26/11/2005
La priorità del male
di Oscar Acciari
("laRegione", Svizzera, 26 novembre 2005- )
Intervista con il filosofo Salvatore Veca, preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Pavia.
“Il linguaggio dei diritti umani è prioritariamente una risposta alla memoria del male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. In questo senso preciso le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Sono parole del filosofo Salvatore Veca nella sua ultima opera “La priorità del male e l’offerta filosofica” (edizioni Feltrinelli, 2005) che propone una teoria per individuare, attraverso un prospettiva minimale ma condivisibile, i diritti fondamentali per tutte le genti, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, dalla loro legislazione, cultura, etnia e religione. In sostanza Veca propone di individuare i diritti fondamentali degli esseri umani, partendo dall’esperienza del male, del disvalore e dell’antivalore, piuttosto che dalla varietà del bene e del valore umano, concetti- questi ultimi- relativi. Infatti “L’idea del bene ci divide, mentre ciò che può unirci è l’idea del male, per esseri che qua e là per il mondo hanno, allo stesso modo, vite finite da vivere, ma hanno idee diverse su che cosa ciò significhi o implichi per loro e per altri.”. La proposta di Veca appare interessante, perché applicabile alla realtà, a un mondo, in cui si dibatte sull’opportunità di una guerra, sul diritto di intervento e sulla democrazia. Ci accorgiamo che, partendo dalla prospettiva del più grande filosofo politico italiano, l’intervento della forza “multinazionale” avvenuto in Kossovo, nel 1999, o in Afghanistan, nel 2001, appare giustificato, mentre non lo è assolutamente quello in Iraq del 2003 che aveva la pretesa dell’esportazione della democrazia.
I diritti fondamentali
Professor Veca, lei nella sua ultima opera mette a fuoco la priorità del male nella giustificazione di una tesi sui diritti umani. Il suo scopo è quello di riuscire ad individuare una base comune di diritti fondamentali che ognuno dovrebbe rispettare. Occorre insomma considerare il dato di fatto che il linguaggio dei diritti umani è connesso alla memoria del male e non alla tentazione del bene…
“Nel mio ultimo saggio mi sono interrogato su due aspetti legati a questo tema. Mi sono posto il problema di come possiamo giustificare una credenza secondo cui ciascuna persona ha alcuni diritti fondamentali, indipendente dalla sua cittadinanza, legislazione, cultura, etnia o religione. Si tratta di un problema che è stato proprio di qualsiasi tentativo di fondamento o di giustificazione dei diritti umani, a partire dalla dichiarazione universale della metà del secolo scorso. Alludo al problema di come conciliare il rispetto dovuto alla pluralità delle culture, delle credenze etiche, religiose e delle forme di vita con l’idea di qualcosa che valga universalmente per chiunque. Il secondo aspetto sul quale ho riflettuto riguarda le politiche legate ai diritti umani o gli interventi umanitari, in nome dei diritti umani, argomentati con un’idea del bene politico o morale. Si tratta di un problema con il quale ci siamo confrontati molto spesso anche negli anni recenti. Io sostengo che noi dovremmo ancorare e fondare, per quanto possibile, un’idea universalistica dei diritti umani sulla base della memoria del male. Non dimentichiamo che la dichiarazione universale nasce alla fine della Seconda guerra mondiale per rispondere al male che ha un nome e un cognome, è la tragedia della Shoah. Il lessico dei diritti umani nasce come risposta reattiva al male, e non è ancorato a una particolare idea del bene. Il mio slogan è: “le idee del bene ci dividono, forse possiamo trovare convergenza su ciò che per noi è umanamente male”.
Ma attraverso questa idea non ci si comporta come un docente per il quale spesso è più facile valutare un allievo, individuando gli errori da lui commessi, piuttosto che le cose giuste che dice… la nostra non è una società interamente costruita sui disvalori?
“Alcuni sostengono che sia particolarmente prezioso essere d’accordo su ciò che è disvalore, perchè ciò ci garantisce la possibilità di un’essenziale pluralità dei valori. L’interrogativo di fondo è: “Noi siamo tenuti a credere che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra persona per le sue credenze religiose, politiche o per certe idee di vita buona oppure, semplicemente, per il fatto che è un essere umano?”
Attraverso questa visione, non corriamo il rischio di giocare al ribasso?
“Il problema è che noi abbiamo assistito, nell’angolo ricco del mondo, ad una sorta di arcobaleno dei diritti, che ha implicato l’innalzamento dell’asticella. Io ritengo che, quando parliamo di diritti fondamentali delle persone, dovremmo riclassificare questi diritti e individuare una soglia minima dei diritti umani fondamentali da prendere “terribilmente” sul serio.”
E allora in termini pratici quali sono i valori che, se violati, ci fanno dire che abbiamo offeso i diritti fondamentali dell’uomo?
“Penso al diritto alla vita, alla sussistenza, a non essere torturato. Se parlo di questi diritti, penso al nucleo base dei diritti universali. Ci sono invece generazioni di diritti, di pretese legittime di persone che dipendono da diverse tradizioni, culture , religioni, e forme di vita.”
Insomma, utilizzando la terminologia matematica possiamo parlare di un minimo denominatore comune…
“Sì, in un certo senso. Ma credo che questo minimo denominatore comune sia un obiettivo da raggiungere, non una base da cui partire.”
Ma il minimo denominatore comune può essere applicato per valori come la libertà e la democrazia? Nella sua opera lei ha dedicato un capitolo alle “grammatiche della libertà”…
“Se prendiamo come esempio l’intervento in Iraq, posso tranquillamente affermare che ho sempre sostenuto che non era giustificato. L’intervento militare in Iraq si è basato su bugie, su falsità. Tutti ricordiamo la terribile scena di Colin Powell alle Nazioni Unite. Non vi era alcuna giustificazione per quell’intervento. Io non condivido l’idea di esportare il bene politico per altri. Occorre stare “attenti al male, ma resistere alla tentazione del bene” - per dirla con una battuta che è il titolo di un saggio di Tzvetan Todorov.”
Si può affermare che, in base alla sua teoria, se non vi era alcuna giustificazione per l’intervento in Iraq del 2003, l’intervento in Kosovo, avvenuto nel 1999, era invece assolutamente giustificato?
“E’ esattamente quello che penso. Potrebbe anche essere l’esempio dell’Afghanistan. Ma certamente l’intervento in Iraq non trova giustificazione alcuna”.
E come valuta il fatto che ora i cittadini iracheni, seppur nei modi che conosciamo, si sono dotati finalmente di una costituzione che comunque garantisce loro un’opportunità di convivenza?
“La ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiarire un aspetto importante. Io mantengo la critica alla legittimità sia giuridica, sia morale dell’intervento militare in Iraq del 2003. Ma è difficile non riconoscere dei fatti nuovi nelle elezioni di gennaio e nel recente referendum per l’approvazione della Costituzione. Questi fatti nuovi non implicano una revisione del giudizio sull’intervento militare. Tuttavia ci pongono nuovi quesiti, come quello che si è posto recentemente Giovanni Sartori a proposito delle circostanze e delle condizioni favorevoli all’insorgenza di regimi democratici e di forme di convivenza, tutelate costituzionalmente. Tutto ciò ci può far riflettere, mantenendo però fermo il giudizio di condanna e di critica sull’intervento militare. Di fatto oggi ci sono delle opportunità che la vicenda irachena lascia intravedere, ci sono delle possibilità di convivenza. Non sappiamo se ci sarà un lieto fine, ma sappiamo che certamente sarà lungo il periodo per trovare una soluzione a tutti i conflitti presenti. Tutto lo scacchiere è in movimento e apre nel mondo islamico dei ventagli di possibilità…”
In questo senso si può applicare un’altra sua teoria politica, di cui parla nel precedente saggio “La Bellezza e gli oppressi”, che fa riferimento all’idea dell’ utopia possibile o dell’utopia ragionevole e che propone di esplorare le possibilità politiche, istituzionali o civili, alternative a quelle date, entro lo spazio che il mondo ci concede?
“Effettivamente anche nel secondo capitolo di “Priorità del male” (nel capitolo “Prospettive cosmopolitiche”) sostengo che il compito principale di chi fa teoria o filosofia politica è quello di esplorare, di saggiare gli spazi di possibilità entro i vincoli che il mondo, per com’è, ci concede. Questo, in sostanza, è lo spazio degli esercizi di esplorazione di utopie ragionevoli o realistiche.”
L’Italia, la libertà e il conflitto di interessi
Veniamo alla realtà italiana, nella quale vive e produce. Secondo lei la Penisola è un paese libero?
“Gli indicatori di libertà sono difficili da manovrare. Io posso affermare che ho sempre assunto una posizione pubblica che ha considerato la singolare situazione del premier Silvio Berlusconi una sorta di virus che infetta le forme della convivenza, gli assetti delle istituzioni, le scelte e le condotte politiche. Il presidente del Consiglio, legittimamente tale perché eletto democraticamente, agglutina un’ampia serie di risorse. Il tema del conflitto di interessi rappresenta un vizio d’origine del premier e della maggioranza di governo. Esso riduce gli spazi di libertà, di autonomia e di libera espressione della partecipazione politica e del confronto politico stesso. Credo che sia una cosa inaccettabile, indipendentemente dalla valutazione delle scelte politiche. Il conflitto di interessi di Berlusconi distorce la qualità della democrazia italiana. “Michael Walzer in “Sfere di giustizia” ha sostenuto che non c’è nulla di male nel fatto che una persona detenga il monopolio entro una sfera sociale (che può essere il mercato, l’informazione, l’ambito scientifico, ecc..), ma i guai cominciano quando la persona che detiene le risorse in un ambito preciso, comincia ad invadere altre sfere, usando in modo improprio le risorse di cui dispone. Insomma, per fare un esempio, chi ha potere in economia non può comprare potere in politica, perché si genera tirannia.”
Come dire che se una persona è così brava nel proprio settore da uccidere la concorrenza e da creare, di fatto, un monopolio in un settore specifico, non c’è nulla di male, purché non si occupi d’altro?
“Io non contesto che vi siano dei monopoli locali. Contesto il fatto che sfruttando monopoli locali, si acquisti dominanza globale.”
In Italia è molto frequente la satira politica e, a causa di essa, si dibatte di libertà. In Svizzera la realtà sembra molto diversa. Secondo lei dipende dal grado di libertà, da motivi culturali o dal sistema politico?
“Occorre precisare che il dibattito sul conflitto di interessi riguarda in modo abbastanza singolare l’Italia. Al di là di quest’aspetto, esistono sicuramente delle tradizioni, delle culture politiche e dei particolari rapporti tra il sistema dei media e il ceto o il sistema politico. La competizione politica si è trasformata negli ultimi dieci anni. Si è assistito ad un aumento della personalizzazione e della spettacolarizzazione del confronto politico: le grandi trasmissioni politiche sostituiscono i parlamenti o le antiche agorà. E’ naturale, di conseguenza, che fioriscano espressioni di satira politica, perché tutto è sulla scena del teatro della comunicazione”.
Secondo lei quindi il modello consociativo fornisce un terreno meno fertile. Ma anche quando c’era il sistema pluripartitico polarizzato (per usare un’espressione del politologo Giovanni Sartori), la satira era fortemente presente in Italia, anche se in modo meno unidirezionale…
“La satira fa parte della tradizione italiana, come di altre tradizioni. C’è sempre stata, ma la discussione politica si è in gran parte consumata pubblicamente sulla scena. E come se vivessimo un reality della politica.”
Un tempo alcuni politici italiani erano onorati di essere oggetto di satira, oggi invece si offendono…
“Questo può dipendere da due aspetti: dall’arroganza di chi esercita il potere o dalla percezione della limitata capacità della politica di risolvere i problemi. Io sono convinto che oggi gli esecutivi nazionali possono fare molto meno rispetto al passato, al periodo della guerra fredda. Sembra che ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra ciò che può far la politica , le aspettative crescenti dei cittadini e la spettacolarizzazione del dibattito politico.”
Giovanni Sartori, in un’intervista concessa al nostro giornale (“laRegione, 30 aprile 2005, ndr”), diceva che la politica, sempre più demagogica e polarizzata, porta ad aspettative crescenti che non possono essere soddisfatte e, quindi, alla caduta dei governi…
“Sì, si assiste al fenomeno del ritiro della fiducia (in Europa è cominciato attorno agli anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino). Alle aspettative molto alte e crescenti corrispondono capacità di rendimento molto più basse rispetto al passato. E questo dipende anche dall’aumento di interdipendenza dei diversi paesi sul piano sovranazionale.”
L’offerta filosofica
Passiamo all’offerta filosofica, che riguarda la seconda parte della sua opera. Accettata la teoria per individuare i diritti fondamentali dell’essere umano, quali contributi può dare la riflessione filosofica?
“Chi esercita il mestiere del filosofo ha la responsabilità di esplorare spazi di possibilità, prendendo sul serio il mondo com’è e inseguendo il mondo come dovrebbe essere. Io credo che noi dobbiamo assumerci intellettualmente la responsabilità di pensare i modi e le forme della politica nella costellazione postnazionale (per usare le parole di Jürgen Habermas). Credo che i grandi problemi interni alle costellazioni nazionali che abbiamo ereditato, oggi vadano ripensati sullo sfondo della “porosità” dei confini o della politica interna a livello mondiale. Questo sarà il principale rompicapo per chi, come me, cerca di non mollare nell’impresa di pensare a un mondo più decente”.
13/07/2005
Tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche: ordinanza per maggior protezione a inizio 2006
BERNA, 13 lug (ats) L´Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) intende emanare norme per ridurre i rischi per la salute derivanti da tatuaggi, piercing, lenti cosmetiche e make up permanente. Stando a Michel Donat dell´UFSP, un´ordinanza che regoli questa materia dovrebbe entrare in vigore entro il primo trimestre del 2006.
Al momento, le norme elaborate da un gruppo di lavoro sono in procedura di consultazione fino al 17 luglio, si legge nel rapporto 2004 dell´UFSP sulla sicurezza delle derrate alimentari.
Stando alle novità contenute nel progetto di ordinanza, l´UFSP prevede valori massimi per piercing contenenti nickel. Inoltre, gli strumenti per compiere tatuaggi e piercing dovranno essere sterili. Per quanto attiene ai tatuaggi e al make-up permanente, si prevede di stabilire quali sostanze - per esempio determinati aromi - non potranno essere contenute nei colori.
Oltre a ciò si dovrà conoscere provenienza e contenuto degli strumenti utilizzati per il piercing, come anche i colori per i tatuaggi o per il il make up permanente. Ciò vale anche per le lenti a contatto cosmetiche. In quest´ultimo caso, produttori e importatori dovranno indicare sulle confezioni che le lenti rispettano le disposizioni dell´UFSP.
Il 20 giugno scorso, l´UFSP aveva messo in guardia gli utilizzatori di lenti a contatto cosmetiche, poiché vi è il rischio di una riduzione della vista. In particolare gli automobilisti dovrebbero rinunciare a queste lenti che modificano il colore e la forma dell´iride. A dipendenza della densità della parte colorata e del contorno della pupilla, queste lenti possono infatti ridurre il campo visivo.
Stando al rapporto dell´UFSP, la popolazione dovrebbe venir informata entro la fine dell´anno sui rischi potenziali legati a queste pratiche di bellezza
15:11 Scritto in Diritti della diversità, Libertà di espressione, Libertà e salute, Libertà ed estetica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala

