposte dipendono anche dalle eredità istituzionali di ciascun paese.
Rispetto al passato è cambiata notevolmente l’entità dei tassi di crescita economica. Inoltre, più frequentemente rispetto al passato, periodi di andamento congiunturale positivo si alternano a periodi di contrazione economica. Come si possono pianificare le risorse a beneficio del welfare in un contesto simile?
“La grande sfida della riforma del welfare in Europa è riuscire a mantenere un buon livello di protezione sociale rispetto ai nuovi (ma anche ad alcuni vecchi) bisogni, considerando la compatibilità della globalizzazione e dell’integrazione economica. La formula vincente del modello sociale europeo, fin dalle sue origini e cioè dalla prima metà del Novecento, è stata quella che ci ha permesso di conciliare le ragioni dell’efficienza, della competitività e dalla crescita economica con quelle della giustizia sociale, della protezione e della solidarietà. Grazie ai programmi di welfare si riusciva a stabilizzare il funzionamento dell’economia e a ridistribuire, più o meno equamente, i suoi frutti attraverso la protezione sociale. La sfida di oggi è modernizzare il welfare, rilanciando questo circolo virtuoso con una base finanziaria adeguata. Se la torta non c’è, ovviamente non si possono spartire le fette.”
Appunto, ma oggi ci sono le condizioni economiche?
“Il rallentamento generalizzato nei tassi di crescita è connesso con una modificazione strutturale dell’economia europea, che non è più di carattere industriale con forti incrementi di produttività. In Europa assistiamo ad un’economia postindustriale, basata sui servizi, in cui la produttività tende a crescere più lentamente. Non dobbiamo stupirci se i tassi di crescita del PIL dei paesi dell’UE non sono più quelli dell’epoca d’oro dell’economia europea. Tassi di crescita più bassi, che dipendono da fattori strutturali, implicano una riflessione su quei meccanismi di forte crescita delle spese sociali e sugli ampi margini per operazioni di ridistribuzione che sono stati possibili dalla fine della seconda guerra mondiale alla crisi degli anni Settanta. La sfida è ovvia: bisogna cercare di recuperare un po’ di flessibilità nella gestione dei grandi programmi di spesa (soprattutto nell’ambito delle pensioni e della sanità). Forse soprattutto in alcuni paesi si sono fatte delle promesse un po’ troppo generose, dando per scontato la crescita economica. Oggi sappiamo che non è così e che si possono creare dei seri squilibri. Bisogna rivisitare quelle promesse un po’ troppo generose e, soprattutto, troppo rigide. Occorre rendere i sistemi di welfare diversamente protettivi (e non per questo meno protettivi), considerando i rischi di oggi e non quelli di ieri.”
Il costo dell’anzianità
Il grande dibattito in altri paesi non è tanto sui costi sanitari, come da noi in Svizzera, ma sul finanziamento delle pensioni. Il sistema svizzero dei tre pilastri ha dimostrato di essere vincente al punto che è stato preso come modello da altri paesi…
“Attualmente il sistema misto di finanziamento delle pensioni varia da paese a paese, ma si può sicuramente affermare che la strutturazione in tre pilastri è il futuro dei sistemi pensionistici europei. Non a caso paesi come Spagna e Italia, che non avevano questa struttura, si stanno affrettando a realizzarla. Un sistema a tre pilastri è meglio equipaggiato per assorbire rischi e opportunità legati alle dinamiche demografiche, alla crescita economica, all’andamento dei mercati finanziari, da cui dipendono criticamente la sostenibilità dei sistemi pensionistici e la loro adeguatezza dal profilo dell’ammontare delle prestazioni. Il modello svizzero era considerato un po’ deviante fino a due decenni fa. C’erano pochi paesi con un sistema pensionistico come il vostro. Oggi è diventato un modello. L’Unione Europea sta spingendo affinché i sistemi pensionistici si riorganizzino verso il modello dei tre pilastri (con una copertura di base garantita, una integrativa di carattere professionale e una privata). E’ possibile che tra alcuni anni il secondo pilastro dei diversi paesi venga uniformato e che nascano dei fondi pensione che possono fornire prestazioni a lavoratori provenienti da paesi diversi.”
Ma lei è d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile?
“Ciascun paese ha una normativa sull’età pensionabile. Dove essa è bassa (come in Italia) è ovvio che bisogna innalzarla. Quando i sistemi pensionistici furono introdotti, nella prima metà del Novecento, la speranza di vita era molto più bassa di oggi. Nel 1950 in Italia l’età di pensionamento era fissata a 65 anni e la speranza di vita di una persona di sesso maschile era 66 anni. Oggi la pensione scatta a 60 anni (in alcuni casi di anzianità di servizio anche a 57), mentre la speranza di vita è salita a 79 anni. Si è creato un lungo periodo in cui ci si ritira dal lavoro e si vive grazie al sussidio pensionistico. E più aumenta la durata del pensionamento, più l’onere contributivo tende a crescere. Non possiamo pensare ad economie, in cui la durata del pensionamento sia più lunga della durata di permanenza nel mercato del lavoro.”
In tutti i paesi europei sta avvenendo l’equiparazione dell’età di pensionamento tra uomini e donne …
“Il diritto comunitario prevede la parità anche in questo ambito. La stragrande maggioranza dei paesi europei ha parificato l’età di pensionamento. La differenziazione è in contrasto con il diritto comunitario e con gli orientamenti della strategia di Lisbona. Tra i diversi paesi europei soltanto Polonia, Slovacchia e Italia non hanno ancora deciso di procedere alla parificazione dell’età di pensionamento. Altri paesi come il Belgio e l’Austria sono andati nella direzione di una parificazione con una tabella di marcia su alcuni decenni.”
Le nuove realtà
Nel nuovo modello di welfare vanno considerate le coppie di fatto?
Sì, in questo ambito la riflessione riguarda i diritti civili, ma anche il funzionamento della famiglia. Per quanto riguarda il primo aspetto, credo che sia iniquo, nei confronti di chi decide di non sposarsi, negare il diritto di vedersi riconosciuta una convivenza e i diritti derivati (in termini di reversibilità della pensione, di diritti alla successione, ecc…). Inoltre, bisogna considerare il fatto che le unioni di fatto tendono ormai ed essere il modo attraverso il quale i giovani escono dalla famiglia. Le nuove generazioni esitano a formare unioni forti, nel senso tradizionale, e tendono ad unirsi prima attraverso la convivenza e a sposarsi dopo il primo figlio. Dove succede questo, c’è una transizione all’età adulta più dolce e più precoce nel tempo. Essa avviene già a partire dai 18/20 anni. Nei paesi in cui questo invece non accade (come in Italia ed in altri paesi dell’Europa meridionale), il distacco dalla famiglia originaria avviene molto tardi, dopo i trent’anni, in alcuni casi verso i quarant’anni. Tutto ciò crea dei problemi dal punto di vista sociale, perché ha effetti negativi sulla fertilità, sulla demografia, sulla mobilità e sulle dinamiche di funzionamento del mercato del lavoro.”
Ma questo fenomeno non è legato piuttosto alla disponibilità finanziaria dei giovani che in alcuni paesi è decisamente inferiore rispetto ad altri?
“Quello che dice lei è vero soltanto in parte. Quando i giovani escono da casa, devono essere pronti ad una diminuzione del tenore di vita, rispetto a quando vivevano nella loro famiglia di origine. All’università ho chiesto ad alcuni studenti di indicare il tenore di vita necessario per lasciare i genitori. Hanno risposto tra i 1'500 e i 2000 mila euro a testa. E’ un’aspettativa esagerata per compiere il primo passa verso l’indipendenza…”
La Svizzera e la sanità
L’11 marzo in Svizzera si voterà per l’istituzione di una cassa malati unica. I cittadini elvetici si trovano confrontati con il continuo incremento dei premi degli assicuratori malattia e con la preoccupazione dell’eventuale ridimensionamento del sistema sanitario, ritenuto oggi qualitativo. Optando per un sistema universalistico, si corre il rischio di un peggioramento della qualità e della tempestività delle cure?
“Non credo assolutamente che in Svizzera l’istituzione di una cassa malati unica abbia implicazioni negative sui livelli qualitativi della sanità. Paesi come la Svezia, la Danimarca hanno un sistema universalistico, finanziano la sanità attraverso le imposte, ma hanno un sistema altamente qualitativo. Si può comunque rispondere ad aspettative più elevate (penso soprattutto al comfort maggiore offerto da alcune strutture ospedaliere) attraverso un contributo aggiuntivo privato (assicurazione complementare). Il passaggio da un sistema di casse malati, frammentate e finanziate attraverso premi, a una cassa federale unica, finanziata attraverso contributi o imposte, non avrà come conseguenza quella di far scendere il livello qualitativo della sanità svizzera. Ci sono molti strumenti e accorgimenti che possono permettere di gestire questo passaggio senza compromessi sul piano della qualità della sanità. Lo dimostrano importanti studi europei.”
