04/11/2005
“Svizzera, patria dell’anima”
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“Svizzera, patria dell’anima”
intervista con il Prof Arturo Colombo, a quarant'anni dalla pubblicazione del capolavoro di Ingazio Silone "Uscita di Sicurezza"
di Oscar Acciari (tratto da "LaRegione Ticino", 24 febbraio 2005)
Quest’anno si celebrano i quarant’anni di “Uscita di Sicurezza” di Ignazio Silone, l’opera in cui l’autore (all’anagrafe Secondo Tranquilli) racconta la propria vita, ma in cui propone anche dei veri e propri saggi rivelatori del suo pensiero. Nato il 1° maggio 1900 a Pescina dei Marsi (in provincia dell’Aquila, in Abruzzo), Silone viene ricordato per l’opera “Fontamara”, ambientato nella sua terra, la terra della miseria dei cafoni, e che venne considerato da Carlo Rosselli, “il più bel romanzo sociale italiano”. Ma Silone sentiva nell’intimo anche un’altra terra, la Svizzera, terra d’asilo. E nel percorso esistenziale e letterario di colui che si definiva “un cristiano senza Chiesa e un socialista senza partito”, c’è Locarno e il Locarnese, in cui visse alcuni anni e in cui è ambientato il romanzo “La Volpe e le Camelie”, purtroppo poco conosciuto. Un’importante testimonianza delle frequentazioni e dei sentimenti di Silone a Locarno appare nel racconto della giornata dell’11 maggio in “Diario 1943-1944. Un fuoriuscito a Locarno” di Filippo Sacchi, a cura di Renata Broggini (Edizione Casagrande, Lugano). Dice il Sacchi, raccontando dell’incontro con Silone: “… Mi dice come, dopo dieci anni di isolamento assoluto e di lontananza da ogni partito, si sia risolto di rientrare nel socialismo. È in fondo il suo terreno di azione, nel quale può ancora farsi ascoltare. “E’ la mia parrocchia” dice. (Il che ha un suono bizzarro, perché in gioventù Silone aveva incominciato a studiare da prete). Frutto di tutte le esperienze e i disinganni passati, è la convinzione che compito principale e urgente sia di formare le masse italiane a una coscienza di civile dignità e di consapevolezza, e in questo senso ha l’impressione che può forse lavorare utilmente…”
A Zurigo Silone, esule dalla fine del ’29, aveva assunto la direzione del Centro estero del PSI e per l’attività, ritenuta illegale, venne arrestato nel dicembre del 1942. Fu accusato di svolgere attività “cospirativa” insieme ad altri cosiddetti fuoriusciti.. “Io sono in grandissima parte debitore alla Svizzera. Il mio debito morale verso questo paese (verso i suoi grandi educatori del passato presso i quali sono tornato a scuola e verso le centinaia e migliaia di amici che qui ho conosciuto) è così grande che io spero di poterlo mai restituire. E’ uno di quei debiti cui può far riscontro una gratitudine, una nostalgia, un amore di tutta una vita.” Sono parole di Ignazio Silone scritte alla procura federale di Berna il 17 dicembre 1942 nella Caserma di Zurigo, poi pubblicate ne “Il Memoriale dal carcere svizzero” (a cura di Lamberto Mercuri, Lerici, Roma, 1979). E nel Memoriale di Silone compaiono le idee, i veri principi in cui credette, ma anche alcuni sentimenti che permettono di tracciare il suo profilo. “In Svizzera io sono diventato scrittore, ma, quello che più vale, sono diventato un uomo”- scrisse Silone, che considerava la Svizzera la patria della sua anima.
Silone appare oggi di una modernità impressionante, che neppure le recenti accuse di aver collaborato come informatore della polizia e dell’Ovra, il servizio segreto fascista, hanno potuto scalfire. Silone è colui che definisce e qualifica il socialismo liberale, che condanna il totalitarismo nero, ma anche quello rosso. E lo fa con la tessera del Partito Comunista. Arturo Colombo, professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Pavia, quindici anni fa, nel corso delle lezione di un seminario dedicato allo scrittore abruzzese, spiegava come l’ideale siloniano del socialismo “in filosofia cerchi di sostituire al determinismo economico un fondamento etico; in politica, al posto del centralismo, un federalismo integrale; in economia, al posto delle statizzazioni burocratiche, un regime pluralista che permetta la libertà di iniziativa e l’autogoverno dei produttori”. Silone, il suo ideale socialista e la sua idea d’Europa, anticipano di più di mezzo secolo la realtà. Secondo Tranquilli è un uomo tremendamente moderno. A quindici anni di distanza da quel seminario, il professore Arturo Colombo non sembra aver smarrito il suo entusiasmo per i contenuti tutt’altro che tranquilli.
Silone e la Svizzera
Professor Colombo, come definisce il rapporto tra Ignazio Silone e la Svizzera?
“In Svizzera Silone ha vissuto un quindicennio, dal 1929 al 1944. Si era fermato in Svizzera, perché diceva, con ironia sofferta, che fosse l’unico Paese dove fare la quarantena di tutta la retorica, prima gesuita-cattolica e poi marxista, che si era trascinato dietro fino ad allora. In Svizzera Silone matura la decisione di non più approdare in un altro partito, dopo l’esperienza all’interno del comunismo. Anche se a quell’’epoca stare solo comportava dei rischi, delle pesanti conseguenze, a cui Silone non rinunciò”.
Come definisce l’opera sicuramente anomala “Uscita di Sicurezza”?
“A chi gli chiedeva di scrivere un’autobiografia, Silone rispondeva che non era capace. Diceva che un buon ritratto veniva fuori da un segno a matita e il vuoto attorno. Simbolicamente “Uscita di Sicurezza” assomiglia a un mosaico, le cui tessere sono costituite da episodi di vita (come l’esperienza svizzera), ma anche da racconti storici, narrazioni di episodi rivelatori e riflessioni filosofiche. Per esempio, “Uscita di sicurezza” contiene anche il testo di una conferenza che Silone tenne a Zurigo, il 25 febbraio 1942, dal titolo “Situazione degli ex”, dove “ex” sta per ex-comunisti. In quella conferenza confessò: “Non è piacevole parlare di sé, dei propri abbagli, delle proprie sciocchezze, della propria isteria; non è divertente rivivere, anche solo nella memoria, quegli anni di incubo, eppure abbiamo il dovere di testimoniare”.
Silone e il Ticino
Importante fu anche il periodo ticinese…
“Si può datare la permanenza in Ticino tra il ‘31 e il ‘33, quando Silone si lega alla scrittrice ed artista Aline Valangin (che risiedeva a Comologno), con la quale instaurò un rapporto molto forte (fu poi lei a lasciarlo). In quel periodo scrisse una novella dal titolo “La Volpe”, tradotta inizialmente in tedesco nella raccolta “Die Reise nach Paris”. Si tratta di un’opera, che assumendo volume, diverrà la “Volpe e le Camelie”, pubblicata integralmente nel 1960, dopo essere stata pubblicata a puntate, l’anno prima, sul settimanale “il Mondo”. Il romanzo, con un intreccio molto vivace, narra i rapporti tra la popolazione ticinese, divisa tra liberali-radicali e “uregiatt”, un gruppo di rifugiati antifascisti italiani, e l’arrivo di una spia fascista, alla ricerca di qualcuno che tradisca. E’ l’unico romanzo in cui Silone ambienta tutta la storia, al di fuori della sua patria, del suo Abruzzo e in cui cita esplicitamente personaggi come Carlo Rosselli e Giovanni Bassanesi”.
Silone e il Comunismo
Silone condanna il fascismo, ma poi anche il comunismo, in un’epoca in cui non era scontato opporsi ad ogni forma di totalitarismo…
“Si tratta di un’esperienza che lo segnò per tutta la vita. Silone venne espulso dal partito comunista perché non intravedeva più gli iniziali ideali di un socialismo marxista che stava a significare la liberazione del mondo e, al tempo stesso, la liberazione degli uomini dai bisogni, dalle sofferenze e dai drammi individuali e collettivi. La sua esperienza, prima nel partito comunista d’Italia (aderente alla Terza internazionale) e poi anche in Russia, gli permise di verificare e di capire come quel tipo di partito fosse finito per diventare un ingranaggio implacabile che non offriva nessuno spazio di autonomia. A Mosca, fin dal maggio del 1927 (a tre anni dalla morte di Lenin), Silone prese atto, frequentando i lavori dell’esecutivo del Komintern, che all’interno dello stesso partito non c’era più diritto di cittadinanza per chi aveva idee diverse da chi comandava al vertice. In “Uscita di Sicurezza” scrisse: “Sarà l’esperienza del comunismo a uccidere il comunismo”. Scrisse queste parole 24 anni prima del crollo del muro di Berlino. Questo vuol dire che Silone fu uno dei pochissimi a capire che il crollo del comunismo non poteva non realizzarsi. Ma l’allontanamento dal partito comunista non fu indolore e, a tal proposito, scrisse: “L’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove.. Non ci si libera facilmente, l’ho gia detto, da un’esperienza così intensa come quella dell’organizzazione comunista”. Silone, con l’ironia e quella venatura di humor che caratterizza molte sue opere, aggiunse: “Gli ex comunisti costituiscono una categoria a parte, come gli ex preti e gli ex ufficiali di carriera”.
Dunque Silone riconobbe, in anticipo, le due forme di totalitarismo, condannate anni dopo…
“Sì, tant’è vero che proprio in Svizzera Silone scrisse “La scuola dei dittatori”, che narra come certi personaggi si impadroniscono del potere e lo esercitano esclusivamente a vantaggio proprio e del partito. La lezione, che Silone ci ha dato con le sue pagine, è la denuncia più cruda e documentata che lo stesso partito comunista non è un partito che salva le masse, non è un partito che realizza la cosiddetta “dittatura del proletariato”, ma che finisce sempre per produrre la dittatura del partito sul proletariato. Non solo: Silone ha riconosciuto le due grande esperienze totalitarie del Ventesimo Secolo, ovvero la declinazione rossa sovietico- stanilista, e la declinazione nera fascista-nazista, e ne ha denunciato le spietate somiglianze, di cui si parlerà solo molti anni dopo….”
Il socialismo e la Federazione europea
Si può affermare che è proprio nel suo ideale di socialismo e di Europa che Silone dimostra di precorrere i tempi?
“Negli anni Quaranta, in piena guerra Silone diresse il quindicinale “l’Avvenire dei lavoratori”, uscito a Zurigo prima e a Lugano poi: un foglio, dal quale emergeva, in modo chiaro ed evidente, la sua idea di un socialismo depurato dalla matrice marxista, materialista, classista. In piena Guerra sperava e insisteva sull’idea che la fine del conflitto avrebbe dovuto portare non solo ad un’umanizzazione del socialismo, ma anche alla rinuncia di stati nazionali sovrani in competizione (e armati) e alla nascita della Federazione europea. L’ideale del socialismo per Silone è un tentativo di realizzare la giustizia sociale e, dal punto di vista politico, di dare vita a un ordinamento federalista europea (come sostenevano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli): quasi a voler recuperare le vecchie tesi di Giuseppe Mazzini con la sua “Giovine Europa”. Il 15 settembre 1944 (n° 17) firmò un editoriale dal titolo “Il socialismo e la Federazione europea”. Quando tornò in Italia Silone divenne un animatore del movimento federalista europeo. Il contenuto etico e civile, ancor prima che politico, del socialismo sta nella sua insistenza che la difesa dell’uomo deve sempre venire prima della natura e della tecnica industriale, così da salvaguardare i diritti e gli spazi di libertà di tutti gli uomini, al di là delle differenze di censo, di razza, di religione, di credo politico”.
Silone la Spia
Recentemente alcuni storici hanno accusato Silone di essere stato un collaboratore della Polizia e dell’Ovra, il servizio segreto fascista. A scendere in campo per difendere l’integrità di Silone, che scomparve nel 1978, ci fu anche Norberto Bobbio…
“Sono dei tentativi infamanti di utilizzare frammenti di lettere per mettere in dubbio la linearità e la coerenza di quest’uomo sfortunato e colpito da dolore. Con grande sensibilità Natalia Ginzburg ha scritto che “La vita di un uomo è vasta, ed è fatta di istanti dei quali non sappiamo nulla, di atti nobili e meno nobili, di pensieri scritti in qualche lettera o in qualche quaderno, poi magari contraddetti da nuovi pensieri, è fatta di colpe, di rimorsi, di sacrifici, ma anche di azioni generose”. Ebbene, credo che siano queste azioni generose che resteranno per sempre come il suo esempi, la sua lezione di vita”.
Insomma, se Silone fu spia, per come ha ricordato la sua figura il professor Colombo, si può concludere che fu la spia del futuro.
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