Ma non è che poi si creano lunghe liste d’attesa? In Svizzera si temono realtà come quelle che mostrano spesso i telegiornali italiani…
“Il tema delle liste di attesa è sempre stato molto dibattuto in Inghilterra, paese pioniere del servizio sanitario negli anni Cinquanta e Sessanta. Le notizie dei telegiornali italiani riguardano regioni, in cui la sanità funziona meno bene, perché confrontate con dei deficit di infrastrutture e di organizzazione difficilmente colmabili nel tempo. Ma nelle città medie del Nord d’Italia la sanità funziona bene anche per quanto riguarda i tempi di attesa. Vi sono diverse opzioni per non dover far capo a strutture congestionate da pazienti. E’ vero che, in termini di tempestività delle cure, la Svizzera batte ogni record, ma le assicuro che il problema dei tempi di attesa non è legato alle modalità di finanziamento della sanità.”
Ma allora perché in Svizzera persiste un sistema sanitario finanziato attraverso i premi?
"Non ho studiato a fondo il sistema elvetico, mentre conosco molto bene il sistema sanitario americano, che è simile a quello elvetico. Posso affermare con certezza che la ragione per la quale negli Stati Uniti non si è sviluppato un sistema sanitario pubblico obbligatorio, basato su un finanziamento di carattere contributivo o fiscale, è per il potere di veto esercitato dalle compagnie di assicurazione e della professione medica. Se nel dibattito pubblico svizzero vi sono delle voci che imputano la responsabilità dell’incremento dei premi agli assicuratori malattia, io credo che l’onere della prova, nel confutare queste tesi, sia proprio a carico delle casse malati.”
La scheda
Chi è Maurizio Ferrera
Il Professor Maurizio Ferrera è nato a Napoli nel 1955. E’ professore ordinario di Politiche Sociali e del Lavoro presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Teoria e Politiche dello Stato Sociale nell'ambito del corso di laurea magistrale in Scienze del Lavoro e Politiche del Welfare al Master Europeo in Scienze del Lavoro. Dal 1985 al 2003 ha tenuto il corso di Scienza dell'Amministrazione all'Università di Pavia. E' stato inoltre visiting professor all'Università di California, Berkeley, alla London School of Economics and Political Science (LSE), al Juan March Institute di Madrid e all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.
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Collaboratore de “Il Corriere della Sera”, è vice-direttore del Centro Studi e Ricerche di Politica Comparata (POLEIS) dell'Università Bocconi di Milano. Dal 2004 dirige l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea (URGE). E' membro del comitato scientifico di numerose riviste fra cui il “Journal of European Social Policy” e “Rivista Italiana di Scienza Politica”. Tra le sue molteplici cariche è presidente della Graduate School in Social, Economic and Political Sciences, dell'Università di Milano, e membro dell'Executive Committee dell'European Consortium for Political Research (ECPR) e del Research Council dell'Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze.
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I campi di ricerca principali del professor Ferrera sono le politiche pubbliche in prospettiva comparata, con particolare attenzione allo sviluppo, alla crisi e alle prospettive del welfare state nei paesi occidentali.
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05/12/2006
I passi per le città
Perché e come ha senso pedonalizzare i centri storici delle città. Intervista con Patrizia Malgieri, docente di economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano
di Oscar Acciari "laRegione", 5 dicembre 2006
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L’architettura dei moderni centri commerciali è sempre più simile a quella dei centri storici delle città europee. Sono pedonali e contemplano luoghi di incontro e di socializzazione. Hanno piazze e viuzze. Sono dei veri e propri “village” che danno valore aggiunto alle attività commerciali presenti. Mentre chi concepisce i nuovi villaggi degli acquisti non ha dubbi sul fatto che le auto debbano trovare spazio all’esterno in appositi parcheggi, lasciando ai pedoni la massima possibilità di fruire delle aree commerciali, nelle città ticinesi ci si interroga sull’opportunità di pedonalizzare piazze e centri storici. I commercianti spesso temono che la pedonalizzazione porti ad un’inevitabile diminuzione della cifra d’affari per l’impossibilità, da parte del cliente, di raggiungere il luogo degli acquisti con l’automobile.
Ha sempre senso pedonalizzare un centro storico e quali criteri bisogna considerare nel rendere pedonali alcune aree delle città? Sono questi alcuni dei questi posti a Patrizia Malgieri, docente di Pianificazione dell’economia dei trasporti al politecnico di Milano e ricercatrice presso TRT Trasporti e Territorio, società indipendente di pianificazione e ricerca che ha ricevuto importanti mandati dall’Unione Europea. E a proposito dell’impegno dell’UE, va sottolineato che essa intende concentrare i propri sforzi, per i prossimi sette anni, nella riqualifica
La politica dell’UE
Dottoressa Malgieri, uno degli aspetti centrali della politica dell’Unione Europea per i prossimi anni è sicuramente la qualità della vita nei centri urbani, che passa anche attraverso la pedonalizzazione dei centri storici. Ci può spiegare qual è l’obiettivo della politica comunitaria?
"La politica comunitaria (“La politica di coesione e le città: il contributo delle città e degli agglomerati urbani alla crescita e all’occupazione all’interno delle regioni”, 13 luglio 2006) individua nelle città uno degli assi strategici per rafforzare la coesione e la crescita dell’Unione nei prossimi sette anni (2007-2013). Rendere le città più attrattive, significa puntare sulla qualità degli spazi urbani e dei servizi di trasporto, favorendo ad esempio modelli di mobilità sostenibile (quelli a basso impatto ambientale e sociale) in modo da rendere più vivibile ed attrattivo un patrimonio culturale e storico non riproducibile, e che ci invidiano nel resto del mondo."
Ma ha sempre senso pedonalizzare i centri storici?
“Per rispondere a questa domanda, dobbiamo chiederci che vantaggio ha una comunità a perdere la ricchezza di funzioni pregiate che tradizionalmente si insediano nei centri storici, lasciando che le automobili occupino strade, piazze per la sosta, funzione questa non certamente di valore. Occorre infatti considerare che il centro storico è la parte della città più ricca di funzioni. La sua vivacità (economica, sociale e culturale) è tanto maggiore quanto più vi si ritrovano funzioni pregiate, capaci di renderlo attrattivo non solo per poche ore durante la giornata. Va ricordato che i centri storici sono il sedimento di modelli urbani stratificati nel tempo, in cui non vi era di certo traccia della motorizzazione di massa. Mi pare evidente che, con piazze e strade strette, non siano adatti alle automobili.”
L’uomo per sua natura preferisce muoversi e socializzare senza doversi preoccupare delle automobili. I commercianti si preoccupano, quando sentono parlare di pedonalizzazione, ma i grandi centri commerciali vengono concepiti con delle vaste aree pedonali per chi fa acquisti e con dei grandi parcheggi sotterranei per le auto…
"Sì, i grandi centri commerciali riprendono l’ architettura dei centri storici. Anche nei centri commerciali si assiste ad un allontanamento delle automobili in zone a loro appositamente destinate. Occorre considerare il fatto che lo shopping non è un semplice “fare la spesa”, ma presenta componenti emotive, irrazionali e anche aspettative di socializzazione”.
Ma perché allora sono i commercianti ad opporsi alle pedonalizzazioni?
“Il processo di pedonalizzazione è quasi sempre avvenuto contemporaneamente a una riqualificazione dei tessuti urbani. Non si elimina soltanto il traffico, ma si fa un intervento più complessivo di valorizzazione dell’area. Personalmente ho potuto rilevare che le opposizioni dei commercianti sono sempre state opposizioni di primo livello, dovute al cambiamento. Ma, alla fine, gli esiti degli interventi sono sempre stati molto positivi. Quasi sempre, infatti, chi si è opposto alla pedonalizzazione non è disposto a tornare indietro.”
Ma vi sono attività commerciali che sono più adatte ad un contesto pedonale, oppure esso rappresenta un’oasi di benessere per tutti?
“Nelle aree pedonali traggono vantaggio soprattutto le attività del piccolo commercio con un alto valore aggiunto (che offrono prodotti di qualità e rari) o le grandi catene commerciali in franchising.
E quali sono gli aspetti da considerare per non commettere errori, quando si introducono delle aree pedonali?
“Bisogna capire quali sono le funzioni insediate e qual è la loro compatibilità con il flusso veicolare. Vi devono essere delle alternative di accesso all’area, attraverso il trasporto pubblico o le piste ciclabili. Inoltre occorre prevedere la possibilità di lasciare le auto in parcheggi più o meno distanti dell’area pedonalizzata. Tutto ciò deve essere accompagnato da una chiara informazione per l’automobilista. Infine, ci deve essere la condivisione della proposta dalla comunità locale, che non è costituita soltanto dai commercianti, ma da un complessità di attori che partecipano alla ricchezza di una città. Occorre, insomma, dare voce anche al resto della popolazione.”
Ma cosa in realtà contribuisce all’espulsione dei piccoli commercianti dal centro storico di una città?
“Penso che tra le prime causa dell’espulsione delle attività commerciali dal centro storico vi sia l’incremento dei prezzi degli immobili, in stretta relazione con la rendita fondiaria. Certo la riqualificazione degli spazi pubblici spesso porta a far crescere i valori fondiari di vendita/affitto degli immobili a tutto vantaggio dei proprietari degli immobili. Il problema è stabilire quali strumenti si possono utilizzare per riequilibrare la situazione…
Le città ticinesi e le autorità
Che ne pensa del modo di gestire i centri cittadini delle autorità ticinesi?
"Ho una conoscenza diretta delle città ticinesi, ma non come studiosa. La sensazione è di un contesto per certi versi pianificato (dove la sosta è controllata e tariffati), ma in cui è lasciato grande spazio all’uso dell’auto. Vi sono ancora pochi esempi di pedonalizzazione dei centri storici. C’è poca attenzione all’uso della bicicletta, alla messa in sicurezza degli spostamenti pedonali, ecc…"
A Bellinzona le autorità cittadine hanno condotto in porto la pedonalizzazione del centro storico con un ampio consenso della popolazione. A Locarno il dibattito è aperto, anche se sarà inevitabile pedonalizzare Piazza Grande. Lei conosce queste realtà e cosa suggerisce?
“Credo che considerata la notorietà di Piazza Grande occorrerebbe lanciare un concorso di idee a livello internazionale, che conferirebbe ancora maggiore prestigio alla vostra piazza. Si tratta probabilmente di ripensare ad un disegno unitario, in cui la piazza possa fare da cerniera tra la parte storica della città e il lungo lago, dando qualità ad un impianto urbanistico non comune anche nel panorama delle belle città ticinesi”.
Ma quale contributo può dare l’ente pubblico per rendere, anche inizialmente, meno dolorose le pedonalizzazioni?
“Le autorità cittadine e, in generale, l’ente pubblico possono partecipare alla riqualifica degli edifici e possono abbassare i costi della localizzazione. Il potere politico può, insomma, sfruttare le sinergie con l’imprenditoria privata."
E che ne pensa di concedere sgravi fiscali comunali alle attività che si insediano e riqualificano un centro storico?
“Si tratta di un’ottima idea che può essere applicata concretamente in un paese come il vostro, dove esiste il federalismo fiscale”.
Il caso italiano
Lei sa citare un caso analogo di cittadina italiana, tra i 15 e 50mila abitanti, in cui la pedonalizzazione ha avuto esiti positivi, nonostante le riserve iniziali di cittadini e commercianti e le difficoltà di trovare soluzioni idonee all’assetto urbano della città?
“In Italia, la maggior parte dei capoluoghi di provincia ha un’area completamente pedonale. Si tratta di iniziative che si stanno diffondendo e che trovano applicazione in occasione della redazione di strumenti di pianificazione del traffico. Si tenga conto che dalla metà degli anni Novanta tutti i comuni con popolazione superiore ai 30 mila abitanti hanno l’obbligo di redigere i Piani urbani del traffico. Personalmente ho avuto modo di lavorare a Lecco, cittadina di 40mila abitanti che si affaccia sul lago. Le piazze sono state tutte pedonalizzate con ottimi risultati.”
Ma ci sono delle statistiche che mostrano gli effetti della pedonalizzazione sulla cifra d’affari?
“No, non ci sono statistiche in tal senso. In Italia, inoltre, ci sarebbe qualche problema, considerato l’importante tasso di evasione fiscale. Ci sono delle statistiche che riguardano il prodotto interno lordo delle città. Dal punto di vista quantitativo, può essere utile la statistica sull’apertura e sulla chiusura degli esercizi e delle attività commerciali. Esse mostrano che le pedonalizzazioni rendono le aree cittadine molto più pregiate. A livello empirico posso affermare che, in linea di massima, aumenta la cifra d’affari. Ma occorre non sbilanciarsi toppo su questo aspetto, visto che le variabili in gioco sono davvero molte.”
26/11/2005
La priorità del male
di Oscar Acciari
("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )
Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.
“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.
I diritti fondamentali
Professor Veca, lei nella sua ultima opera mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…
“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è: “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.
Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?
“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”
Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?
“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”
E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?
“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”
Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…
“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”
Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…
“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”
Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?
“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.
E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo, si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?
“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante. Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”
In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?
“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”
L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi
Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?
“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”
Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male, purché non si occupi d’altro?
“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”
In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?
“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.
Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…
“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”
Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi invece si offendono…
“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”
Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…
“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”
L’offerta filosofica
Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?
“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.
19/08/2005
Tabagismo: divieto di fumo sul lavoro aiuta a smettere
BERNA, 19 ago (ats) Un ambiente di lavoro in cui la sigaretta è vietata aiuta anche i più incalliti fumatori a smettere o perlomeno a provarci. Lo rende noto l´Associazione svizzera per la prevenzione del tabagismo (AT). Rimane il fatto che i fumatori tendono a minimizzare i rischi per la salute generati dal tabacco.
Queste conclusioni sono tratte da due studi condotti negli USA e validi anche per la Svizzera, secondo AT. Se il fumo è vietato sul posto di lavoro, i fumatori hanno da due a tre volte più probabilità di abbandonare la sigaretta. Coloro che invece persistono, consumano in media quattro sigarette in meno al giorno. Questi "successi" risultano meno rilevanti se sul posto di lavoro viene istituita una zona riservata ai fumatori.
In Svizzera tre persone su dieci lavorano in un´azienda in cui il tabagismo è autorizzato ovunque, senza limitazioni, rileva AT. Secondo un´indagine, quasi la metà delle persone attive che non fumano e un terzo di coloro che fumano vorrebbero che la sigaretta venisse vietata sul lavoro o che le zone adibite al fumo venissero ridotte.
In quattro Paesi europei sono già in vigore leggi a tutela di posti di lavoro senza fumo: in Finlandia, Irlanda, Italia e Malta. Dal primo giugno 2005 anche in Svezia la salute della popolazione ha la priorità sugli interessi economici dell´industria del tabacco. La richiesta di posti di lavoro senza fumo poggia su dati di fatto inequivocabili. In Svizzera ogni giorno muore una persona, benché lui o lei non abbia mai fumato: ha respirato fumo passivo, avverte AT.
11:32 Scritto in Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto, Libertà e salute | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
13/07/2005
Tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche: ordinanza per maggior protezione a inizio 2006
BERNA, 13 lug (ats) L´Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) intende emanare norme per ridurre i rischi per la salute derivanti da tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche e make up permanente. Stando a Michel Donat dell´UFSP, un´ordinanza che regoli questa materia dovrebbe entrare in vigore entro il primo trimestre del 2006.
Al momento, le norme elaborate da un gruppo di lavoro sono in procedura di consultazione fino al 17 luglio, si legge nel rapporto 2004 dell´UFSP sulla sicurezza delle derrate alimentari.
Stando alle novità contenute nel progetto di ordinanza, l´UFSP prevede valori massimi per piercing contenenti nickel. Inoltre, gli strumenti per compiere tatuaggi e piercing dovranno essere sterili. Per quanto attiene ai tatuaggi e al make-up permanente, si prevede di stabilire quali sostanze - per esempio determinati aromi - non potranno essere contenute nei colori.
Oltre a ciò si dovrà conoscere provenienza e contenuto degli strumenti utilizzati per il piercing, come anche i colori per i tatuaggi o per il il make up permanente. Ciò vale anche per le lenti a contatto cosmetiche. In quest´ultimo caso, produttori e importatori dovranno indicare sulle confezioni che le lenti rispettano le disposizioni dell´UFSP.
Il 20 giugno scorso, l´UFSP aveva messo in guardia gli utilizzatori di lenti a contatto cosmetiche, poiché vi è il rischio di una riduzione della vista. In particolare gli automobilisti dovrebbero rinunciare a queste lenti che modificano il colore e la forma dell´iride. A dipendenza della densità della parte colorata e del contorno della pupilla, queste lenti possono infatti ridurre il campo visivo.
Stando al rapporto dell´UFSP, la popolazione dovrebbe venir informata entro la fine dell´anno sui rischi potenziali legati a queste pratiche di bellezza
15:11 Scritto in Diritti della diversità, Libertà di espressione, Libertà e salute, Libertà ed estetica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
28/06/2005
Vietata la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni
LUCERNA, 28 giu (ats) In futuro, nel canton Lucerna dovrebbe essere vietata la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni. È quanto prevede la nuova legge sulla sanità accettata oggi a forte maggioranza dal Gran consiglio. La normativa dovrà passare ancora una volta al vaglio dei deputati prima di poter entrare in vigore.
Il divieto di vendita si estende anche agli apparecchi automatici. Il tentativo fatto durante i dibattiti di imporre il divieto di fumare ai ragazzi sotto i 16 anni non è stato accettato. Fumare rimarrà quindi permesso.
La nuova legge non conteneva nella proposta elaborata dal governo proposte ad hoc riguardanti il fumo. I suggerimenti sono venuti durante la discussione in parlamento. La maggioranza, nonché lo stesso responsabile della sanità lucernese Markus Dürr, ha infatti giudicato alto il pericolo per la salute causato dal tabagismo. Dürr ha definito il fumo un "perfido attacco alla salute".
Durante la discussione ha avuto la meglio la proposta di Patricia Schaller (PPD), che ha lanciato l´idea di proibire la vendita di sigarette ai giovani sotto i 16 anni allo scopo di impedire che incomincino a fumare.
Dal 2004 sette cantoni compreso Lucerna hanno adottato - o stanno adottando - provvedimenti simili a quelli lucernesi. A Turgovia, Berna e Zurigo, i parlamenti locali hanno approvato mozioni in tal senso del partito evangelico. Nei Grigioni sono stati i socialisti, con successo, a fare il primo passo. A Basilea Campagna, il governo cantonale ha inviato in consultazione una legge volta a vietare la vendita di sigarette ai minorenni. Nel canton Vaud, a fine maggio il Gran consiglio ha approvato l´idea di vietare la vendita di "bionde" ai giovani sotto i 18 anni.
14:10 Scritto in Dibattito sulle libertà: giusto o non giusto, Libertà e salute | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali
(ATS)
Adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali. Sono (n. 492) i "principali peccati contro la castita"´, espressione del "vizio della lussuria". Il Compendio del catechismo della Chiesa cattolica se ne occupa nel capitolo dedicato al sesto comandamento, che parte dall´affermazione che (n. 487) "Dio ha creato l´uomo maschio e femmina, con eguale dignità personale, e ha iscritto in lui la vocazione dell´amore e della comunione".
Il Compendio afferma che le autorità civili "sono tenute a promuovere il rispetto della dignità della persona" (n. 494), "anche impedendo, con leggi adeguate, la diffusione delle suddette gravi offese alla castità, per proteggere soprattutto i minori e i più deboli".
Il capitolo si occupa anche dell´amore coniugale "santificato dal sacramento del Matrimonio", i beni del quale sono (n. 495) "unità, fedeltà indissolubilità e apertura alla fecondita"´. Ad "offendere" la dignità del matrimonio sono (n. 502) "adulterio, divorzio, poligamia, incesto, libera unione (convivenza, concubinato), l´atto sessuale prima o al di fuori del matrimonio".
Ma è l´apertura alla fecondità a prevedere particolari possibili "comportamenti immorali". Tali sono (n. 498) "ogni azione, come, per esempio la sterilizzazione diretta o la contraccezione, che, o in previsione dell´atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione".
Sono immorali anche inseminazione e fecondazione artificiali, perchè (n. 499) "dissociano la procreazione dall´atto con cui gli sposi si donano mutualmente, instaurando così un dominio della tecnica sull´origine e sul destino della persona umana". Inoltre l´inseminazione e la fecondazione eterologa "ledono il diritto del figlio a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui, legati tra loro dal matrimonio e aventi il diritto esclusivo a diventare genitori soltanto l´uno attraverso l´altro".
23/06/2005
"Beurre de Cacahuetes" contiene aflotossina
(ots) - Il prodotto "Beurre de Cacahuetes" della ditta A-Chau
Trading AG contiene aflotossina. Si tratta di una sostanza tossica
prodotta da una muffa e può nuocere alla salute. L´Ufficio federale
della sanità pubblica (UFSP) consiglia di non consumare il
summenzionato burro di arachidi a causa del pericolo che costituisce
per la salute, ma di riportarlo al punto vendita.
L´UFSP è stato informato da un laboratorio cantonale che il tenore
di aflotossina contenuto nel prodotto "Beurre de Cacahuetes" (marca
Puxiangshipin, peso netto 226 g, codice EAN 6 925366 400650, codice
QB 1733.4-93, data di produzione 2004-12-25, data minima di
conservabilità 2006-06-25, venduto dalla ditta Firma A-Chau Trading
AG) supera ampiamente il valore limite stabilito. È stato emanato un
divieto di vendita e i rivenditori sono stati invitati a procedere
al richiamo del prodotto.
L´aflotossina può soprattutto aumentare il rischio per l´uomo e gli
animali di ammalarsi di cancro al fegato.
15:44 Scritto in Libertà e salute | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
16/06/2005
La lotta contro le zoonosi è essenziale
Gli ultimi casi di listeriosi hanno dimostrato che la
lotta contro le zoonosi vale a dire le malattie infettive degli
animali trasmissibili all´uomo è essenziale. Per sorvegliare e
combattere efficacemente le zoonosi è necessario un approccio
interdisciplinare. In Svizzera questo ruolo spetta al Gruppo di
lavoro "Zoonosi", di cui è stato pubblicato oggi il "Rapporto 2004".
Le zoonosi più frequenti per l´essere umano sono infezioni
causate da batteri del genere Campylobacter o dalle salmonelle che
vengono trasmessi attraverso le derrate alimentari. In Svizzera
queste affezioni sono in fase di diminuzione, ciò che dimostra i
progressi realizzati in materia di sicurezza alimentare. Per quanto
riguarda le infezioni causate dai Campylobacter, per esempio, nel
2004 sono state infettate 5584 persone: si tratta di una cifra
leggermente inferiore rispetto al 2003. La stessa tendenza risulta
per le salmonelle: nel 2004 è stata diagnosticata la salmonellosi a
1910 persone, mentre nel 2003 erano stati registrati 2233 casi di
questa malattia.
Gli zoo per bambini alla lente
Sebbene le salmonelle e altri generi di Campylobacter siano noti
soprattutto per il fatto di essere presenti nelle derrate
alimentari, non si deve dimenticare che tali batteri possono anche
essere trasmessi attraverso il contatto diretto tra l´uomo e
l´animale. A tale proposito meritano un´attenzione particolare gli
zoo per bambini, in cui questi ultimi vengono spesso incoraggiati a
entrare in contatto con gli animali. Per la prima volta è stato
effettuato uno studio su una trentina di zoo: complessivamente sono
stati analizzati 423 campioni dall´Ufficio federale di veterinaria
(UFV). Da questo studio risulta che la presenza degli agenti
zoonotici è relativamente limitata, ma che le misure d´igiene in
tali zoo rivestono un´importanza notevole. In seguito è stato
distribuito agli zoo un opuscolo che contiene varie raccomandazioni.
Una maggiore vigilanza per le zoonosi esotiche
Numerose zoonosi stanno assumendo un´importanza sempre maggiore
in tutto il mondo: è il caso, ad esempio, dell´influenza aviaria o
della febbre del Nilo occidentale. Anche se queste malattie non
minacciano direttamente la Svizzera, la loro sorveglianza è stata
comunque rafforzata. Per quanto riguarda l´influenza aviaria, per
esempio, nel 2004 è stato lanciato in Svizzera un vasto programma di
sorveglianza degli uccelli selvatici. In particolare sono stati
prelevati più di 1200 campioni coprologici: tutti i campioni
analizzati finora sono comunque risultati indenni dal virus.
Il rapporto svizzero sulle zoonosi presenta ogni anno un
riassunto della situazione delle zoonosi nel nostro Paese, elencando
il numero di casi che concernono le persone e gli animali. Questo
rapporto viene redatto dal gruppo di lavoro "Zoonosi" dell´UFV, in
collaborazione con l´Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP),
l´Istituto di virologia e d´immunoprofilassi (IVI) nonché le
Università di Berna e di Zurigo. Il gruppo di lavoro "Zoonosi"
coordina la sorveglianza delle zoonosi in tutta la Svizzera.
10:23 Scritto in Libertà e salute | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
15/06/2005
Un sistema multimediale contro la demenza
Dalla Scozia l'ultimo ritrovato della medicina hi-tech Un sistema multimediale contro la demenza Arriva il Computer Interactive Reminescence and Conversation Aid: un programma che potenzia la memoria sociale nei pazienti STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
EDINBURGO (SCOZIA) - La memoria, come amava ripetere Cesare Musatti (padre della psicanalisi italiana moderna), è un processo attivo, mai passivo. È una funzione che elabora e rielabora continuamente i ricordi e nei pazienti affetti da demenza è una delle prime abilità compromesse. Questo inabilita l'apprendimento e l'interazione con i familiari. A ciò hanno pensato i ricercatori della St. Andrews Univerity i quali hanno architettato un supporto tecnologico in grado di rivitalizzare la memoria sociale, nella speranza che riallacciare certe trame possa aiutare a recuperare la persona malata e i suoi rapporti sociali.
SISTEMA MULTIMEDIALE - Il sistema multimediale fruibile attraverso touch screen consiste in una raccolta di vecchi video, film, clip musicali e foto. Un lieve tocco allo schermo e il paziente può accedere a questo archivio di contenuti, tutti rigorosamente "old" e con un alto valore emotivo. Sarà lui a scegliere la foto o il video che più lo stimolerà e potrà dunque compiere un viaggio nel tempo insieme ai famigliari facendo leva sulla memoria comune. Un video di Elvis Presley o il film Casablanca può accomunare una coppia, due fratelli, padre e figlio, risvegliando emozioni e ricordi condivisi e combattere la frustrazione collegata alla demenza. Il project leader, Arlene Astell, ricorda che la memoria è alla base di qualsiasi attività cerebrale e che le "dimenticanze" non appartengono solo al malato, evidentemente impossibilitato a portare a compimento una conversazione proprio per l'intermittente deficit mnemonico. I black out nei ricordi diventano un problema famigliare e questo sistema, il cui acronimo è "Circa", si basa su un concetto ribattezzato hypermedia che, liberamente ispirandosi all'hyperlink, agisce su un sistema di collegamenti e associazioni mentali. La filosofia di "Circa" consiste nel concepire il computer come veicolo di condivisione della memoria sociale, nella convinzione che la memoria di lunga data è più inamovibile di quella a breve termine. Nel resoconto di BBC News una rassegna di "piccoli" e commoventi successi.
Emanuela Di Pasqua
15 giugno 2005
14:36 Scritto in Libertà e salute, Libertà e tecnologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala

